vanitas vanitatum et omnia vanitas

XVIII dom. Tempo Ordinario (C)

Questa domenica la liturgia propone come prima lettura un testo particolarmente caro a San Filippo, che per lui divenne proverbiale rientrando nei sui detti e massime. Il Qoelet, un saggio vissuto a Gerusalemme due secoli prima di Cristo, scrive questo libro sapienziale in cui ripete per 25 volte “tutto è vanità”. San Filippo ispirandosi a questo testo comporrà uno stornello di 16 strofe, cantato durante la visita alle sette chiese. Il santo che per vivere in Cristo disse di non aver comunque mai abbandonato il mondo, cantava tutto il mondo è ciò che ha ogni cosa è vanità.

L’ecclesiaste (in greco, in ebraico qoelet) è parola di Dio e sapienza che viene da Dio (non sono filastrocche), spiega bene il significato del Vangelo di questa domenica: un’eredità da dividere tra due fratelli causa invece divisione tra di loro. L’evangelista Luca riporta le esatte parole pronunciate da Gesù ai due in lite, un insegnamento di Gesù da ricevere e meditare così com’è: tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni. Avarizia e avidità non sono virtù che fanno bene all’uomo e la felicità – secondo Gesù – non è data da benessere materiale.

L’eredità gli eredi la ricevono senza sforzo, frutto delle fatiche del testatore (dovrà lasciare i suoi beni a un altro che non ha per nulla faticato), si dà causa mortis per cui Gesù racconta ai due contendenti una parabola che parla della morte. Il ricco protagonista non progetta bagordi e dissolutezze, come invece il figliol prodigo che dilapidò così l’eredità paterna; pensa solo a sé stesso, a godersi i suoi beni, senza farne parte a nessuno, senza guardare oltre il proprio ventre, senza pensare che i beni materiali non sono eterni… Credeva di bastare a sé stesso, nella sua vita c’era posto solo per il proprio IO e non per DIO. Questa notte ti sarà richiesta la tua vita cose pensi di portare nella tomba? Se starai con tutti gli agi, nelle ville, e ne’ palagi, alla morte che sarà? Ogni cosa è vanità.

Nel breviario un’antifona di San Martino di Tours – che si spogliò del mantello per coprire un povero – dice: povero in terra entra ricco nel cielo. San Francesco d’Assisi – dicono le fonti –viveva poveramente sicuro di accumulare un tesoro in cielo.

Durante le vacanze il modo migliore per guardarsi dalle vanità mondane è ricorrere a Dio. Crediamo il Signore vada in vacanza? Portiamolo in vacanza con noi: un rosario in valigia pesa 5 grammi, dentro il cellulare ci stanno 20 libri della Bibbia e 4 volumi di breviario. Quando non vediamo una persona cara, ci manca, ne abbiamo nostalgia… Se non è così e ci pesa incontrarla, io mi chiedo nei restanti undici mesi che rapporto abbiamo con questa persona, incensata nella mangiatoia e poi appesa a una croce, senza pimpe, ventilatori e condizionatori. Le vacanze sono un tempo necessario per rigenerare il corpo e lo spirito e andare a Messa è un modo per raccogliersi, ritrovare sé stessi mettendosi alla presenza di Dio; quando iniziamo a trascurarlo succede inevitabilmente che ce ne allontaniamo sempre di più e se nel nostro mondo mettiamo Dio da parte restano solo vanità.

Il canto di San Filippo concludeva: frena le tue voglie, corri a Dio, che ognor t’accoglie, Questo mai non mancherà, tutto il resto è vanità.