Corpus Domini (anno C)

Solennità del Corpo e Sangue di N.S.G.C.

La liturgia della Parola della solennità di Corpus Domini in quest’anno C presenta diverse figure ed eventi veterotestamentari che prefigurano l’eucarestia, con un immagine comune alle tre letture: il grano e il pane.

Nel tempio di Gerusalemme, gli ebrei offrivano tra le primizie della terra, anche il pane ed il vino al Signore, come gesto di riconoscenza. È quanto vediamo fare anche a Melchisedek, sacerdote e re offri a Dio pane e vino (Gn 14,18). Inoltre nella Pasqua antica (Es. 12, 1- 20), che ricordava e celebrava la liberazione del popolo di Israele dall’Egitto, liberazione avvenuta durante la fuga di notte, veniva usato il pane azzimo; Israele avrà pane soltanto nella Terra Promessa, dopo i quaranta anni di cammino nel deserto.

Nell’offerta di Melchisedek è indicato il nuovo e perpetuo sacerdozio che Cristo possiede in forma eminente e che partecipa ai suoi ministri affinché possano compiere l’Offerta del Sacrificio. Nell’offerta dei pani e del vino che si compiva nell’A.T. la Chiesa vede la prefigurazione della sua offerta quotidiana (sacrifici e preghiere) che unita all’offerta di Gesù (il Pane ed il calice consacrato) ottiene salvezza e pace al mondo.

Nella seconda lettura abbiamo sentito il primo racconto scritto dell’istituzione di questo sacramento: la lettera ai Corinzi precedente alla stesura dei Vangeli. L’istituzione della eucaristia avvenne nella sera del giovedì santo, quando Gesù a tavola celebrava in quel momento la Pasqua ebraica che precedeva di alcune ore la sua cruenta passione. Il contenuto della Nuova Alleanza sostituì il vecchio e mutò il sacrificio che divenne un sacramento.

L’Eucaristia è il memoriale della pasqua del Signore, dunque mediante la nostra Comunione all’altare veniamo ricolmati «di ogni grazia e benedizione del cielo». L’Eucaristia è detta «pegno della gloria futura», pregustazione del banchetto celeste perché la S. Comunione fatta in grazia di Dio ci permette di partecipare della vita trinitaria.

Nell’ultima Cena il Signore stesso ha fatto volgere lo sguardo dei suoi discepoli verso il compimento della pasqua nel regno di Dio: «Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio» (Mt 26,29). Ogni volta che la Chiesa celebra l’Eucaristia, ricorda questa promessa e il suo sguardo si volge verso «Colui che viene» (Ap 1,4). Nella preghiera, essa invoca la sua venuta: «Marana tha» (1 Cor 16,22), «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20), «Venga la tua grazia e passi questo mondo!» (Didachè 10,6). Della grande speranza dei nuovi cieli e della terra nuova nei quali abiterà la giustizia, non abbiamo pegno più sicuro, né segno più esplicito dell’Eucaristia. Ogni volta infatti che viene celebrato questo mistero si attua l’opera della nostra redenzione e noi spezziamo «l’unico pane, che è farmaco d’immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere in Gesù Cristo per sempre». (S. Ignazio di Antiochia, epistola agli efesini 20,2).

vere passum immolatum in cruce pro homine

Corpus Domini 2022

San Filippo Neri moriva la sera di Corpus Domini 1595, dopo aver confessato in camera tanti padri ed ecclesiastici che avevano partecipato alla processione eucaristica col Papa. Nel triduo abbiamo anche accennato qualcosa della sua pietà eucaristica che, se fu fervida fin da giovane nelle Quarantore di adorazione eucaristica, arrivò ai fenomeni mistici della levitazione quando celebrava la Messa staccandosi da terra. San Filippo ricordiamo che vivesse nella comunità di San Girolamo della Carità assieme a Bonsignore Cacciaguerra che si convertì a Santiago de Compostela, dopo anni di dissipazioni e bagordi a Palermo. Lui fu uno dei primi sostenitori della comunione frequente, mentre San Filippo insegnò maggiormente la necessità della confessione frequente. Sappiamo che le due cose vadano assieme: non si può fare la comunione nel senso di mangiare il corpo di Cristo, senza essere effettivamente in comunione con Nostro Signore che prende dimora in noi quando osserviamo i suoi Comandamenti; sarebbe il peggior modo di ridurre la comunione sacramentale a un rito esteriore, inefficace se in noi non ci sono le condizioni perché possa operare la grazia di Dio.

Lunedì era Sant’Antonio di Padova e io ricordavo che a Rimini in piazza Tre Martiri c’è la cappella del Bramante che ricorda il miracolo della mula. Uno dei tanti eretici della città sfidò Sant’Antonio perché dimostrasse la presenza reale di Cristo nel SS. Sacramento che lui predicava. Tenne per tre giorni digiuna la sua mula che poi lasciò perdere un canestro colmo di biada, inginocchiandosi davanti a Sant’Antonio che le mostrava una particola consacrata nella Messa poc’anzi celebrata.

Come faceva la mula a sapere che davanti al SS. Sacramento ci si inginocchia? La mula non conosceva le norme liturgiche, fa semplicemente la cosa che le viene più naturale: davanti a Dio maestà infinita si inginocchia. Il ginocchio quando non si può piegare soffre parecchio. Quando invece noi sostiamo del tempo davanti al Signore, presentando le nostre necessità, le nostre miserie, ringraziando il Signore per la sua presenza nella nostra vita, sperimentiamo praticamente e personalmente la pace interiore e perfino la grazia sensibile.

Se in Cristo oggi non troviamo una persona viva e vera, noi nell’icona di Cristo contempliamo un fossile che non dice niente. Quando i cristiani vivono di funzioni religiose senza partecipazione interiore, quando non sono più capaci di inginocchiarsi, assumono altre posture più comode (tipo yoga, ginnastica dolce…), allora ciò che manca alla mia vita spirituale – perché non intrattengo un sufficiente rapporto con Dio – lo andiamo a cercare lontano da Cristo.

Nella seconda lettura San Paolo richiama le parole di Gesù nell’ultima cena, mentre celebrava la Pasqua ebraica, compì gesti che simbolicamente preludevano al sacrificio di sé che stava per compiere: non ha sgozzato nessun capro espiatorio, non si è fermato al pane azzimo mangiato a tavola, con passione ha offerto sé stesso. Gesù non si è fermato alla santa cena, è stato portato al sinedrio, da Pilato, flagellato, incoronato di spine, crocifisso… Nella nostra Messa infatti il sacrificio dell’altare è offerto, immolato, consumato. Mangiandone si perfeziona pienamente la partecipazione interiore alla Messa.

Dunque chi pensa a un pasto di comunione tutti presi per mano attorno all’altare, poi pensa che sposarsi qui o al Comune “cosa cambia?”, accanto al crocifisso tiene il ferro di cavallo: costui non ha capito niente di cosa sia un sacramento e deve tornare a frequentare il catechismo dell’infanzia, prima di andare a fare la comunione.

Un sacerdote francese di vita santa e fondatore di una Congregazione, Jean-Jacques Olier, scriveva: Tutto ciò che si vede espresso nelle cerimonie serva per spiegare al popolo e mettere davanti ai suoi occhi quello che accade nel segreto dell’offerta di Gesù Cristo, il quale offre unita a Sé anche l’ostia ammirabile della Chiesa, rivestita dei suoi meriti e delle sue lodi. Certo che nelle specie eucaristiche in apparenza gli accidenti sensibili restano immutati, ma dal momento che Cristo prende possesso della materia, non possiamo parlare più di pane e vino, possiamo vedere solo il Corpo e il Sangue di Cristo, che non è un fondatore di religioni, è il salvatore della nostra vita. Tutti siamo invitati alla cena dell’agnello e tutti ci riconosciamo indegni di riceverlo, perché sappiamo pure di non poterne fare a meno per avere in noi la vita.