Perché voterò NO al referendum “Giustizia 2026”

voto no al referendum giustizia 2026

Voterò NO al referendum sulla Giustizia del 2026.
E sì, i miei motivi possono sembrare semplici, persino banali. Qualcuno li definirà populisti, altri emotivi, altri ancora “da bar dello sport”. Accetto tutti gli aggettivi riduttivi che si vogliono attribuire. Ma restano il frutto di un ragionamento, di una valutazione personale e di un minimo di ricerca, non di uno slogan.

Non sono un giurista, non sono un tecnico del diritto costituzionale. Sono un cittadino libero di pensare che osserva il proprio Paese e prova a capire dove vengono spese energie politiche, tempo parlamentare e capitale istituzionale. Ed è proprio da qui che nasce il mio NO.

Questo governo ha concentrato una quantità enorme di attenzione sulla riforma della giustizia, sulla separazione delle carriere, su meccanismi complessi come la scelta “a sorteggio” dei magistrati, presentata come garanzia di imparzialità ma che a molti appare più come uno specchio per le allodole. Tutto questo mentre l’Italia continua a convivere con problemi strutturali enormi:
la questione meridionale mai davvero affrontata,
il lavoro povero e precario,
le pensioni sempre più incerte,
una povertà crescente e un degrado sociale sotto gli occhi di tutti.

Davvero questa era la priorità?

Non nego che la giustizia sia un tema importante. Ma le priorità politiche sono anche una scelta di campo, e io non riconosco in questa riforma un’urgenza tale da giustificare mesi e mesi di dibattito, scontri istituzionali e polarizzazione, mentre il Paese affonda su fronti ben più concreti per la vita quotidiana delle persone.

C’è poi un altro aspetto che rafforza la mia contrarietà.
Se dovesse vincere il SÌ, non finirebbe nulla. Anzi. Si aprirebbe una nuova stagione di decreti attuativi, regolamenti, riscritture, aggiustamenti tecnici. Altro tempo, altra energia, altri mesi se non anni sottratti ad altro. Una riforma così profonda non è un interruttore che si accende con un referendum, ma un processo lungo e faticoso. E questo rende ancora più discutibile l’investimento politico fatto finora.

Attenzione trattasi di referendum costituzionale dove non è previsto il quorum

C’è poi un elemento che, personalmente, mi rende molto diffidente:
una riforma di questa portata che non ha raggiunto i due terzi del Parlamento in seconda votazione e deve quindi passare dal referendum. Questo non è un dettaglio tecnico, ma un segnale politico. Se davvero fosse stata una riforma “necessaria”, “condivisa”, “inevitabile”, perché non ha trovato una maggioranza così ampia nelle sedi rappresentative?

Il rischio concreto è che questo referendum si trasformi in tutt’altro: un test elettorale, un voto “pro o contro il governo”, più che una scelta consapevole sul merito della riforma. E quando le riforme costituzionali diventano strumenti di legittimazione politica, la storia italiana insegna che raramente finiscono bene.

Infine, non posso ignorare il clima che si è creato intorno al dibattito. Le polemiche, le accuse di parzialità, e la percezione legittima o meno che alcune voci critiche, come quella del professor Barbero, siano state attaccate o messe a tacere, non fanno che aumentare la mia distanza da questa riforma. Quando il dissenso viene trattato come fastidio invece che come risorsa democratica, io tendo istintivamente a fare un passo indietro.

Chi vuole approfondire il contenuto tecnico della riforma può farlo: esistono spiegazioni chiare e accessibili, come quella pubblicata da questo studio legale, che illustra nel dettaglio cosa cambierebbe davvero, CLICCA QUI
Oppure un altro articolo che troviamo proprio qui da noi su PADD.IT scritto da Antonino Vallone che si può raggiungere CLICCANDO QUI

Io l’ho fatto. E proprio dopo aver letto, valutato e riflettuto, resto della mia idea.

Voterò NO non perché “contro tutto”, ma perché non vedo in questa riforma una risposta ai problemi reali del Paese, non ne condivido le priorità, non mi convince il metodo e non mi rassicura il contesto politico in cui nasce.

È una scelta libera. È la mia e in un referendum, alla fine, è questo ciò che conta. Concludo ancora con un antico detto della mia amata Sicilia “CU LASSA A VECCHIA PA NOVA, SAPI CHIDDU CHI LASSA MA UN SAPI CHIDDU CA TROVA”

Separazione delle carriere, sorteggio e Costituzione “aperta”

Profili critici della riforma della magistratura proposta dal Governo Meloni

  1. Introduzione
    La riforma costituzionale della magistratura proposta dal Governo Meloni, incentrata sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, si presenta come un intervento volto a rafforzare l’imparzialità del giudice e a superare le degenerazioni correntizie dell’autogoverno. Tuttavia, una lettura sistematica del testo rivela che la riforma non si limita a una ridefinizione organizzativa, ma incide in profondità sull’equilibrio costituzionale tra poteri, attraverso una combinazione di scelte strutturali (separazione), procedurali (sorteggio) e tecniche (ampio rinvio alla legge ordinaria).
    Il risultato è una riforma formalmente neutra, ma sostanzialmente asimmetrica, che pone seri interrogativi sul futuro dell’indipendenza del pubblico ministero e sulla tenuta dell’obbligatorietà dell’azione penale.
  2. Separazione delle carriere e Costituzione: un’operazione ammissibile ma non indifferente
    La Costituzione italiana non impone in modo espresso l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ciò che essa impone, agli artt. 101–112 Cost., è:
    l’indipendenza della funzione giurisdizionale;
    l’autonomia del pubblico ministero;
    l’obbligatorietà dell’azione penale;
    l’unità della giurisdizione come sistema di garanzie.
    Ne consegue che la separazione delle carriere è astrattamente compatibile con l’assetto costituzionale, ma solo a condizione che tali principi siano rafforzati o almeno preservati in modo simmetrico. È proprio questa simmetria che la riforma proposta non realizza.
  3. L’asimmetria strutturale tra giudice e pubblico ministero
    La riforma mantiene intatte le tradizionali garanzie di indipendenza del giudice, mentre colloca il pubblico ministero in una carriera separata, dotata di un proprio Consiglio superiore e sottoposta a una disciplina distinta.
    Questa scelta produce un effetto sistemico rilevante: il PM viene progressivamente sganciato dal circuito unitario della giurisdizione e collocato in una posizione istituzionale più esposta a interventi esterni. Il rischio non è quello di una immediata subordinazione all’esecutivo, ma di una maggiore permeabilità futura a indirizzi politico-criminali contingenti, veicolati attraverso strumenti normativi ordinari.
  4. Obbligatorietà dell’azione penale: da principio operativo a clausola formale?
    L’art. 112 Cost. non viene formalmente modificato. Tuttavia, la riforma incide sul contesto istituzionale in cui l’obbligatorietà opera.
    La separazione delle carriere:
    rende più agevole l’introduzione di criteri di priorità vincolanti;
    rafforza il ruolo del legislatore ordinario nella definizione della politica criminale concreta;
    riduce la capacità del pubblico ministero di opporsi, sul piano istituzionale, a indirizzi selettivi.
    In questo quadro, l’obbligatorietà rischia di trasformarsi da principio effettivo di uguaglianza davanti alla legge penale a principio simbolico, formalmente intatto ma sostanzialmente svuotato.
  5. Il sorteggio negli organi di autogoverno: crisi della rappresentatività costituzionale
    Uno degli elementi più innovativi – e problematici – della riforma è l’introduzione del sorteggio come criterio centrale per la composizione dei nuovi Consigli superiori e dell’Alta Corte disciplinare.
    Il sorteggio viene giustificato come strumento di contrasto al correntismo. Tuttavia, esso solleva gravi perplessità sotto il profilo costituzionale:
    sostituisce la responsabilità istituzionale con la casualità;
    indebolisce la rappresentatività tecnica e culturale degli organi di autogoverno;
    riduce la capacità di tali organi di porsi come argine strutturato rispetto agli altri poteri dello Stato.
    Il paradosso è evidente: nel tentativo di ridurre il potere delle correnti, si finisce per indebolire l’organo, rendendolo più dipendente da fattori esterni, inclusi quelli politici e amministrativi.
  6. Il rinvio alla legge ordinaria come tecnica costituzionale problematica
    Il profilo forse più critico della riforma risiede in ciò che essa non scrive in Costituzione. Ampie porzioni della disciplina vengono demandate alla legge ordinaria, tra cui:
    le modalità concrete del sorteggio;
    il funzionamento effettivo dei nuovi CSM;
    i poteri dell’Alta Corte disciplinare;
    i criteri di priorità dell’azione penale;
    i rapporti tra pubblico ministero e indirizzo di politica criminale.
    Questa tecnica normativa produce una Costituzione strutturalmente “aperta”, nella quale l’equilibrio dei poteri non è definito una volta per tutte, ma affidato a interventi successivi della maggioranza parlamentare pro tempore.
  7. L’effetto sistemico: una riforma non autoritaria, ma vulnerabilizzante
    La riforma non concentra il potere in modo esplicito né realizza una subordinazione diretta del pubblico ministero all’esecutivo. Il suo effetto è più sottile: riduce progressivamente le difese istituzionali che contengono il potere politico.
    Separazione delle carriere, sorteggio e rinvio alla legge ordinaria, considerati nel loro insieme, producono:
    un pubblico ministero istituzionalmente più isolato;
    un autogoverno più debole;
    uno spazio più ampio per interventi normativi incrementali e selettivi.
  8. Conclusioni
    La riforma della magistratura proposta dal Governo Meloni non è incostituzionale in senso formale, ma presenta criticità sistemiche rilevanti. Essa non rafforza in modo significativo l’imparzialità del giudice, mentre indebolisce – direttamente e indirettamente – la posizione costituzionale del pubblico ministero e l’effettività dell’obbligatorietà dell’azione penale.
    In una materia che incide sul cuore dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, la tecnica costituzionale adottata appare inadeguata: una riforma di garanzia dovrebbe chiudere gli spazi di interferenza, non ampliarli.
    Da questo punto di vista, un giudizio critico sulla riforma non rappresenta una difesa dello status quo, ma l’espressione di un’esigenza di maggiore rigore costituzionale e di una concezione sostanziale, non meramente formale, dell’indipendenza della magistratura.

Il silenzio  

silenzio

Che grande consapevolezza rendersi conto di essere un nulla in questo pazzo mondo.

Ma anche questo nulla è grande cosa se si abbandona all’Eterno.

Diventandone parte.

in illo unum

III dom. Tempo Ordinario (A)

Di domenica in domenica apprezziamo la continuità del lezionario: domenica scorsa il Vangelo richiamava ancora il Battesimo di Gesù al Giordano, teofania che prelude l’inizio della sua vita pubblica che vedrà a Cana di Galilea il primo dei segni. Un miracolo che lì Gesù compie – nonostante non fosse ancora giunta la sua ora – su richiesta di sua madre, perché non può dire di no a sua madre. Oggi leggiamo il ministero pubblico di Gesù nella Galilea delle genti, dal vangelo di Matteo che cita Isaia: la stessa prima lettura della notte di Natale.

Un brano in versi ma non troppo poetico. In un periodo di oppressione, al popolo che camminava nelle tenebre Isaia annuncia una liberazione dagli assiri che nessuno di loro visse abbastanza da vedere realizzata, perché la nuova luce rifulse, con un discendente della casa di Davide, solo 750 anni più tardi; a Natale veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo. Quegli israeliti vissero una vita afflitti, tra le consolazioni di Dio e le persecuzioni degli uomini. Nelle tribolazioni possiamo scegliere se dubitare e disperarci oppure tenere salda la fede perché chi persevererà sino alla fine sarà salvato e Dio vede molto più lontano di noi che non conosciamo il futuro. Il conflitto luce-tenebre (lotta bene-male) terminerà solo nel giorno senza tramonto quando non vi sarà bisogno di luce di lampada perché il Signore Dio illuminerà (Apocalisse). Intanto noi non possiamo fare altro che vivere il presente, nella gioia e nel dolore, in salute e malattia… E se vogliamo farlo come dei figli di Dio ci facciamo guidare dalla luce del Verbo, la sapienza del Vangelo annunciato da Cristo.

Continuando la lettura di 1Cor sentiamo come San Paolo raccomandi la perfetta unione di pensiero e d’intenti laddove la comunità si era frazionata in diversi partiti, che non erano affatto espressione di carismi e ministeri, erano gruppi separati che andavano ciascuno per conto proprio. La perfetta antitesi alla comunione ecclesiale che garantisce l’unità pur nella diversità. Uniti sotto una medesima fede, seppure manifestata e praticata in vario modo.

San Giovanni Bosco diceva che noi cattolici abbiamo tre tesori: l’eucaristia, Maria SS. e il Papa. Comprendiamo l’importanza del Romano Pontefice se pensiamo alle chiese ortodosse autocefale neanche in comunione tra di loro, oppure all’universo delle chiese c.d. evangeliche sorte nel corso del tempo. La Chiesa Cattolica universale è unita nel riferimento ad un unico capo, pur nelle molteplici differenze esteriori, espressione della multiforme grazia di Dio. Nella stessa chiesa latina coesistono il rito romano, quello ambrosiano, mozarabico, gallicano, ai quali si aggiungono i cattolici di liturgia orientale con vari riti greco, slavo, copto, maronita, ecc. Tutti celebrati in lingue diverse, mentre in Occidente si è sempre stati uniti nella sola lingua latina.

Al termine della sua vita, poco prima di iniziare la Passione nel Getsemani, Gesù disse a Pietro: Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano (vi metterà alla prova); ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede. E tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli. Gesù Sapeva che poco dopo Pietro sarebbe stato capace di rinnegarlo per tre volte (non conosco quell’uomo, non so chi sia) e poi più tardi si sarebbe fatto rimproverare da San Paolo (incidente di Antiochia) che scrisse ai galati: mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente – San Pietro – aveva torto. Ma San Pietro poté morire come un santo martire a coronamento di un percorso di conversione lungo una vita: anche San Pietro era un uomo peccatore che fece degli errori. Proprio a lui il Signore volle consegnare le chiavi del Regno dei Cieli, indicandogli di confermarci nella fede e – come dice Gesù nella preghiera sacerdotale – salvaguardare l’unità della Chiesa; due essenziali compiti di chi svolge il ministero petrino: il Papa della Chiesa non viene eletto da una maggioranza per rappresentare una fazione.

Questa settimana ricorreva la memoria di San Marcello I Papa, un santo che gli storici hanno faticato parecchio a conoscere per carenza di fonti sui suoi primi anni: pareva non fosse stato neanche vero Pontefice, bensì un semplice prete romano, che per qualche tempo fece da reggente della Chiesa, dopo la morte di papa Marcellino nel 304. Scoprendo la storia della Chiesa troviamo un altro Papa eletto al soglio petrino (1294) da sacerdote (non vescovo): San Celestino V la cui tomba Papa Francesco ha visitato, mentre Benedetto XVI ha visitato il monastero in cui è vissuto. Lui rinunciò al papato dopo cinque mesi e nove giorni perché bisogna imparare a farsi da parte al momento giusto, come disse all’angelus Papa Francesco al quale noi facciamo sempre i migliori auguri per il suo cammino di santità.

Vlàdimir contro Vladìmir, per gli zimbelli dell’intelligenza artificiale

C’è una risposta piccata attribuita generalmente ad Hegel: «Tanto peggio per i fatti (se non si accordano con la teoria)». Sarebbe la traduzione di (Wenn die Tatsachen nicht mit der Theorie übereinstimmen,) um so schlimmer für die Tatsachen. Pare che nel 1801 il filosofo idealista, dopo aver teorizzato nella sua dissertazione di abilitazione all’insegnamento De orbitis planetarum che non poteva esserci un altro pianeta fra Marte e Giove, venisse informato che invece ne era stato scoperto uno da Giuseppe Piazzi – nell’osservatorio astronomico di Palermo – il 1º gennaio 1801. Il pianeta si rivelò poi essere l’asteroide Cerere. Se mai fu pronunciata, si trattava di una battuta orale che, in quanto tale, non compare negli scritti di Hegel. Essa tuttavia rende bene il senso delle tragedie degli ultimi trecento anni, nel corso dei quali non poche volte il mancato rispetto della realtà ha prodotto molteplici mostri della ragione.

Tanto peggio per la pace

Una di queste tragedie è la guerra in Ucraina. Essa necessita di essere compresa mettendo a fuoco la verità di ciò che accade non troppo lontano dalle nostre case, ove viviamo relativamente tranquilli. In realtà stiamo pagando caro il prezzo di questa guerra, quanto meno da un punto di vista della crisi economica indotta, benché ancora le nostre famiglie non siano state coinvolte direttamente con lo spargimento di sangue.
Occorre capire, superando il racconto virtuale, spesso artefatto, che gli accadimenti di questi ultimi tempi racchiudono nella loro concretezza la verità di una guerra fatta e subita. Occorre ripristinare quel legame necessario tra la realtà e la verità, fonte e origine di ogni libertà. Per fare ciò non è sufficiente prestare attenzione solo alle notizie filtrate dai mass-media che inondano di immagini e parole il nostro quotidiano, ma occorre comprendere quali siano state le cause remote e recenti di questo conflitto, i motivi storici, culturali, politici e militari. Occorre comprendere chi sono gli ucraini e i russi e come abbiamo interagito durante il corso della storia; che cosa è accaduto in Russia dopo la fine dell’Impero sovietico; chi è Putin e quali siano gli aspetti positivi e negativi del suo mandato
presidenziale; quale sia stato il ruolo della NATO, dell’Europa e degli Stati Uniti. Occorre avere chiaro, per quanto è possibile, il quadro generale, per evitare di banalizzare o male interpretare un evento che grava sulla vita di milioni di persone, soprattutto della povera gente che combatte o subisce questa guerra decisa da altri.

La tuta anti-G

Quella appena riportata è la presentazione del libro di Marco Bertolini e Giuseppe Ghini,
Guerra e pace ai tempi di Putin, pubblicato da Cantagalli nel 2022, vale a dire poco dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e il conseguente amplificarsi del sanguinoso conflitto. Osservando il vorticoso sviluppo esponenziale della tecnologia, c’è chi sostiene che dovremmo dotarci tutti di una sorta di tuta antigravitazionale (quella in uso ai piloti di aerei supersonici) per affrontare adeguatamente gli scossoni e l’accelerazione dei cambiamenti. Non si tratta solo del progresso degli strumenti a disposizione, anche gli eventi a volte precipitano senza che riusciamo a seguirne l’evoluzione. Dopo più di due anni, ogni mese che passa è denso di modifiche dei fronti di guerra. Da ottobre ad oggi assistiamo all’orrendo spargimento di sangue in Terra Santa, che ha tutti i connotati del genocidio. Anche per questo è indispensabile disporre di fonti autorevoli per informarsi.
Giuseppe Ghini è Professore ordinario di Slavistica all’Università di Urbino. Ha scritto diversi libri e oltre cento articoli scientifici sulla letteratura e cultura russa; di recente ha tradotto per Mondadori il capolavoro di Puškin, Evgenij Onegin. Ha ricevuto borse di studio e di ricerca in Russia, Cecoslovacchia, Finlandia, Stati Uniti, tenuto seminari e conferenze in università russe e statunitensi. Da oltre vent’anni svolge attività giornalistica e ha scritto più di 900 articoli su cultura e società non solo russa. Membro del Nucleo di Valutazione dell’Università di Urbino dal 2007 al 2019, Presidente degli Incontri Internazionali Diego Fabbri dal 1996 al 2003, Consigliere e dal 2017 Presidente della Fondazione Rui.
Marco Bertolini è Generale di Corpo d’Armata, ha comandato il 9° reggimento d’assalto “Col Moschin”, il Centro addestramento di paracadutismo, la Brigata Paracadutisti “Folgore”, il Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e il Comando Operativo di Vertice Interforze dal quale dipendono i contingenti “fuori area” nazionali. Ha partecipato a Operazioni in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan. È Grande Ufficiale al Merito della Repubblica, Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia ed è decorato di Croce al Valor Militare, nonché di Croci d’Oro e d’Argento al Merito dell’Esercito.

Recuperare lo spirito critico

Oggi che dilaga l’uso dell’intelligenza artificiale, come se fosse una risorsa neutrale da
impiegare ingenuamente, senza verificare le fonti alle quali attinge, risulta ancora più necessario ricorrere a testimoni autorevoli, come i brillanti autori di questo libro inchiesta. Che spiegano la vicenda ucraina partendo dal 1989 e dalla caduta del muro di Berlino. E illustrando le caratteristiche della non più esistente Unione Sovietica. La logica di giornali e telegiornali è circolare: alimentano il mainstream e del mainstream si alimentano. Mai uscire dal coro. Quanti corrispondenti sono stati mandati nel Donbass per riferirci di quella guerra di cui oggi scopriamo l’esistenza? Perché dal 2014 ad oggi non abbiamo mai visto servizi
sui bambini e gli anziani bombardati a Donec’k? Tanti analisti e commentatori, che neanche sanno pronunciare il nome “Vladimir” – che ha l’accento sulla seconda sillaba Vladìmir – e continuano a pronunciarlo con la classica, offensiva storpiatura all’americana, sono passati senza accorgersene a giustificare un intervento bellico in difesa dell’Ucraina senza sottoporre le ragioni dei belligeranti a una rigorosa analisi razionale, vale a dire etica.
Perché – si chiede Giuseppe Ghini – qual è l’unico criterio che ci può dire se una cosa è giusta o sbagliata, se non la ragione, la ragione etica?

eccolo qui o eccolo là

II dom. Tempo Ordinario (A)

Dopo il tempo di Natale si ritorna al tempo ordinario per annum, perché nell’ordinarietà della vita non ci sono solo feste e di N.S. non ci ricordiamo solo due volte l’anno. In gergo povero si dice passato lo santo finita la festa come a dire che non rimanga niente. Non è in realtà quello intende dire la parola di Dio di oggi che continua le letture di domenica scorsa.

Isaia ci diceva che il “Servo del Signore” viene nel mondo per compiere una certa missione e noi lo ritroviamo in tutto personificato in Gesù di Nazareth: il Figlio di Dio è colui che viene nel nome del Signore. Sebbene la profezia che abbiamo letto nella prima lettura non abbia un significato così univoco: Mio servo tu sei, Israele pare riferirsi alla collettività i Israele e non a un personaggio. Il brano risale a quando nel VI a.C. buona parte degli israeliti deportati a Babilonia, dopo decenni di cattività, si erano commisti ad altre popolazioni coi loro Dei. Tra promiscuità e sincretismo religioso avevano abbandonato l’alleanza col Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe. Solo il cosiddetto “resto di Israele” avrebbe fatto ritorno in patria, nella terra promessa da cui erano stati esiliati; tornarono ridotti all’osso e piuttosto malconci. Si trattava di un “piccolo resto” di israeliti rimasti fedeli a Dio, che avevano saputo resistere alle seduzioni dei pagani. Loro avrebbero potuto restaurare le tribù di Giacobbe, riunire i superstiti, essere luce delle nazioni. Il Signore per manifestare la sua gloria si serve dei deboli, derelitti, umanamente falliti e muta l’apparente sconfitta in un trionfo. Non è forse quanto accaduto pure a Pasqua?

La parola della croce per noi, è potenza di Dio (1Cor). Oggi leggiamo i primi tre versetti della lettera ai Corinzi che continuerà per le prossime 6 domeniche. Se i rabbini fondavano la propria autorità sugli studi, la sapienza e pure saccenza, Paolo salutando i corinzi parla in forza di una vocazione. Non viene a loro con sublimità di parola, perché questa può essere usata anche per allontanarsi dalla verità (es. la ricerca teologica diventa esercizio di fantasia).

Ciascuno di noi deve preoccuparsi di restare nella verità per rientrare in quel “piccolo resto” N.B. all’interno del recinto, in unico gregge e un solo ovile, poiché fuori di esso si trovano solo mercenari, ladri e mercanti (apostati, eretici, scismatici): i falsi profeti sempre presenti già al tempo di San Paolo, perché predetti fin da principio da Gesù Cristo. Si può discorrere a lungo su questi fautori di divisioni e discordie in nome della verità che secondo loro si trova fuori dal corpo di Cristo, come se Dio avesse abbandonato la Chiesa, oppure la Madre di Dio parli contro suo Figlio, o ci si possa autoproclamare profeti contro tutti…

Si può perdere davvero tanto tempo con certi telepredicatori ma la cosa migliore da farsi è secondo me cambiare canale e tenere lo sguardo fisso su Cristo come ce lo indica il Battista. Altrimenti se la nostra fede si fonda su ciò che dice il parroco, il vescovo, il Papa, sarebbe come andare a Messa per sentire conferenze. Invece anche il Battista ha ceduto il posto a uno più grande di lui, lui deve crescere io diminuire.

Prima della comunione ci viene presentato Cristo con le stesse parole con cui lo additò Giovanni Battista: l’agnello di Dio sul quale vengono passati i peccati del mondo per essere immolato come capro espiatorio nella nuova Pasqua. E noi rispondiamo con le stesse parole del centurione romano, prima che il Signore lo visitasse a casa sua, disse: domine non sum dignus ut intres sub tectum meum (sotto il mio tetto). In italiano diciamo di «partecipare alla tua mensa», perché lui sta alla porta e bussa (Apocalisse) Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Questa è l’intima unione a Cristo che noi aspiriamo per l’eternità e che pregustiamo qui ed ora per grazia di Dio.

Se con senso della fede ci rendessimo conto di chi abbiamo davanti, altro che trasi e niesci dalla chiesa durante la Messa… Se ci rendessimo conto di chi riceviamo, quale gel igienizzante useremmo…? Si piegherebbe ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra. Se avessimo fede quando un granello di senape riconosceremmo chi è medico e medicina dell’anima e, possiamo fidarci, anche del corpo.

ZEN, colpi contro la Chiesa di San Filippo Neri

Quando la violenza sfida la memoria e la coscienza.

Non si placa l’ondata di violenza che sta colpendo il quartiere ZEN di Palermo e che, questa volta, ha preso di mira un luogo simbolo di fede, aggregazione e speranza: la chiesa di San Filippo Neri. Un atto grave, inquietante, che va ben oltre la semplice “bravata”.

Come riportato da un quotidiano online, «ignoti hanno sparato contro l’ingresso secondario, in via Fausto Coppi. Le pallottole hanno raggiunto i muri e il quadro elettrico che si trova nell’area del teatro interno all’edificio sacro». Parole che descrivono un gesto violento e mirato, su cui anche padre Giovanni Giannalia non nasconde la propria amarezza: «A questo punto non credo più si tratti di una bravata. Purtroppo qui è necessario un intervento sinergico da parte delle istituzioni».

A padre Giovanni, alla comunità parrocchiale e a tutti coloro che ogni giorno operano nello ZEN, va la piena solidarietà e la vicinanza nella preghiera di quanti scrivono e collaborano con PADD.IT, nella consapevolezza che colpire una chiesa significa colpire l’intero tessuto umano e sociale del quartiere.

Ma questi fatti, per quanto dolorosi, evocano una memoria che a Palermo non può e non deve essere rimossa. Il pensiero corre inevitabilmente a Padre Pino Puglisi, oggi Beato e martire della Chiesa cattolica, ucciso a Brancaccio per aver incarnato fino in fondo il Vangelo della giustizia, della dignità e della liberazione dal giogo mafioso. Sorge allora una domanda amara: lo ZEN vuole forse anche lui il suo martire, come già accaduto a Brancaccio?

È una domanda che dovrebbe scuotere le coscienze di chiunque, soprattutto di chi si rende autore di simili gesti. Perché una cosa va detta con chiarezza: non esistono, al mondo, statue, lapidi, medaglie o libri che celebrino chi compie atti vili e indegni come questi. Non c’è onore nella violenza, non c’è rispetto che possa essere conquistato sparando contro una chiesa o intimidendo chi lavora per il bene comune. C’è solo disonore.

Gli aguzzini, i mandanti, gli assassini come fu per i carnefici di Padre Pino Puglisi restano e resteranno confinati nelle carte processuali, marchiati da una vergogna indelebile. Al contrario, il messaggio evangelico di Padre Puglisi continua a vivere, a camminare per le strade dei quartieri più difficili, ad amplificarsi nei secoli dei secoli come seme di speranza e di riscatto.

C’è poi un ulteriore paradosso in questa cronaca di gesta indegne, chi le compie dimostra una totale assenza di lucidità. Attirare su di sé l’attenzione delle forze dell’ordine, dell’opinione pubblica e perfino di quella malapolitica troppo spesso complice, per scambio di voti, nei quartieri più fragili, significa costringere tutti anche i più ambigui a prendere posizione. Una posizione umana, non balorda, in difesa della legalità e della convivenza civile.

La risposta più forte, però, arriva ancora una volta dalle parole e dall’esempio di chi non arretra. Nel toccante video diffuso in queste ore, padre Giovanni Giannalia si rivolge agli autori di questi gesti con un invito disarmante e radicale: convertitevi. È un appello che non invoca vendetta, ma cambiamento; non repressione cieca, ma coscienza e responsabilità.

Perché solo così lo ZEN potrà scrivere una storia diversa. Non di violenza e paura, ma di dignità, memoria e speranza.

Coro Polifonico Belìce Canto: una voce corale che cresce e racconta il territorio

Coro Polifonico Belìce Canto

Nel panorama delle realtà culturali della Valle del Belìce, il Coro Polifonico Belìce Canto rappresenta oggi una delle esperienze più vive, autentiche e in continua evoluzione. Una formazione che, pur avendo ufficializzato la propria identità come Associazione di Promozione Sociale nel 2023, affonda le radici nel 2019, anno in cui nasce come gruppo corale animato da passione, studio e desiderio di condivisione musicale.

Non si tratta di un coro parrocchiale, ma di una realtà indipendente che opera principalmente nel territorio del Belìce, estendendo però la propria attività ben oltre i confini locali. Il Belìce Canto può infatti vantare concerti nella Città Metropolitana di Palermo e la partecipazione a numerose rassegne corali in tutta la Sicilia, confermandosi come un ambasciatore culturale del territorio.

Composto da oltre venti elementi, numero in costante crescita, il coro propone un repertorio ampio e versatile, che spazia dal sacro al profano, includendo anche canti popolari di diversa provenienza, sapientemente arrangiati per coro. Particolarmente suggestivo è l’innesto, all’interno di alcuni brani, di parti strumentali eseguite dagli stessi coristi, con l’uso del clarinetto e della chitarra, una scelta che arricchisce il tessuto sonoro e rende le esecuzioni ancora più coinvolgenti.

Il Coro Polifonico Belìce Canto è presenza attiva in rassegne promosse da enti locali, oltre che in convegni e mostre, dimostrando una chiara vocazione alla diffusione culturale e alla partecipazione sociale. Tra gli appuntamenti più significativi e ormai identitari spicca il “Concerto sotto le stelle”, giunto alla quarta edizione, evento che unisce musica e memoria, con una particolare attenzione alla valorizzazione del vecchio centro di Salaparuta, con i suoi ruderi dal sisma del 1968. Un luogo simbolo, che attraverso la musica torna a vivere e a raccontare la storia di una comunità resiliente. Di questo evento resta traccia anche nel primo articolo pubblicato sul web da Reference Post, testimonianza dell’attenzione mediatica crescente verso il progetto.

Non mancano, nel calendario del coro, i concerti nei periodi festivi, in particolare quelli natalizi, così come le iniziative rivolte a un pubblico speciale: persone che non possono seguire i concerti tradizionali, ma che attraverso la musica ritrovano un senso di appartenenza e di vicinanza alla comunità. Emblematica, in tal senso, è la presenza del coro presso la Casa Albergo per Anziani di Salaparuta, dove come spesso accade un’immagine vale più di mille parole.

Dal 2022, il coro si avvale della direzione del soprano Antonella Urso, figura di spicco nel panorama musicale, la cui guida ha contribuito a una crescita evidente sotto il profilo tecnico ed espressivo.

È doveroso, a questo punto, citare i meravigliosi componenti del coro, scusandoci sin d’ora per eventuali involontarie omissioni, che potranno essere segnalate via email per una pronta rettifica.

Soprani:
Anna Avvocato, Anna Maria Berveglieri, Paola Capo (corista e clarinettista), Neliana Milazzo, Mariagrazia Sanfilippo, Antonella Prima, Patrizia Santangelo, Rosa Troia, Jhasmine Valenti.

Mezzi Soprani:
Francesca Navarra, Maria Pia Cacioppo, Pieralba Salvaggio, Irene Santangelo, Francesca Oliveri.

Tenori:
Nicola Di Liberto (corista e chitarrista), Vincenzo Drago, Danilo Sanzone, Bartolo La Rocca, Stefano Drago.

Bassi:
Rosario Corte, Giuseppe Palazzolo, Salvatore Palermo.

Le più recenti esibizioni a Menfi, Partanna, Alcamo e Salaparuta confermano un percorso artistico coerente e in costante maturazione.

Noi di Padd.it, pur consapevoli delle nostre capacità e delle risorse limitate, abbiamo ritenuto doveroso recensire questa realtà di canto, cultura e promozione territoriale, augurando al Coro Polifonico Belìce Canto un lungo e fecondo cammino. Ci auguriamo, inoltre, che le amministrazioni locali sappiano riconoscere e sostenere esempi virtuosi come questo, veri e propri biglietti da visita del territorio, capace di raccontare una Valle del Belìce meravigliosa, viva e ricca di energia.

Di seguito un breve video di presentazione del coro a fine del concerto natalizio a Partanna (TP) con l’intervento dell’Amministrazione Comunale.

oltre ciò che appare

Solennità dell’Epifania (A)

“Epifania” in greco significa apparizione/manifestazione del Signore: la gloria del Signore apparirà su di te, ha detto Isaia. In Oriente dove è nata celebrava il Natale stesso, mentre in Occidente l’epifania venne accolta solo nel IV secolo per celebrare – dopo la nascita del Salvatore – la chiamata universale di tutti i popoli alla salvezza in Cristo.

La profezia che si realizza dopo la nascita del Messia vede Israele come casa di molti popoli, perché i magi erano estranei e lontani al popolo d’Israele e ad esso affluivano per adorare il Salvatore del mondo. Questa è la visione che proclama il profeta Isaia, tutti i popoli – e non più solo gli israeliti – in pellegrinaggio verso la città santa Gerusalemme. I gentili sono chiamati a partecipare alla stessa eredità e a formare lo stesso corpo, dice San Paolo agli efesini: la Chiesa, una famiglia per tutte le genti riunite in un’unica comunità.

L’epifania segue il Natale perché abbiamo adagiato il Bambinello in una mangiatoia, non su un trono o un alto monte. Nella grotta/stalla di Betlemme non c’erano folle alla nascita di Gesù, la manifestazione “ufficiale” del Divino Bambino si ha non coi pastori che colà pascolavano le pecore, ma coi magi. Dei Re Magi noi abbiamo una certa immagine trasmessa dalla tradizione (il Vangelo p.e. non li chiama “re”). Gaspare giovane, Baldassare adulto, Melchiorre anziano, provenivano da Africa, Asia ed Europa (tutto il mondo conosciuto); di carnagione bianca, nera, gialla (tutte le genti). Le loro spoglie mortali furono conservate prima a Costantinopoli, poi Milano e dal 1162 a Colonia in Germania. I Magi erano i saggi dell’epoca, esperti nelle scienze di allora, sapevano leggere gli astri, conoscevano la matematica e l’alchimia. I magi sono il simbolo degli uomini di tutto il mondo che si lasciano guidare dalla luce di Cristo. Immagine della Chiesa composta da gente di ogni razza, tribù, lingua, popolo, nazione; perché il Signore Gesù è venuto a salvare tutto il mondo, per questo si è sacrificato per noi e per tutti in remissione dei peccati.

La stella però di cui parla l’evangelista Matteo viaggiando da nord a sud (da Gerusalemme a Betlemme) non poteva essere una cometa, si riferiva alla profezia contenuta nel libro dei Numeri: Una stella sarebbe spuntata dalla stirpe di Giacobbe, diceva Balaam, 1200 anni prima della nascita di Gesù. I magi che vengono assieme dall’Oriente verso Occidente cercano idealmente quella stella. Diceva ancora Isaia nella prima lettura che tutti i popoli si sarebbero messi in cammino verso la città santa portando doni per il Re del cielo: uno stuolo di cammelli ti invaderà portando oro e incenso. Oro che indica la regalità di Cristo, incenso per onorare la divinità, mirra per profumare l’uomo (RE-SACERDOTE-PROFETA).

Matteo scriveva il suo Vangelo quando (80 d.C.) i pagani – greci e romani – erano entrati in massa nella Chiesa. Voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli è infatti è la nostra pace [ha pacificato le contese per fare] dei due un popolo solo. Gli Atti degli Apostoli – che leggiamo nel tempo di Pasqua – ci dicono come anche a loro viene fatto il dono dello Spirito Santo per riconoscere che Gesù è il Signore, come dice San Paolo; il dono della fede ci è fatto per riconoscere la Verità e credere in Colui che il Padre ha mandato. Che Gesù fosse il Cristo lo aveva capito anche Erode nella sua malvagità…

Chi il 25 dicembre ha celebrato Babbo Natale oggi coerentemente festeggia la befana. Non credo sia una questione di cultura o ignoranza: dipende dall’intelligenza. Insigni antropologi pensano che gli artigiani di presepi a Napoli producono divinità per il popolo, non importa se vere o fasulle, è bello crederci… Io queste produzioni le considero molto più salutari di quegli idoli pagani venerati dal mondo e mi spiace per loro che non colgano la sostanza che rappresentano. Se Gesù è il Cristo rispondiamo con la fede. Chi ha seguito Gesù dopo le sue manifestazioni pubbliche, è perché ha colto il senso profondo di quanto appariva esteriormente. Diversamente rendiamo vana la sua venuta e restiamo nei peccati.

Parrini all’inferno

Parrini all'inferno

La storia di un prete, o molti preti che si ritrovano all’inferno

Lo ammetto forse è una provocazione e forse no, forse é solo l’inizio, l’idea e il tentativo di scrivere un libro la cui traccia sostanziale è descritta sinteticamente in questo articolo.

Turbato da molti accadimenti in luoghi di culto storici, mi sono chiesto se non era il caso di abbozzare e provare a scrivere un libro che in qualche modo contenesse ciò che la mia sensibilità ha percepito come scandalo.

A Voi miei cari Amici e lettori l’ardua sentenza, ricordando a tutti che è possibile anche scrivere commenti che verranno letti e se non offensivi verranno pubblicati. Buona lettura.

Don Parrini morì all’improvviso, senza nemmeno il tempo di un’ultima preghiera. Quando riaprì gli occhi, non c’erano né luce né silenzio, ma un cammino grigio che sembrava non finire mai. Camminava, e più avanzava più una domanda gli batteva in testa: Perché sono qui?

Aveva sempre parlato di amore, di accoglienza, di ponti tra le fedi. Non aveva forse fatto del bene?

Dalle ombre emerse un’anima curva e stanca che lo fissava con attenzione. Poi lo riconobbe.
«Padre Parrini… si ricorda di me? Ero uno dei suoi parrocchiani.»

Il prete si fermò, sollevato e confuso allo stesso tempo. «Dimmi allora perché mi trovo in questo luogo.»

L’anima sospirò. «Perché ha confuso l’amore con l’indifferenza. Diceva che tutte le religioni portavano alla salvezza, e così ha smesso di custodire ciò che le era stato affidato.»
Poi aggiunse: «Si ricorda quando permise un banchetto in chiesa? Tavoli, rumore, cibo… c’erano delle tombe in chiesa, c’erano delle reliquie, un luogo sacro per elevare l’anima con la preghiera. Un gesto generoso, sì, ma senza rispetto, come mangiare in un cimitero.»

Don Parrini abbassò lo sguardo. Capì allora che non era stato condannato per aver aiutato i poveri, ma per aver dimenticato il senso del luogo e del sacro, scambiando il rispetto per rigidità e la fedeltà per chiusura.

Il cammino continuò, più pesante di prima.

Morale:
Il bene non basta se perde memoria e significato: l’apertura senza discernimento diventa smarrimento, e il rispetto è parte essenziale dell’amore.

(la copertina di questo ipotetico libro è stata realizzata usando l’IA)