Le Schegge di Antonino Sala

Antonino Sala

Libero pensiero e libera critica nel segno della profondità

Nel panorama sempre più affollato del web, dove spesso l’opinione si confonde con il rumore e la riflessione viene sacrificata alla velocità, il blog personale “Le Schegge di Antonino Sala” rappresenta una presenza controcorrente: sobria nella forma, essenziale nella struttura, ma di notevole spessore culturale, filosofico e spirituale nei contenuti.

Il blog si presenta con una linearità volutamente priva di orpelli, lasciando che siano i testi a parlare. Ed è proprio qui che risiede uno dei suoi punti di forza: ogni articolo è una “scheggia” di pensiero che invita il lettore a fermarsi, riflettere, dialogare interiormente. Non slogan, ma argomentazioni. Non provocazioni fini a sé stesse, ma libera critica radicata in una visione profonda dell’uomo e della realtà.

Un autore dal profilo autorevole (e molto altro ancora)

Dietro questo spazio di pensiero c’è Antonino Sala, nato a Roma nel 1974 da un’antica famiglia di Burgio, in Sicilia. Ingegnere e professore di ruolo di Fisica a Palermo, Sala vanta un curriculum di tutto rispetto: è stato componente del Senato Accademico dell’Università degli Studi di Palermo, del Consiglio di Amministrazione dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio della Regione Siciliana e dell’AST–Aeroservizi. È Accademico benemerito dell’Accademia Siciliana di Studi Umanistici, presidente dell’Accademia San Nicolò, cofondatore del Premio “Ruggero Burgio” e segretario del Premio “Mons. Giuseppe Petralia. Vescovo e Poeta” del Comune di Bisacquino.
È inoltre editorialista per il quotidiano nazionale L’Opinione delle Libertà.

Ma questo profilo, già di per sé significativo, non esaurisce la ricchezza del suo percorso, che si estende ben oltre quanto qui sinteticamente richiamato. Per chi desidera approfondire, il rimando diretto è al suo blog:
Le Schegge di Antonino Sala [link al blog]

Idealismo Quantico Dialogico: filosofia della relazione

Uno degli elementi più originali del pensiero di Sala è il progetto filosofico denominato Idealismo Quantico Dialogico (IQD). Si tratta di un quadro teorico che intreccia idealismo classico e suggestioni della fisica quantistica, ponendo al centro la relazione e il dialogo come struttura portante della realtà.

Nell’IQD la realtà non è un insieme di oggetti isolati, ma un tessuto dinamico di rapporti tra coscienze. Ogni evento diventa un atto relazionale che incide sull’intero sistema, in una metafisica che richiama concetti di libertà, responsabilità e “collasso” delle possibilità nella realtà condivisa. Una riflessione che unisce filosofia, epistemologia ed etica, e che trova nel blog una forma comunicativa sorprendentemente chiara e accessibile, pur nella complessità dei temi affrontati.

Un blog che parla anche allo spirito

Tra gli ultimi contenuti pubblicati, merita una menzione particolare l’articolo in cui Antonino Sala condivide pubblicamente la benedizione apostolica ricevuta da Papa Leone XIV. Un testo sobrio, privo di enfasi celebrativa, ma carico di significato spirituale e umano, che testimonia come il blog non sia solo uno spazio di elaborazione teorica, ma anche di testimonianza personale e interiore.
[link all’articolo sulla benedizione apostolica]

Allo stesso modo, è interessante richiamare l’attenzione su un altro contributo recente apparso su PADD.IT, dedicato al convegno tomista svoltosi a Sant’Antonio Abate a Palermo, evento culturale di alto livello che ha visto il dialogo tra tradizione filosofica e riflessione contemporanea. Un ulteriore segno della vivacità intellettuale e dell’impegno culturale che ruota attorno alla figura di Sala.
[link all’articolo PADD.IT sul convegno tomista]

Un invito ai nostri lettori

In conclusione, invitiamo i lettori di PADD.IT, che continuano a seguirci con crescente interesse – testimoniato dall’aumento costante di articoli e visualizzazioni – non solo a mantenere il nostro sito tra i preferiti, ma anche ad aggiungere “Le Schegge di Antonino Sala” ai propri riferimenti abituali.

È un blog che non rincorre le mode, ma costruisce pensiero, con rigore, libertà e profondità.
Da parte nostra, possiamo dirlo senza esitazione: lo terremo d’occhio.

Hic jacet in praesepio, qui regnat sine termino, alleluia

4^ dom. Avvento (A)

La Parola di Dio di quest’ultima domenica di Avvento sembra unire le due solennità di dicembre (Immacolata e Natale) in un modo commovente, da contemplare con stupore e in silenzio. La vergine concepirà e partorirà un figlio. Nella cappella dell’Immacolata (in Sant’Ignazio m. all’Olivella) abbiamo proprio le due statue di marmo del profeta Isaia e del re Davide che precorsero il futuro messia promesso per mezzo dei profeti nelle sacre Scritture e nato dalla stirpe di Davide secondo la carne (2^ lettura).

L’evangelista Matteo si rivolgeva ai giudei, volendo puntualmente mettere in evidenza come Gesù portasse a compimento le profezie dell’Antico Testamento. In tal senso interpreta le parole di Isaia della prima lettura, citandole letteralmente in questo brano. Anche di questo momento descritto (“annunciazione a San Giuseppe”) abbiamo un raffigurazione su tela nella parete della cappella della Santa Famiglia. Prima che andassero a vivere insieme – dopo l’annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria, sicuramente di rientro dalla visita a sua cugina Elisabetta, anch’essa incinta di Giovanni Battista – Giuseppe trova Maria già in gravidanza. Un fatto gravissimo concepire al di fuori del vincolo coniugale, che per la legge di allora comportava espulsione e allontanamento dalla comunità. La vita umana se è frutto di amore si accoglie in un legame stabile, non in un contesto di passaggio. Mentre Giuseppe medita il modo di evitare le gravi conseguenze, l’angelo gli appare per dirgli che il bambino dovrà chiamarsi Jeshua (“Dio salva”) perché sarà l’Emmanuele (il “Dio con noi”).

Termini diversi per esprimere il mysterion – dirà San Paolo – che si sta realizzando in queste eventi salvifici. Venendo in chiesa a Natale celebriamo il mistero di Dio che si fa uomo per salvare il suo popolo dai suoi peccati: salvarci dal baratro di morte cui ci conduce il nostro peccato. Non basta vederlo o sentirlo dire sugli schermi, bisogna muoversi per andare incontro al Signore che viene con l’urgenza proclamata dal Battista, o da San Leonardo di Porto Maurizio quando incitava a fare come gli angeli che si affollano attorno a ogni Messa: correte alle chiese! Nelle chiese il Dio-con-noi si rende realmente presente, dopo che ha promesso di restare con noi tutti i giorni sino alla fine del mondo: l’Emmanuele apre e chiude il Vangelo di Matteo.

In chiesa non andremo certo per abitudine o rito sociale. Noi incontriamo il nostro Dio e tocchiamo il cielo con un dito ogni volta che ci convertiamo, prendendo coscienza del male che ci abita. Quale modo migliore di preparare le vie del Signore nei nostri cuori se non pregando con più fervore e praticando atti di mortificazione? Così si libera la nostra mente dalle distrazioni e il nostro cuore dagli affetti sbagliati. Il cardinale Burke nella sua meditazione sull’Avvento ha dato una bella indicazione: Confessando i nostri peccati, grandi o piccoli che siano, purifichiamo e dilatiamo il nostro cuore affinché Cristo possa prendere più pienamente dimora con noi e in noi. Con l’assoluzione dei nostri peccati nel sacramento della Penitenza, Nostro Signore ci viene incontro e vive con noi, assistendoci nell’opera di riparazione, affinché la sua misericordia e il suo amore si radichino sempre più profondamente nei nostri cuori.

Se non ricorriamo al sacramenti, il 25 c.m. a vedere un bambino di resina non succederà niente, sarà un’immagine in più tra gli addobbi di Natale. Noi cattolici sappiamo bene che di Gesù non ci è rimasta solo un’immagine. Il verbo di Dio si è fatto carne e chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Parole di Gesù che ognuno sperimenta nel proprio personale rapporto con Dio.

Il convegno tomista di Sant’Antonio Abate: ora la parola ai protagonisti

Dopo aver raccontato l’annuncio e il significato del XXIX Convegno Nazionale di Studi “La luce della sapienza nel magistero di San Tommaso d’Aquino”, svoltosi nella storica Chiesa di Sant’Antonio Abate del Senato Palermitano, manteniamo oggi la promessa fatta nel nostro primo articolo [QUI IL LINK AL PRIMO ARTICOLO].

Abbiamo infatti documentato l’intero evento con riprese video, scegliendo ora di condividere gli interventi singolarmente, seguendo l’ordine del programma ufficiale, per permettere a tutti di apprezzare con calma la ricchezza dei contributi proposti.

Un convegno guidato con rigore e misura

A presiedere e introdurre i lavori è stato il professor Tommaso Romano, presidente della Fondazione Thule Cultura e dell’ASCU, che ha svolto un ruolo centrale per tutta la durata del convegno. La sua moderazione, sempre puntuale, elegante e mai invasiva, ha permesso un dialogo armonico tra discipline diverse, mantenendo alta l’attenzione del pubblico e valorizzando ogni relatore. Un lavoro discreto ma fondamentale, che ha dato unità e respiro all’intera giornata.

I saluti istituzionali e l’apertura dei lavori

Dopo l’apertura ufficiale, i saluti istituzionali hanno sottolineato l’importanza culturale dell’iniziativa per la città di Palermo e per il mondo accademico, ribadendo il valore di San Tommaso d’Aquino come punto di riferimento ancora attuale nel dibattito tra fede, ragione e società contemporanea.

La Lectio Magistralis di Mons. Gaetano Tulipano

Uno dei momenti più intensi e carichi di elevazione spirituale è stato senza dubbio la Lectio Magistralis di Monsignor Gaetano Tulipano, protonotario apostolico soprannumerario e docente di teologia dogmatica. La sua riflessione sulla teologia perennis di San Tommaso ha creato un clima di profondo ascolto e raccoglimento, trasformando la chiesa in uno spazio non solo di studio, ma anche di meditazione viva e condivisa.

Filosofia, letteratura e politica nel solco tomista

Si sono poi susseguiti gli interventi di:

  • Avv.Prof.Giovanni Condello, dell’Ordine Teutonico di Santa Maria degli Alemanni;
  • Prof. Ciro Romano, Magnifico Rettore e Presidente del CdA dell’Università Popolare Cattolica “Montemurro-D’Ippolito” di Portici (Na);
  • Prof. Carmelo Muscato, che ha esplorato le fonti greche di Agostino e Tommaso;
  • Prof. Daniele Fazio, con una lettura stimolante del tomismo presente in Dante Alighieri;
  • Prof. Antonino Sala, che ha approfondito il tema sempre attuale del rapporto tra ragione e fede;
  • Prof. Tommaso Romano, tornato come relatore per analizzare le forme del regime politico in San Tommaso;
  • Prof. Francesco Pira, che ha messo in luce i riflessi sociali del pensiero tomista nella realtà contemporanea;
  • Prof.ssa Anna Maria Lo Piccolo, con un intervento dedicato al De Magistro.

Ogni contributo ha aggiunto un tassello prezioso a un mosaico ricco e coerente, capace di parlare tanto agli studiosi quanto al pubblico non specialistico.

L’attesa per l’intervento di Ciro Lomonte

Particolarmente atteso era l’intervento dell’architetto Ciro Lomonte, che purtroppo, per motivi di salute, non ha potuto essere presente. Il suo contributo, tuttavia, è stato in parte condiviso, permettendo comunque al pubblico di cogliere il valore della sua riflessione sul tema dell’arte e dell’analogia in San Tommaso d’Aquino.

Musica e conclusioni

A impreziosire la mattinata, il concerto dell’arpista Ginevra Gilli, che ha offerto un momento di pausa contemplativa, perfettamente in sintonia con lo spirito del convegno.

Il nostro impegno come PADD.IT

Come PADD.IT, abbiamo scelto di documentare questo evento con mezzi semplici, in modo amatoriale ma autentico, con l’unico intento di lasciare una traccia concreta di una giornata che resterà nella storia recente di una chiesa così importante per Palermo.

Vi lasciamo quindi ora alla sequenza dei vari interventi video che stiamo caricando sul canale poco per volta e dopo aver effettuato il rendering dei video stessi, chiedendo fin da subito scusa per eventuali limiti tecnici delle riprese, ma certi del valore culturale e umano di quanto è stato condiviso in questa straordinaria occasione.

E’ possibile raggiungere e leggere l’intervento del Prof. Antonino Sala direttamente dal suo BLOG [CLICCANDO QUESTO LINK]

L’intervento dell’Arch. Ciro Lomonte non è stato letto integralmente per problemi legati al tempo, ci sembra doveroso per completezza riportare il link al testo integrale pubblicato su Academia.edu basterà [CLICCARE QUESTO LINK]

Assumpsit carnem Filius, alleluia

3^ dom. Avvento (A)

Domenica scorsa Giovanni Battista annunciava che il regno di Dio è vicino. Oggi scrive San Giacomo: La venuta del Signore è vicina. A metà del tempo di Avvento si intravede la fine e, nella domenica in gaudete, come a metà quaresima la domenica in laetare, il colore viola si mitiga in rosaceo. In un cammino quando si scorge l’arrivo ci si sente sollevati, si pregusta qualcosa della gioia che dà il traguardo. Questo dà la motivazione giusta per sforzarsi di andare avanti, perché noi – come gli israeliti di allora – abbiamo la certezza che il Signore si manifesterà a tempo opportuno: quando venne la pienezza del tempo (San Paolo).

Dio ha compiuto quei messaggi di speranza proclamati dai profeti in momenti talmente critici e catartici da essere ragionevolmente incredibili. Isaia invita alla gioia mentre la città santa Gerusalemme è rasa al suolo, sono rimasti solo vecchi e malati, le classi dirigenti sono deportate a Babilonia… In uno scenario di simile tristezza poteva sembrare solo una pia illusione pensare alla gloria del Libano, lo splendore del Carmelo, la magnificenza del nostro Dio quando attorno si vedono macerie fumiganti. Eppure San Giacomo nella 2^ lettura ci ha detto di prendere a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlano nel nome del Signore. Come sperare tanto nel bel mezzo della desolazione? È possibile solo se si crede nell’onnipotenza di Dio, più forte del male degli uomini. Per questo chi crede in Dio (confida in lui) non si abbatte, non si rassegna, rimane fedele nella tribolazione, si prodiga nelle buone opere perché venga il regno di Dio. In questo senso San Giacomo nella seconda lettura suggerisce il modello dell’agricoltore che attende il frutto dalla terra, non stando con le mani in mano (acqua, erbacce, parassiti, potatura…).

Così si adoperano gli operai nella vigna del Signore, mentre nel Vangelo di oggi il Battista osserva che si stanno proprio avverando le profezie di Isaia: Salterà lo zoppo, griderà il muto – Gesù conferma: gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti… Dalla prigione Giovanni Battista aveva mandato i suoi discepoli da Gesù a chiedere informazioni, perché evidentemente c’erano delle perplessità: il messia che si presentava in Gesù non era come ce lo si aspettava. Quale re sulla Terra abbiamo mai visto coronato di spine? L’immagine di messia che le guide del popolo avevano descritto fino ad allora, con scettro di ferro doveva ristabilire la giustizia e riscattare Israele. Scribi e dottori della legge avevano travisato i profeti e pare che poi non abbiano imparato nulla se hanno continuato ad arrogarsi la stessa autorità dei profeti, dicendo che non sarebbero neanche serviti se Israele avesse rispettato l’alleanza.

Gesù è un messia che appare indifeso dalla nascita e inerme sulla croce. Perché è venuto non per condannare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui, accogliendo il suo messaggio di verità che, con la forza della sua parola, trasforma i cuori dei credenti, delle genti e il mondo. Chi aspettava un capo energico e severo che sbaragliasse i nemici, in Gesù ha potuto invece conoscere il re adorato dai magi, il figlio di Dio accreditato presso di noi coi miracoli, il servo sofferente e l’agnello mansueto condotto al macello predetto proprio da Isaia. Il Battista e quanti altri giudei hanno creduto in Gesù, hanno vinto le loro perplessità mettendo in discussione le proprie certezze, da poter dire: Ha fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e parlare i muti.

Chi ha colto il volto nuovo di Dio che il Padre ha voluto mostrare nel suo Figlio – nella progressività della rivelazione dall’Antico al Nuovo Testamento – è entrato in una nuova prospettiva: per rinnovare la faccia della Terra la forza che vince il mondo è l’amore di Cristo crocifisso che converte i cuori. Festeggeremo un buon Natale se ci convertiamo e crediamo al Vangelo con la stessa urgenza che annunciava Giovanni Battista. È questo il modo di accogliere il Signore che viene a illuminare le menti e pace infondere nei cuor.

Un occhio ad un semplice racconto d’ingiustizia tra due stirpi

occhio alla storia

La morale del racconto, il paragone e la perdita di dignità

Nella valle di Arginia, tra colline di ulivi e campi di grano dorato, vivevano da secoli due antiche famiglie: la stirpe Ismare, nota per la sua ricchezza, il suo potere e le sue abilità mercantili, e la stirpe Palès, gente semplice, artigiani, agricoltori e pescatori che conoscevano per nome ogni radice dei loro campi.

Per generazioni le due famiglie avevano condiviso feste, raccolti e perfino matrimoni.
Fino al giorno in cui la stirpe Ismare, divenuta potentissima, iniziò a sostenere che parte delle terre dei Palès un tempo fosse appartenuta ai loro lontani antenati.

All’inizio furono soltanto parole. Poi confini spostati di notte. Poi edifici costruiti a metà sul terreno dei Palès, “per errore”, dicevano gli Ismare.

Quando i Palès protestarono, lo fecero con dignità, appellandosi alle leggi della valle e alla solidarietà dei vicini. Ma la stirpe Ismare era così influente che i giudici temporeggiarono, e le altre famiglie chi per paura, chi per comodo voltarono lo sguardo altrove.

La situazione precipitò quando alcuni membri degli Ismare, sentendosi intoccabili, usarono la forza. Molti Palès persero casa, terra e perfino la vita. Tuttavia, nonostante la disperazione, continuarono a credere che un giorno la giustizia avrebbe parlato, e che i soprusi non avrebbero potuto durare in eterno.

Gli anni passarono, e gli Ismare costruirono perfino una loro piccola milizia privata. Ogni volta che temevano di perdere prestigio, calpestavano nuovamente i Palès, convinti che il potere potesse zittire anche la memoria.

Ma tra le polveri delle case distrutte e i solchi dei campi rubati, la stirpe Palès continuò a tramandare ai propri giovani una sola certezza:

“Nessuna ricchezza fondata sul dolore dei deboli sopravvive al giudizio del tempo.”

La morale

Le civiltà si misurano non dalla forza dei più potenti, ma dalla giustizia con cui trattano i più fragili. Chi prospera opprimendo, costruisce su sabbie che prima o poi crolleranno; chi resiste con dignità, anche se ferito, porta in sé la promessa del domani.

Il paragone con le sostituzioni.

Proviamo adesso a sostituire le parole famiglia con popoli o nazioni e i nomi delle famiglie Ismaele con Israele e Palès con Palestina, il racconto ci sembrerà purtroppo tristemente reale, ed è questo il vero racconto che sta alle origini di tutto il male che oggi assistiamo.

La perdita della dignità.

Non voglio offendere l’intelligenza di nessuno anche perché sono convinto che la verità è una sola e chi sostiene il falso o lo fa per una totale ignoranza o perché avalla l’ingiustizia e per cui è senza alcun dubbio privo di dignità. Quando si giustifica il comportamento di certe famiglie chiamando in causa perfino l’antisemitismo, sappiate che proprio davanti a voi c’è esattamente l’antisemita per definizione. I popoli semiti per definizione sono gli Arabi e quindi i Palestinesi e anche gli Ebrei, appoggiare quindi il sionismo radicale che è l’equivalente se non peggiore del nazismo germanico, vuol dire essere per definizione anche antisemiti.

Per correttezza riporto anche questa cattura di Google che non stravolge il concetto di ingiustizia e sopraffazione con la violenza di un popolo su un altro popolo.

Mi permetto in questo mio articolo che sfocia su paragoni e senso etico, di condividere un video documentario in risposta ai tanti cittadini del mondo che ormai non approfondiscono più determinati temi e si fermano a vedere solo gli ultimi episodi di un reality sanguinoso, dove il regista in quella puntata ha deciso di far passare il carnefice per vittima e lo spettatore illuso non può che prendere le sue difese, peccato che mancano da vedere le prime 400 puntate.

consolamini popule meus,cito veniet salus tua

2^ dom. Avvento (A)

Un lungo brano in versi continua la lettura di Isaia che accompagna questo tempo di avvento. Un poema che descrive una realtà idilliaca, simile proprio al giardino dell’Eden prima del peccato originale dei nostri progenitori. Queste parole vengono espresse però in un momento drammatico, quando la dinastia del Re Davide non era più forte come un cedro del Libano. Per Cristo Re abbiamo letto l’elezione di Davide a re d’Israele: era un uomo di umili origini, nato a Betlemme (come il futuro messia). Si innestò nell’albero genealogico che porterà a Gesù Obed generò Iesse e Iesse generò Davide [progenitore di Giuseppe, padre di Gesù]. Il tronco di Iesse è un albero genealogico che in momenti di crisi pareva reciso: quando per es. Nabucodonosor fece prigioniero Ioiachin, ultimo rampollo della casa di Davide, Ezechiele profetizzò che il Signore raccoglierà l’ultimo ramoscello dell’albero e lo pianterà sul monte di Sion. Secondo le promesse del Signore, dalla radice di Iesse è spuntato un albero vigoroso: Cristo è la vite dalla quale viene la vitale linfa per noi tralci. Il germoglio infatti è cresciuto come il seme del regno di Dio, è diventato il popolo di Dio: la Chiesa che espande nel mondo la nuova società annunciata da Isaia.

Il popolo può essere questo lievito per il regno di Dio perché assistito dallo stesso spirito del Signore che ha illustrato Isaia enunciando sei doni, ai quali San Paolo aggiungerà la pietà: sapienza e intelletto hanno caratterizzato per primo il re Salomone, consiglio e fortezza furono dimostrate dal governo di Davide, scienza e timor di Dio furono virtù dei patriarchi che per primi si misero in cammino.

Giovanni battezza con acqua, Gesù in Spirito Santo e fuoco. L’ultimo dei profeti Giovanni Battista, precursore del messia, annuncia che il regno di Dio è vicino: Dio si sta per fare ancora più vicino al suo popolo, si fa prossimo a ciascuno mandando il suo divin figlio. È questo l’evento al quale il Battista vuole preparare, con la venuta del Cristo nel mondo sono iniziati i tempi ultimi che si concluderanno col suo ritorno alla fine dei tempi. Non sappiamo quando arriverà la fine del mondo (non lo sanno né gli angeli né il figlio dell’uomo – dice Gesù), la nostra preoccupazione nel tempo di avvento è prepararci ad incontrare il Salvatore della nostra vita. Lo vedremo rappresentato in tante immagini ma potrà nascere nel cuore di ciascuno solo attraverso una rinnovata conversione.

La conversione non accade per caso o per folgorazione: la parabola di domenica scorsa ci ha detto che vengono “prese” (salvate) le persone più attente, che attendono la manifestazione del Signore. La scure è posta alle radici del male al fondo di ogni cuore, vanno recise perché con li ventilabro restino solo le perle preziose, le opere buone. Quindi fate frutti degni di conversione (Battista). Decidetevi ad andare a Messa la domenica per meditare su ciò che il Signore dice alla vostra vita, chiedetevi cosa potete fare per Dio, cosa vuole da voi, state attenti a come il Signore parla alla vostra vita. Gesù è venuto nella carne 2022 anni fa, noi viviamo nel tempo dello Spirito in cui si rende presente sacramentalmente; siamo in chiesa appunto per questo: andiamo incontro al Signore che viene a Natale confessandoci e facendo la comunione.

Conversione è prendere coscienza del proprio peccato e poi affidarlo alla misericordia di Dio. Chi ritiene di non aver bisogno di Dio, cosa celebra a Natale? A cosa serve rendere culto a Dio in modo freddo e distaccato? Il tempo forte di avvento ci prepara a un evento importante. Al termine dell’avvento noi non andremo in chiesa per dovere o per convenienza sociale, ma perché avremo compreso che viene nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo e chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita

Il sonno della ragione genera mostri

il sonno della ragione

Gli episodi dell’assalto al quotidiano torinese «La Stampa» e delle scritte vandaliche che hanno imbrattato con slogan pro Palestina il tempio di Monteverde, a Roma profanando la targa di intitolazione che lo dedica a Micheal Stefano Gaj Tachè, un bambino di soli due anni assassinato dal terrorismo palestinese nel 1982, sembrano una verifica impressionante del monito di Goya: «Il sonno della ragione genera mostri».

Perché coloro che hanno la responsabilità di queste due imprese evidentemente non ragionano. Se appena avessero provato a farlo, si sarebbero facilmente resi conto dell’assurdità del loro comportamento. Solo degli imbecilli possono credere di dare un contributo alla causa palestinese devastando la redazione di uno dei pochissimi quotidiani che, nel triste panorama dei giornali italiani, ha mantenuto sulla guerra di Gaza una linea accettabile. E ancora più imbecilli bisogna essere per pensare che imbrattare la tomba di un bambino ebreo due anni sia un attacco al sionismo.

Il sonno della ragione ha dunque generato, in primo luogo, il mostro di una violenza assolutamente cieca e insensata. Ma ne ha anche prodotto un altro, che è il rafforzamento della posizione di coloro che, a cominciare da Netaniahu a finire al nostro governo, da anni confondono le giustissime denunzie del genocidio a Gaza con il rifiorire dell’antisemitismo e accusano i “comunisti” di essere i portavoce di questo abominio. Cercando di far dimenticare che l’antisemitismo è stato sempre di destra e che solo recentemente, per uno di quei capovolgimenti storici che lasciano stupefatti, proprio la destra simpatizza con Israele, in odio ai musulmani.

È la posizione, in Germania, di Alternative für Deutchland , ma è anche quella dei partiti italiani al governo, decisamente vicini allo Stato ebraico, fino ad rendere il nostro paese in questi due anni sostanzialmente complice di Netaniahu e di Herzog.

Denunziare questa mistificazione storica è uno dei compiti di una comunicazione meno viziata di quella attualmente dominante. Compito già arduo, perché ormai almeno detti quotidiani ogni giorno nascondo la realtà. Ma gli eroici assalitori de «La Stampa» e del tempio ebraico lo rendono ancora più difficile.

A Palermo la luce del pensiero di San Tommaso d’Aquino: un grande evento nella storica Chiesa di Sant’Antonio Abate

Il 13 dicembre 2025 Palermo ospiterà un appuntamento culturale e spirituale di altissimo profilo: il XXIX Convegno Nazionale di Studi dal titolo “La luce della sapienza nel magistero di San Tommaso d’Aquino”, che si terrà nella suggestiva cornice della Chiesa di Sant’Antonio Abate del Senato Palermitano, in via Roma.

Non è solo un evento accademico di rilievo nazionale, ma anche un’occasione preziosa per valorizzare uno dei luoghi più affascinanti e carichi di storia della città. La Chiesa di Sant’Antonio Abate, le cui origini risalgono al XIII secolo, rappresenta infatti una straordinaria testimonianza della Palermo medievale: uno spazio che nei secoli ha intrecciato fede, cultura e vita civile. Ospitare un convegno dedicato al pensiero di uno dei più grandi filosofi e teologi della cristianità, San Tommaso d’Aquino, rende questo luogo ancora una volta protagonista della vita culturale palermitana.

La giornata vedrà la partecipazione di docenti universitari, filosofi, teologi, scrittori e studiosi provenienti da tutta Italia, con interventi che attraverseranno i temi della filosofia, della politica, della teologia e del rapporto tra fede e ragione. Un programma ricco, che culminerà con un dibattito finale e momenti musicali.

Un evento che, senza dubbio, renderà orgogliosi anche i parrocchiani di Sant’Antonio Abate, che vedono la loro chiesa diventare punto di riferimento per un confronto alto e qualificato su uno dei pilastri del pensiero occidentale.

Noi di PADD.IT saremo presenti all’evento per documentarlo integralmente, realizzando anche un video completo del convegno, così come abbiamo già fatto in occasione di un altro importante evento svoltosi a Palermo, che potete rivedere in questo articolo: https://www.padd.it/riflessioni/2025/11/08/dio-esiste/

Un’occasione da non perdere per chi ama la cultura, la filosofia, la storia e l’identità più profonda della nostra città.

Di seguito la locandina dell’evento