cuius latus perforatum

Corpus Domini 2021

Dopo la solennità della SS. Trinità si colloca nell’anno liturgico il Corpo e Sangue di N.S.G.C., una festività che affonda le radici nel XII secolo. Noi sappiamo bene che ad ogni Messa rinnoviamo in modo incruento il sacrificio di Gesù sulla croce. Ad ogni Messa noi ci ripresentiamo a quel momento che è sempre presente nell’eterno oggi di Dio, perché Dio vive fuori dal tempo, nell’assoluto presente.

La sequenza letta prima del Vangelo composta da San Tommaso d’Aquino enuncia tanti bei titoli che l’angelico dottore attribuisce all’eucarestia, per lodarla, rendere grazie al Signore e cercare di spiegare questo mistero. Lo ricevono i buoni, lo ricevono i cattivi, ma con sorte diversa: di vita o di morte. È morte per i cattivi, è vita per i buoni: guarda come la stessa comunione abbia effetti diversi. Sotto diverse specie, che son parvenze e non sostanze, si nascondono cose sublimi. La carne è cibo, il sangue è bevanda, ma Cristo rimane intero, sotto l’una e l’altra specie.

Nel brano di Vangelo di Marco (autore del primo Vangelo) in quest’anno B abbiamo sentito il racconto istituzionale, le ipsissima verba di Gesù durante l’ultima cena, nella quale si riconosce il momento teologico di istituzione dell’eucaristia. Gesù a capotavola con gli apostoli celebrava la pasqua ebraica (pesáh), l’annuale commemorazione dell’uscita dall’Egitto, quando nella fretta gli israeliti si cibarono di agnello quasi crudo e pane non lievitato. Gli apostoli vedono però che Gesù altera il tradizionale rito, con riguardo al valore del pane, del vino, l’invito a cibarsene e il comando di iterazione («fate questo in memoria di me»). Gesù nell’ultima cena celebra l’offerta di sé stesso come un dono che dà senso positivo a tutto il male e il dolore che sta per compiersi nella passione.

Agli occhi degli apostoli l’eucarestia celebrata da Gesù si presenta allora come un segno sacramentale che da nuovo significato al rito antico. Abbiamo sentito nella prima lettura, dal libro dell’Esodo, come Mosé stipulò il patto di alleanza (al terzo mese dall’uscita dall’Egitto): riferì al popolo la parola del Signore che l’accolse acclamando («Tutti i comandi che il Signore ha dato noi li eseguiremo!»). Poi offrirono dei sacrifici di comunione, Mosé raccolse il sangue di alcuni giovenchi per aspergere l’altare e il popolo. L’offerta del sangue in particolare si comprende perché per i semiti il sangue era un elemento vitale, perché un essere vivente dissanguato moriva… Era vita ed era sacro, l’omicidio era punito come peccato gravissimo, mentre il sangue degli animali spettava a Dio. Il rito si ripeteva anche all’inizio di ogni nuovo anno, quando Israele celebrava lo Yom Kippur, la giornata della grande purificazione: dedicata a digiuno, preghiera, lettura della Parola di Dio.

Nel corso del tempo sappiamo pure che Israele non fu sempre all’altezza dell’alleanza stabilita col Signore… Un vocabolo che nell’Antico Testamento ricorre 286 volte. I profeti in particolare ammonirono continuamente il popolo, i sacerdoti e i re, per le ripetute infedeltà alla legge che il Signore aveva dato loro. Uno fra tutti ci ricordiamo Geremia: «Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali io concluderò un’alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, un’alleanza che essi hanno violato». Dunque nonostante le infedeltà del popolo eletto, il Signore rimane fedele, non vuole recedere dal patto di alleanza, vuole che il suo popolo si converta e ritorni alla vita. Per questo non basta più un rapporto fondato su riti esterni, il Signore vuole farsi più vicino all’uomo e toccare personalmente il cuore di ciascun credente. Il sangue dei capri aveva un significato simbolico ma inefficace a cambiare il cuore dell’uomo. Per questo dice Ezechiele: «metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne», quello ultimamente rivelatosi nella solennità del Sacro Cuore che celebriamo venerdì.

Il Figlio di Dio è mediatore della nuova ed eterna alleanza: è vittima senza macchia e sacerdote che offre sé stesso. È lui l’agnello di Dio che si fa carico dei peccati dell’umanità, sostituendo i capri sacrificati nel Tempio. Gesù nell’ultima cena non è andato a cercare delle bestie, il Signore ha scelto la materia del pane e del vino per rendersi realmente presente. Per mezzo di sacerdoti che invocando lo Spirito Santo ripetono le stesse parole e gesti di Gesù, Dio continua a trascendere il mondo per prendere possesso delle specie eucaristiche. Non mutano gli accidenti sensibili ma la sostanza. Così il frutto della terra e del lavoro dell’uomo diviene per noi pane di vita nuova, manna data in cibo all’anime nostre come alimento per la nostra vita spirituale, senza la quale saremmo come degli zombie che camminano.

L’eucarestia è pregustazione del banchetto celeste al quale presentarci con l’abito nuziale indosso. Per poter “fare” la comunione, dobbiamo preoccuparci anzitutto di “essere” in comunione col Signore. Se riducessimo ancora il sacramento a un rito esteriore, “in quanto sporco facciamo entrare nostro Signore?”, domandava tempo fa il cardinale Ratzinger in una sua riflessione. Preoccupiamoci di accogliere degnamente la grazia che il Signore vuole comunicarci.

Corpus Domini (anno B)

Solennità del Corpo e Sangue di N.S.G.C.

Commento le letture che abbiamo sentito, molto significative e anche comprensibili. Mosé erige un altare per offrire sacrifici di comunione al Signore (cioè immolare bestie che erano quanto di più prezioso avessero per il sostentamento), aspergendo il popolo col sangue di questi olocausti. Il sangue d’agnello era un segno già usato sugli stipiti delle porte per salvare i primogeniti da una delle sette pieghe in Egitto. Il sangue per Israele aveva un valore ancora solo simbolico. Questo brano ci mostra chiaramente come l’osservanza dei comandamenti del Signore andava di pari passo con tali sacrifici, “di comunione” perché di espiazione dei peccati che venivano passati sulle bestie immolate.

La 2^ lettura dal N.T. con lettera agli ebrei spiega al popolo dell’Antica Alleanza chi sia il vero agnello di Dio che toglie i peccati del mondo: vittima e offerente, molto più di un sacerdote che offre sangue altrui. Spiega la lettera gli ebrei, che il Figlio di Dio sacrifica sé stesso una volta per tutte ottenendo così una redenzione eterna. Il sacrificio di Cristo vale più di qualunque altro perché solo lui è agnello senza macchia che riscatta le trasgressioni commesse sotto la prima alleanza. Cristo sancisce una nuova ed eterna alleanza, perché non ce ne sarà più altra per ricevere l’eredità eterna che era stata promessa.

Come Cristo realizza tutto questo? Dal Vangelo di Giovanni abbiamo letto le parole di Gesù nell’ultima cena, dopo il trionfale ingresso a Gerusalemme, preludio della sua passione. Gesù celebrava la Pasqua ebraica che ricordava il passaggio del Mar Rosso con la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Però altera le usuali parole del rito dandogli un nuovo significato: dice che quel pane azzimo e vino sono il suo corpo e il suo sangue, diventano res sacra, segni materiali della sua sostanza personale. Col comando di iterazione (“fate questo in memoria di me”) gli apostoli cominceranno a ripetere questo suo gesto nelle azioni di culto accompagnate dalle lettura della Parola di Dio. Queste funzioni quando celebrate da ministri sacri ordinati (dagli apostoli e loro successori) varranno a tutti gli effetti come l’eucaristia che, com’era nell’ultima cena, rende presente il Cristo.

Davanti a questa ripresentazione come porci? La Messa è il momento di massimo incontro con Dio, non c’è preghiera che si elevi più del santo sacrificio dell’altare. Come presentarci all’altare di Dio se non tendendo alla nostra salvezza con timore e tremore (Filippesi)? Quando non si è più capaci di inginocchiarsi dinanzi a Dio, si finisce per inginocchiarsi dinanzi agli idoli del mondo, probabilmente considerati di importanza almeno uguale a Dio se lui si riduce a un nostro amico.

Il nostro modo di partecipare alla Messa esprime la nostra fede perché la “Chiesa crede come prega” e, se la nostra salvezza viene da Cristo, comprendiamo l’importanza dell’essere in comunione con lui e di fare la comunione in modo degno.