Il Vangelo del giorno – Martedì 22 Settembre 2026

Vangelo del Giorno

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Martedì – XXV TO A

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 8,19-21

In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.

Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».

Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Parola del Signore

La fede unisce più del sangue… i legami spirituali sono più forti di quelli parentali.

Gesù non vuole sminuire il suo legame con Maria… non vuole svalutare i legami con la famiglia… ma sa che Dio unisce più di ogni altro affetto… più di ogni altro amore.

Condividere la stessa fede significa convergere in Cristo… ascoltare e confrontarsi con la Parola di Dio… parlare delle cose di Dio… condividere le opere di Dio… ciò che Dio ha fatto nella propria vita e in quella degli altri… ma significa anche sapersi correggere a vicenda… sapersi sostenere nelle tentazioni… sapersi confrontare per capire qual è la volontà di Dio nel qui ed ora della propria vita… e tutto questo fa innalzare la qualità di ogni rapporto.

Condividere la fede con qualcuno è unirsi per l’eternità

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il buon gusto perso

Guido Rodheudt, Musica liturgica e nuova evangelizzazione, Atti del Convegno Sacra Liturgia 2013 (Pont.Fac.Teol. Santa Croce – Roma), ed. Cantagalli, Siena 2014, pp. 38-43.49

Un po’ di storia

Lo schema potrebbe anche descrivere l’intero lavoro della riforma del Concilio di Trento che di fronte alle idiosincrasie e alle forme di soggettivismo protestanti, rimosse decine di migliaia di inni latini e centinai di sequenze dall’uso liturgico e pose restrizioni più severe sulla polifonia. Ciò è stato preceduto dalla riforma di Martin Lutero, che aveva recuperato dal regno del folclore e della para-liturgia inni tedeschi esistenti fin dal Medioevo, contandone circa 800 anche prima della Riforma (!) e portandoli al servizio del culto luterano, preferibilmente in luogo di quelli latini. Oltre al favore dei principi, non vi era argomentazione teologica ma una mossa sulla scacchiera del “guardare a ciò che esce dalla bocca del popolo”. (…) Musicalmente erano tra le migliori canzoni popolari, ma erano lontane dai capolavori melodici della liturgia latina, che stando all’interno del contesto dell’anno liturgico prescindono dalle differenze linguistiche e pertanto uniscono i popoli. (…)

Per secoli, con buona ragione, la Chiesa aveva preservato questi canti popolari veramente preziosi che, dopo tutto, non sono un’invenzione della Riforma, nell’ambito para-liturgico delle devozioni, delle processioni e nella musica privata. L’inno volgare era per la Riforma, quello che lo splendore della Messa del Barocco orchestrale era per la Controriforma. In concorso con la sua controparte protestante, si è sviluppato un notevole repertorio, soprattutto nei Paesi di confessione mista: inni su qualsiasi tema, di qualità molto diversa tra loro, che riflettono la storia della pietà. La produzione altrettanto inflazionata e di solito poco qualificata di una marea di canzoni vernacolari in Paesi che fino ad allora erano stati in gran parte cattolici e il loro uso quasi esclusivo nella Liturgia come questione di principio dopo il Concilio Vaticano II – e contrariamente alle sue disposizioni – è la causa principale della perdita di identità liturgica e di fede.

Nel Diciannovesimo secolo, la vita ecclesiastica rifiorì dai ruderi della musica liturgica della Rivoluzione francese grazie a Dom Prosper Guéranger e i suoi monaci di Solesmes, e al Movimento di Cecilian di Regensburg. Ancora una volta era la via della preghiera cantata e della liturgia ad innescare, con le sue giovani comunità religiose, un nuovo fervore nel recuperare la vita della fede nella seconda metà del secolo, mentre l’episcopato in massa si aggrappava allo status quo dello stile musicale da operetta. Nonostante san pio X e il Vaticano II, questo atteggiamento, naturalmente con qualche felice eccezione, essenzialmente non è cambiato fino ad oggi, tranne per il fatto che l’operetta si è nel frattempo trasformata in una sorta di “spettacolo di varietà”.

Ai giorni nostri

Nelle Chiese giovani e nelle culture non-cristiane, fino alla metà del Ventesimo secolo, i missionari hanno agito come la Chiesa antica aveva fatto nell’antichità pagana: per evitare di correre il rischio di incomprensioni dogmatiche sostanziali, hanno preferito fare uso di inni europei e canti gregoriani relativamente semplici. Poi, invece di un’apertura coscienziosa e prudente nell’integrazione liturgica di elementi preziosi delle culture musicali autoctone, come previsto dal Concilio Vaticano II, il margine crollò e quello che seguì fu un’arbitrarietà spregiudicata senza precedenti nella storia.

Esigenze artistiche e un’innovativa ricerca antropologico-musicale volta ad evitare fraintendimenti sincretistici furono in gran parte ignorate da chi aveva la responsabilità pastorale. “Just do it” è diventata la parola d’ordine. Ogni dilettante musicale è il benvenuto. Non è certo una sorpresa che i risultati non siano all’altezza né degli standard artistici minimi della cultura musicale europea, né di quelli delle rispettive culture musicali autoctone al di fuori dell’Europa. A meno che in un prossimo futuro non vengano rilevate esplicite “qualità offensive” nella dilagante tendenza liturgico-musicale Bollywood kitsch, la forza missionaria della Chiesa si indebolirà, e precisamente riguardo alle élites.

La situazione nei Paesi di cultura musicale occidentale è diversa eppure simile: invece di conservare con la massima cura – summa cura come dice il Concilio – il “tesoro” della musica sacra originaria cresciuto per duemila anni nella Liturgia, con la liturgia e intorno alla liturgia, esso è stato in gran parte rigettato e sostituito con prodotti scadenti e di breve durata. (…) Dopo la disgustosa dolcezza kitsch del XIX secolo e il riservato kitsch del teologicamente superficiale “sacro pop” e delle cosiddette “nuove canzoni spirituali” del XX secolo (che hanno da tempo perso la loro novità), l’impotenza musicale sta diventando sempre più diffusa e i cattolici si chiedono da dove ripartire.

Superficiali ed esterni sentimentalismi altamente personali non nascono da ciò che è sostanziale, né possono portare a nulla di sostanziale. La qualità spirituale e artistica non trae il suo orientamento dalla richiesta popolare, ma dal significato centrale e dalla profondità delle verità della fede. Qualcosa può essere bello e buono soltanto se è inequivocabilmente allineato con la verità e con la capacità artistica.

Cosa fare?

Nel suo libretto sulla Nuova Evangelizzazione nell’Anno della Fede, monsignor Dominique Rey ha delineato tutte le essenziali luci di posizione che possono servire come punti di riferimento da una vasta gamma di prospettive. A scanso di equivoci riguardo il concetto di Nuova Evangelizzazione egli dichiara che “nuovo” significa “rivalutare” le nostre pratiche pastorali. (…) Applicato alla musica della liturgia, e in completo accordo con la sapienza della Chiesa missionaria fin dal principio, questo significa: nessuna adozione acritica di forme musicali e di sequenze sonore secolari, ma piuttosto un’identità distintiva con una musica inconfondibilmente speciale.

La musica sacra non è la Liturgiae ancilla, la Cenerentola della liturgia, al pari di un antico equivoco. Il Concilio avita deliberatamente questa espressione. L’arcivescovo di Rio de Janeiro, ha messo in chiaro che la musica sacra ha una funzione “ancillare” o subordinata solo per quanto riguarda la sua azione (quoad actionem), ma non rispetto alla sua natura (quoad naturam). Per sua natura è e rimane una componente necessaria e integrante della liturgia solenne. Per sua natura, quindi, non appartiene ai cosiddetti servizi liturgici di Marta, ma piuttosto, per rimanere nella stessa immagine, all’intuizione amorevole dei servizi di Maria.

Le richieste indirette del Concilio, in particolare ai sacerdoti, in materia di competenza musicale sono molto più elevate di quanto generalmente si presuma; sono un prerequisito indispensabile per ogni ars celebrandi (…) I sacerdoti dovrebbero essere consapevoli dell’erronea convinzione diffusa che la musica sacra latina appartenga al “vecchio rito”, mentre il Concilio richiede espressamente canti vernacolari. Al contrario, la musica sacra è in grado, come nessun0altra espressione, di colmare le variazioni rituali e le differenze inter-confessionali. (…) Se vogliamo portare il Vangelo di nuovo nel mondo di oggi, e non solo nella periferia ecclesiastica degli artisti e degli intellettuali, dobbiamo tornare alla grande musica liturgica.

Cantare amantis est
(il cantare appartiene a colui che ama)

Sant’Agostino

Il Vangelo del giorno – Lunedì 21 Settembre 2026

Vangelo del Giorno

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Lunedì – San Matteo – Festa

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 9,9-13

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Parola del Signore

Il peccato non ha mai fermato l’amore di Gesù, mai!

E, infatti, Gesù chiama il base non alle nostre capacità o alla nostra santità… Gesù chiama perché ama.

E questo ha una ricaduta esistenziale ed enorme nella nostra vita: qualunque possa essere il nostro peccato… questo non potrà mai condannarci in eterno.

Lasciare agire Dio nella nostra vita è garanzia del nostro futuro, qualunque sia stato il nostro passato.

Noi non siamo i nostri errori… noi non siamo i nostri peccati… noi siamo ciò che Dio ci chiama a diventare… noi siamo tutto l’amore che Dio sempre e incondizionatamente ci dà!

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il secondo poi è simile al primo

XXV dom. Tempo Ordinario (A)

Is 55,6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16

Dalla fine del libro di Isaia – cap. 55 “trito-Isaia” – abbiamo sentito un brano da comprendere nel suo contesto storico, proprio come il brano di Vangelo che si colloca nella disputa contro i farisei. Da cinquant’anni gli israeliti sono in esilio a Babilonia, con ancora livido il ricordo della deportazione che gli ha strappati alla propria terra. Covavano vivo risentimento verso gli assiri e speravano nella vendetta del Signore. Contro questa aspettativa parla il profeta, perché – come dicevamo già domenica scorsa commentando la parabola sul perdono – questi sentimenti non sono da Dio (che è amore) e la giustizia divina non è da attendersi in questa vita. Noi dobbiamo sperare il bene anche per chi ci fa del male, dove per “bene” intendiamo la sua conversione (che non esime dal riparare il male compiuto), ma godere della punizione altrui non è carità.

È ovvio che il Signore renderà a ciascuno secondo le proprie azioni (come diceva San Matteo due domeniche fa) e quanti fecero il male avranno una risurrezione di condanna (San Giovanni), ma non significa che debba sperare e augurare il male a nessuno. Il giudizio sta al Padre Eterno, il Figlio dell’uomo è venuto perché tutti siano salvati e ci ha comandato – domenica scorsa – il perdono perché il peccatore si converta e viva.

Gesù al termine della parabola di oggi pone una domanda che a me sembra la chiave di lettura: Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Risposta: Dio ha un suo proprio criterio di giudizio, la parità di trattamento che a noi pare iniqua è espressione della sua misericordia (sovrabbondanza d’amore). Non è venuto meno al patto coi servi della prima ora (1 denaro) e poi ha voluto essere generoso con quelli dell’ultima ora, dandogli lo stesso.

Sono tristi gli operai che si lamentano, perché se sono realmente invidiosi di chi ha lavorato meno, vuol dire che non hanno lavorato volentieri. Perché non gioiscono di essere stati al servizio del Signore tutto il giorno? Forse avrebbero preferito fare altro…? È una parabola polemica contro la religiosità dei meriti praticata dai farisei: il Signore mi ama tanto più sono zelante e impeccabile, pure se non lo amo. Il nostro rapporto con Dio funzionerebbe come la patente a punti. Siamo qui per questo? È tutto il nostro amor di Dio?

Noi siamo qua non per accumulare punti o per penitenza ma perché è bello per noi stare qui. Dicevo per scherzo di portare cani e gatti del cortile in chiesa perché “la domenica si va in chiesa”. Però ci pensiamo se noi passassimo la domenica come fanno loro, dal sole all’ombra girandosi e rigirandosi? Ci annoieremmo e dovremmo cercare qualcosa da fare per riempire la giornata. Noi lo troviamo osservando il 3° comandamento che ci offre l’alimento minimo per la nostra vita spirituale.

A chi capita in chiesa solo oggi, vorrei raccomandargli una piena intelligenza della fede con la giusta meditazione di tutto il Vangelo. Parabole per spiegare i misteri del Regno, Gesù ne ha raccontato diverse. Il Signore che oggi si comporta così, è lo stesso che lasciò chiuse fuori dalle nozze le vergini stolte; è lo stesso che invitò al banchetto storpi, ciechi e zoppi, escludendo chi non aveva l’abito nuziale. Perché si comporti così, è il problema della conoscenza di Dio. Non immaginarlo a mio uso e consumo ma conoscerlo per come si rivela; a Santa Faustina si presentava: “giusto giudice e padre misericordioso”.

Il Vangelo del giorno – Domenica 20 Settembre 2026

Vangelo del Giorno

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Domenica – XXV TO A

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Parola del Signore

Non siamo solo amati da Dio… siamo anche chiamati a fare qualcosa di concreto nella nostra vita… qualcosa di unico e personale…

Insomma, non siamo nati per caso… e la nostra vita, raggiunta dall’amore di Dio, non può essere una semplice attesa passiva e inoperosa di vederlo faccia a faccia.

Ognuno di noi ha un ruolo, un compito, una missione… un servizio… Dio non vuole disoccupati nella chiesa!

Ma che senso diamo al servire il Signore? come lo viviamo? è un obbligo da assolvere per il paradiso? È un peso da subire?

Gli operai della prima ora, infatti, pur ricevendo quanto il padrone della vigna aveva accordato con loro, si lamentano quando vengono a sapere che anche chi ha lavorato per molto meno, riceverà la stessa paga. Questi operai della prima ora, come purtroppo molti cristiani, non hanno compreso niente… non hanno compreso che la vera paga… il vero guadagno… è proprio quello lavorare per il Signore.

Pensiamo al buon ladrone…

È vero che il buon ladrone andrà in paradiso per la conversione all’ultimo momento… come andrà in paradiso un buon cristiano che per molti anni ha cercato di seguire il Signore nonostante le proprie fragilità, ed è vero che il paradiso del buon ladrone sarà identico al paradiso di questo buon cristiano… ma quello che si è perso il buon ladrone… che è quello che si è perso l’operaio dell’ultima ora… è tutto il bello di essere stato cristiano… il bello di avere fatto parte della chiesa… di avere conosciuto il Signore da più tempo. Questo è il vero guadagno!

Quando incontri una bella persona o ti innamori dell’uomo o della donna della tua vita, quello che veramente ti dispiace è non averla conosciuta prima… non averla frequentata prima… non avere passato prima del tempo con lei… così è con il Signore… così è con la fede!

Quando ami profondamente qualcuno gioisci, ti cambia la vita e ti dispiace che non sia accaduto prima. Lo stesso avviene con Dio!

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Il Vangelo del giorno – Sabato 19 Settembre 2026

Vangelo del Giorno

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Sabato – XXIV TO A

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 8,4-15

Siamo seminatori… e siamo terreno!

Anche noi siamo seminatori… con la nostra vita, la nostra testimonianza… abbiamo delle responsabilità nei confronti degli altri… ma ciò che non ci deve incastrare è il desiderio di vedere i frutti. Da noi dipende la semina… non i frutti.

E alla fine della nostra vita, ci verrà chiesto se abbiamo seminato… e non se abbiamo visto o raccolto i frutti!

Ma noi siamo anche il terreno della parabola… un terreno comunque raggiunto da Dio nella maniera più svariata e creativa… ciò che è importante è accogliere questo seme di Dio… e Dio si serve della sua Parola… delle persone che ci mette accanto… delle situazioni che ci accadono… tutto può contenere un messaggio di Dio.

Il problema è che spesso viviamo come se Dio non ci fosse… o come se non comunicasse con noi… come se fosse muto… distante… e viviamo pensando di dovercela cavare da soli… o ci facciamo prendere da mille cose senza pensare che Dio continuamente ci raggiunge.

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Il Vangelo del giorno – Venerdì 18 Settembre 2026

Vangelo del Giorno

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Venerdì – XXIV TO A

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 8,1-3

In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.

C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

Parola del Signore

Gesù cambia la vita a molte persone che si sentono raggiungere da una Parola nuova, diversa da quelle del mondo… una parola che perdona, consola, corregge e fornisce delle chiavi di lettura diverse… un senso della vita diverso… una Parola che insegna a vivere bene… ad affrontare la sofferenza… ad avere sempre una visione altra.

Chi è raggiunto da questa Parola non è più lo stesso… cambia vita e non può fare altro che desiderare di continuare questa relazione con questa Parola… ecco perché chi incontra veramente il Signore… non lo lascia più!

A volte, invece, capita di avere un rapporto con il Signore di tipo opportunistico con memoria breve. Insomma… il Signore ci cambia la vita… ci perdona… ci dona un’altra possibilità… e poi, invece, ci si dimentica presto per poi ritornare a fare la vita di prima.

Si segue il Signore perché si torna sempre e si sta… dove si è stati accolti e ci si sente amati!

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Il Vangelo del giorno – Giovedì 17 Settembre 2026

Vangelo del Giorno

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Giovedì – XXIV TO A

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 7,36-50

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.

Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».

Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».

Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

Parola del Signore

Quando dimentichiamo di essere amati… perdonati… peccatori perdonati iniziamo ad essere presuntuosi… giudicanti… attenti ai peccati degli altri… e schiavi delle nostre debolezze…

Quando, invece, ci sentiamo raggiunti dalla misericordia di Dio, quando capiamo che più delle nostre capacità o fragilità c’è l’amore di Dio che non vede né le capacità, né i nostri peccati… quando comprendiamo che Dio è amore e basta e da questo amore ci facciamo raggiungere… allora inizia la nostra gratitudine e la gratitudine si trasforma in libertà… in amore…

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Il Vangelo del giorno – Mercoledì 16 Settembre 2026

Vangelo del Giorno

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Mercoledì – XXIV TO A

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 7,31-35

In quel tempo, il Signore disse:

«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:

“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,

abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.

È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.

Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

Parola del Signore

La lamentela è molto più diffusa di quello che ci immaginiamo… tanto diffusa che è diventata spontanea… un’abitudine… ma non tanto innocua.

Lamentarsi, infatti significa non sapere vedere il bello e dare troppo peso alle cose negative… è, ancora più grave, significa non riuscire a cogliere l’opera di Dio nella propria vita.

La lamentela, inoltre, nasconde anche un certo grado di presunzione… supponenza e superiorità. Chi si lamenta, infatti, pensa di sapere come devono andare le cose… ha poca tolleranza, spirito di adattamento e poca accoglienza della diversità e alla fine… la lamentela rischia di essere una vera e propria bestemmia perché nasconde una rabbia nei confronti di Dio.

Se mi fido di Dio so che quando le cose vanno diversamente da quello che desidero o è la sua volontà che ancora non comprendo, oppure in qualche modo… Dio agirà nella mia vita per venirmi in aiuto!

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