Nella navata principale del Duomo di Monreale, sulla parete meridionale, campeggiano alcuni grandi pannelli musivi che raccontano le vicende relative all’Arca di Noè.
Una rappresenta la fine del Diluvio Universale (è il capitolo 8 di Genesi, versetto 4): Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat. La descrizione dell’epico epilogo fa pensare alla montagna del Re (Mons regalis), allora boscosa propaggine della grande riserva reale di caccia, all’interno della quale Guglielmo II d’Altavilla ordinò di costruire il nuovo monastero e la nuova cattedrale, sede della nuova grande arcidiocesi (corrispondente ai territori nei quali si erano rifugiati i contadini musulmani), a soli otto chilometri dalla cattedrale di Palermo.
È su questo monte che attracca la nuova arca metaforica. Del resto “navata” viene proprio da “nave”, è una carena rovesciata e trasformata in copertura di protezione: la nuova arca è la Chiesa, la barca di Pietro, il veliero sul quale i fedeli sono aiutati a raggiungere la meta finale del Cielo.
C’è nella metafora dell’Arca di Noè un singolare parallelo con la Lettera 71 di Seneca a Lucilio: Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est (Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuole approdare). Questo è forse il nocciolo della questione quando si pensa a Monreale. Dal Settecento in poi si insiste, in monografie e opere d’arte, sul sogno di Guglielmo, al quale la Madonna sarebbe apparsa mentre dormiva sotto un carrubo, in una pausa fra una battuta di caccia e l’altra.
La Madre di Dio gli avrebbe rivelato che sotto quel carrubo era nascosto un tesoro, con il quale avrebbe potuto costruire un santuario da dedicare a Lei. Si tratta di una leggenda tardiva, giustificata dalla meraviglia di fronte ad uno dei più sontuosi complessi religiosi del mondo, costruito in appena vent’anni. Guglielmo non era semplicemente un sognatore, era il giovane erede di una dinastia assolutamente straordinaria: Ruggero I, Ruggero II. Guglielmo I e infine lui, che purtroppo era sterile e non passò il testimone ad un rampollo con lo stesso sangue e le stesse doti.
Condivideva le grandi strategie degli Altavilla, anche lui voleva conquistare Costantinopoli e diventare imperatore del Mediterraneo. Era soprannominato “Il Buono”, eppure ad agosto del 1185 inviò la flotta siciliana e conquistò Tessalonica. Non era tuttavia spietato come l’altro Guglielmo, quello della battaglia di Hastings del 1066, quello che strappò l’Inghilterra agli Angli. Monreale è frutto di un disegno audace del Re di Sicilia, ben elaborato e ancor meglio eseguito. Come pure Erice, che deve la sua genesi come città allo stesso Guglielmo II. E dire che questo ammirevole Re visse solo 36 anni!
A cosa possiamo applicare dunque il titolo del documentario di Lorenzo Mercurio, “Il grande sogno. Monreale e il suo tesoro”, presentato nel Duomo la sera del 7 settembre 2026? Il sogno è quello di mons. Gualtiero Isacchi, l’attuale giovane e dinamico Arcivescovo di Monreale. Il sogno è quello di trasformare tutta Monreale in una città d’arte. Tutta l’Arcidiocesi è ricca di testimonianze. Il sogno è quello di moltiplicare i visitatori (viaggiatori, non turisti mordi e fuggi) per 10 o per 100, in quantità e soprattutto in qualità.
Perché il Duomo di Monreale è un sorprendente sogno di pietra, è una porta verso il Cielo, assolutamente unica. Il sogno di mons. Isacchi è stato interpretato con grande maestria e partecipazione interiore – fino alla commozione – da Lorenzo Mercurio, il creatore di EsperienzaSicilia.it. Questo documentario è un bel pezzo di bravura. Ma è solo il primo di una serie di documentari, che aiuteranno ad aprire gli occhi su un capolavoro che è troppo bello per consentire a cuor leggero il perpetuarsi di stereotipi privi di fondamento.
Dalla metà degli anni ‘90 fino agli inizi dei 2000, in circa dieci anni, Palermo vide una fioritura inaspettata di un filone culturale-musicale senza precedenti, l’Hardcore Old School, che da lì ebbe il suo exploit, ma inesorabilmente anche il suo naturale declino.
Band storiche come Indigesti, Kina, Negazione e Raw Power già suonavano da diversi anni, ma Palermo stentava ad abbracciare il movimento, seppur in limitate e singole occasioni. Si racconterà in breve, dimenticando necessariamente qualcuno, il punto d’osservazione diretto, su ciò che ha cambiato la vita di centinaia di persone, che in egual modo, vissero quegli anni in modo intenso.
A Palermo, fino a quel momento, la scena musicale cosiddetta “underground”, contava diverse band emergenti, perlopiù orientate su sonorità metal, hip hop e punk rock; ciò lo constatavo soprattutto tra i banchi di scuola, quest’ultima metro di giudizio insindacabile sulle nuove ondate musicali in voga tra le nuove generazioni. L’hardcore Old School era poco più di un miraggio.
I PRIMI PASSI
Agli inizi degli anni 90, si ricordano Tagliamidettagli e Nullafacenti di Bizio e Giovanni Ziino, gli Shout Downard di “Peppe 100”, tra le poche formazioni hardcore/punk che sfornavano autoproduzioni su classiche e indimenticabili “demo-tape” artigianali; ma anche storiche band “noise” come gli Airfish del veterano Rodan.
L’hardcore-punk, soprattutto quello di stampo americano, influenzava sempre più il nostro continente e a Palermo, quello che fece breccia, fu lo stile californiano (Pennywise, No use for a name, Nofx). Quest’ultimo, unito a nostalgiche sonorità di “punk 77” (Sex Pistols, Clash, Ramones) creò varie contaminazioni, generando band come “F.u.g”,,“Merrygoround”, “Flat Denial” e “Semprefreski” tuttora considerati punti di riferimento dell’ hardcore-punk del capoluogo siciliano. Personaggi come Ciaccio, Giugi, Bizio, Ecumenicus, Giacomazzi, Pitingaro, contribuirono fortemente alla scena di quegli anni, ricoprendo diversi ruoli anche in band collaterali.
LA SVOLTA STRAIGHT EDGE (SXE)
La fine degli anni ‘90, è il periodo della svolta per l’Hardcore Old School palermitano, nel 1996 nascono i By the Way gruppo di amici storici e compagni di liceo, i cui membri fondatori, Maurizio Iozzia e Andrea “The Edge” faranno da ponte levatoio, insieme all’amico XjovyX, per le formazioni delle successive band di punta del genere.
Il piccolo focolaio cresce sempre più; la passione per l’hardcore made in USA diventa contagiosa in un ristretto numero di amici. Il nuovo progetto amatoriale è figlio del nascente “germe” che da lì a breve avrebbe “contaminato” il punk palermitano, ovvero lo “Straight Edge” hardcore e la “Real positive Crew”.
La band ha ancora sonorità grezze e artigianali, ma si intravedono già nuove idee e ambizioni, che determinarono un incessante ardore e dedizione, una sana detonazione, tale da spingere molti di quei giovani a chiudersi in box insonorizzati creando musica, tra un compito di latino e un’interrogazione di matematica.
Lo “Straight Edge HC” nasce da band come “SSD” e “Minor Treath”, in contrapposizione al punk autolesionista, cercando di divulgare valori positivi anti-sistema, rinnegando ciò che allontana dal pieno controllo di sé, come droga e alcol. Band leader della nuova cultura musicale saranno, oltre i già citati Minor Threat, gli Unity, Uniform choice, No for an Answer, dell’ ”Orange County Scene” e l’intera youth crew newyorkese, movimento che influenzerà l’intero filone più degli altri, su tutti band come Sick Of It All, Gorilla Biscuits, Youth of Today, Judge, Side by Side e Bold.
REAL POSITIVE CREW
Dalle ceneri dei By the Way, nel 1997, Maurizio Iozzia fonda gli Injustice, in quegli anni infatti sia Maurizio che Alex Falsone abbracciarono quella filosofia di vita, i loro testi rispecchiano totalmente princìpi e virtù del movimento musicale. Nel 1999 incidono i brani che andranno a comporre: “XPositive LifestyleX”, primo album Straight Edge palermitano. Poco dopo anche No Way Out e Once Again aderirono al movimento, cristallizzando una vera e propria crew.
Nel 2001, i Once Again registrano la loro demo-tape “S/T”; nel 2003 i No Way Out pubblicano l’EP “Livin’ Today”. Le tre band inizieranno una serie di live, spesso suonando insieme, grazie a cui il collettivo “SxE” comincia a mettere radici ben salde nel substrato hardcore dell’epoca.
Brani come “Make Your Choice” e “Libero Stato Mentale” degli Injustice, “Livin’ Today, Into My Mind” dei No Way Out, “Antisocial To The Core”, “All We Ask” dei Once Again diventano vere e proprie pietre miliari. Le tre band, daranno il via alla scena locale, che per diversi anni sarà al centro della Palermo hardcore. Lo “SxE” in città si limiterà in quegli anni a queste poche band, ma con una prolifica attività concertistica; oltre le già citate, si uniranno in seguito anche i For The Cause e Wise Guys dell’eclettico XturyX.
Il segno distintivo che ogni Straight Edge aveva impresso sulle mani era una “X” disegnata con un pennarello, ostentata con fierezza ad ogni concerto. Il simbolo ha origine nell’America degli anni ’80, quando con questo simbolo si identificavano coloro che all’interno dei locali non potevano consumare alcol.
È questa l’epopea d’oro di questo filone musicale palermitano a cui, anche diverse band oltre lo stretto guardavano come esempio da seguire, non tanto per le sue band, ma per l’attaccamento e la dedizione che le stesse peroravano alla causa.
In Italia in quel periodo diverse sono le formazioni “SxE”, su tutte Strenght Approach e By All Means, le sonorità cambiano, chi suona un “old school” di stampo americano, chi è più legato al punk degli esordi, chi alla vecchia scuola italiana; i temi comuni sono sempre gli stessi: gridare valori positivi di amicizia, famiglia e rispetto. I live della “Palermo Hardcore” sono vere e proprie réunion della crew, vi si riuniscono tutti, l’energia sprigionata da quei ragazzi contagia una moltitudine di persone, riunite dalla stessa voglia di musica e aggregazione.
I LIVE
Molti sono i luoghi in cui si esibiscono i giovani musicisti, tra piccoli locali, pub e centri culturali, ma quello che resterà il più emblematico e simbolico è sicuramente l’ ”Ex carcere C.S.O.A”, in cui ciò che accomunava era una sola passione; in quel palco si sfogavano i propri sentimenti, si esternavano le proprie emozioni, in un contesto di sana amicizia e rispettosa condivisione.
Ogni settimana si svolgeva un concerto, le sole “pubblicità” a disposizione erano il passaparola, il volantinaggio e alcune “fanzine” locali; niente a che fare con la tecnologia odierna, certo più utile, ma meno affascinante. Come non ricordare i fantastici “Banchetti” improvvisati, dove le band vendevano merchandising e dove potevi trovare vinili, cd, toppe, spillette e quant’altro. Un “micromondo” sotterraneo dove regnava gioia e spensieratezza.
Con la scena hardcore “Straight Edge” (SxE) convivevano collateralmente gruppi Hardcore Punk (180 in opposity, F.U.G, Semprefreski, Flat Daniel) crust (Istinto Repellente, Sonny Corleone), pop-punk (Popsters), trash metal (Shock Trooper), crossover (Filthy Sunday Circus, Reflections), ska-punk (Magilla Gorilla, Cheech Skaos) e Hip-Hop ( Stokka & MadBuddy).
In quegli anni, la musica underground a Palermo, era un carosello di generi e sottogeneri; tutti avevano i loro esponenti rappresentativi. La prima decade degli anni 2000 si caratterizza per l’avvento di nuove sonorità, che mixano la tradizione old school con melodie strappalacrime.
L’EMOCORE SXE
Arriva l’ ”Emotional Hardcore” dei pionieri locali Keep The Faith, fondati da Maurizio Iozzia, con Daniele Marsana, Alessio Falsone e Vincenzo Bandiera, ex membri di Injustice e Once Again. Essi formeranno quella che sarà la prima band emocore palermitana. Le band cambiano ma i ragazzi restano i medesimi; è questa la bellezza del movimento, come una sostanza che cambia forma ma resta immutata nella sua essenza.
Nel 2003 incidono “See your Tears” per Vacation House records, storica etichetta di Rudy Medea, cantante degli Indigesti. Questo sarà un album di svolta per la scena; i KTF uniranno l’hardcore più classico orange county a venature emo-rock, sulla scia di band come Further Seems Forever, Thrice, Noise Ratchet, riuscendo a concepire brani originali e fortemente emozionali come “Sacrifice” “See your tears” e “Stop us Now”.
EPILOGO DI UN’EPOPEA D’ORO
I KTF daranno l’input a tutta una serie di band locali Emo-core/pop/Rock/Screamo di nuove generazioni, che si adageranno esclusivamente sulle nuove ondate “modaiole” strettamente legate al genere; non si percepiva più l’ardore della vecchia fiamma hardcore, si preferiva più l’ aspetto esibizionistico; stava diventando una “Necessaria Consuetudine”. Anche l’hardcore Old School muterà forma, diventando più duro, più “metallaro”, più politico, anche qui sotto l’influenza di nuove band post hardcore d’oltreoceano (Terror, Converge).
A Palermo i maggiori esponenti del genere saranno i Values Intact, nati dalle ceneri dei No Way Out, che incideranno nel 2005 “Dead HomeTown” per Godwill Records. Con loro termina quel periodo nostalgico della scena hardcore Straight Edge A Palermo. A seguire poche altre band cercheranno di imitare il filone ma senza riuscirci, lasciando impronte sbiadite a fievole memoria, gettando definitivamente le basi per la fine di un’epoca.
IL CAMBIAMENTO
L’hardcore-punk e lo Straight Edge (SxE) di quegli anni, a Palermo, si fondevano in un movimento paragonabile ad altre scene più blasonate, sicuramente per la passione e il senso di condivisione che caratterizzava l’intera scena.
Il periodo storico in cui versava la città ha detonato le coscienze, molti giovani volevano far sentire la propria voce, la città si rialzava dalle proprie macerie, nutriva il bisogno di urlare al mondo una sana rabbia attraverso la musica; tutto ciò sarà preludio di cambiamento.
“Non voglio sprofondare nell’abisso dittatore, voglio restare in superficie da padrone, ma con rispetto, tolleranza, amici ed onestà, voglio tentare di cambiare ma con dignità, fai la tua scelta la mia mente è libera”…” Make Your Choice, Injustice, 1998.
Una rassegna corale che conquista Salaparuta: il sagrato della Chiesa Madre si trasforma in un grande palcoscenico
È stata una serata di grande musica, emozioni e partecipazione quella che ha caratterizzato la quinta edizione di “Concerto Sotto le Stelle”, manifestazione organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale Coro Polifonico Belice Canto, ormai divenuta un appuntamento fisso e molto atteso nel panorama culturale del territorio.
Per questa speciale ricorrenza l’evento ha assunto una veste ancora più importante, trasformandosi in una vera e propria rassegna corale, ospitando due prestigiose formazioni provenienti da diverse realtà della Sicilia occidentale.
La crescita della manifestazione ha reso necessario anche un cambio di location. Dopo le precedenti edizioni svoltesi nella suggestiva cornice dei Ruderi di Salaparuta, presso l’ex Convento dei Cappuccini, divenuta ormai insufficiente ad accogliere il numeroso pubblico intervenuto, gli organizzatori hanno scelto il sagrato della Chiesa Madre Santa Caterina V.M. di Salaparuta, che per una sera si è trasformato in un autentico teatro all’aperto. Una scelta vincente che ha regalato una scenografia unica, capace di valorizzare le esibizioni dei cori e di creare un’atmosfera davvero suggestiva.
Ad aprire la rassegna è stato il Coro Parrocchiale della Chiesa del Purgatorio di Menfi, diretto dal M° Vincenzo Alesi, che ha proposto un raffinato percorso musicale attraverso il repertorio rinascimentale e contemporaneo eseguendo Màs vale trocar di Juan del Encina, Il bianco e dolce cigno di Jacques Arcadelt , Matona mia cara e Saccio na cosa di Orlando di Lasso, La canzon della gallina di Tiberio Fabrianese, Capricciata e Contrappunto di Adriano Banchieri e Solitudine, composizione dello stesso Vincenzo Alesi su testo di Nadia La Chiusa. Un programma ricco di sfumature che ha saputo conquistare il pubblico fin dalle prime note.
A seguire è salita sul palco la Corale Nostra Principalissima Patrona di Castellammare del Golfo, diretta dal M° Maria Spataro, che ha presentato un repertorio di musica sacra composto da Ave Maria di Tomás Luis de Victoria, Regina Caeli di Gregor Aichinger, Senza Te Sacra Regina di Adam de Antiquis Venetus e Spes Mea Cara, offrendo un’esecuzione intensa e particolarmente apprezzata dagli spettatori.
A chiudere la rassegna sono stati i padroni di casa, il Coro Polifonico Belice Canto, diretto dal M° Antonella Urso, che ha proposto un programma capace di spaziare dalla musica sacra a quella contemporanea con O Sacrum Convivium di Luigi Molfino, Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart, La pulce d’acqua di Angelo Branduardi e Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, in un finale coinvolgente accolto da lunghi applausi.
L’inizio della serata ha riservato una sorpresa particolarmente emozionante. Prima dell’avvio ufficiale della rassegna, il soprano Antonella Urso ha regalato al pubblico una splendida interpretazione del brano “Buongiorno a Te”, eseguito con grande intensità. Una performance che ha riscosso ripetuti applausi a scena aperta e che ha creato fin da subito un clima di forte coinvolgimento.
Ad impreziosire ulteriormente il concerto sono stati anche gli interventi strumentali di Paola Capo al clarinetto e Nicola Di Liberto alla chitarra, che hanno offerto momenti musicali di grande eleganza perfettamente inseriti nel programma della serata.
A guidare il pubblico durante tutto l’evento è stato Giuseppe Cataldo, impeccabile nella conduzione della manifestazione. Con professionalità, competenza e coinvolgimento ha accompagnato ogni momento del concerto, ricordando con emozione e gratitudine di essere stato scelto come presentatore in tutte e cinque le edizioni della manifestazione, diventandone ormai una presenza simbolica.
Un elemento che ha contribuito a rendere ancora più suggestiva la serata è stata la scenografia allestita per l’occasione. A dominare il palco, la grande ed elegante scritta scintillante “Concerto Sotto le Stelle V edizione”, realizzata interamente a mano da Pieralba Salvaggio, anima creativa del Coro Polifonico Belice Canto. Un manufatto di grande impatto visivo che ha impreziosito la location, diventando parte integrante dell’atmosfera dell’evento e attirando l’attenzione e l’ammirazione del pubblico.
Al termine del concerto è intervenuto il Sindaco di Salaparuta, Michele Saitta, che ha espresso il proprio apprezzamento per l’alto livello artistico della manifestazione, congratulandosi con tutti i cori partecipanti e con gli organizzatori per il lavoro svolto. Tra le autorità presenti anche il Sindaco di Partanna, Francesco Li Vigni, il Sindaco di Poggioreale, Carmelo Palermo e l’Onorevole Stefano Pellegrino, oltre alle numerose personalità del territorio che hanno voluto testimoniare la loro vicinanza all’iniziativa.
Un sentito ringraziamento è stato rivolto anche a Padre GiovanniButera, parroco della Chiesa Madre di Salaparuta, per l’ospitalità e la disponibilità che hanno consentito la perfetta riuscita della manifestazione nella splendida cornice del sagrato della chiesa.
L’evento è stato promosso con il sostegno diCESVOP, InChorus, e Porte Aperte, realtà che continuano a credere nella diffusione della cultura musicale e nella valorizzazione del canto corale come importante strumento di aggregazione e crescita sociale.
La quinta edizione di “Concerto Sotto le Stelle” si chiude così con un bilancio estremamente positivo: una piazza gremita, tre cori di altissimo livello, un’organizzazione impeccabile e un pubblico caloroso che ha dimostrato quanto questa manifestazione sia ormai entrata nel cuore della comunità. Un successo che conferma la costante crescita dell’iniziativa e che lascia già immaginare una sesta edizione ancora più ricca e partecipata.
Riportiamo dalla pagina del Coro Polifonico Belice Canto questo post scritto dal presidente Nicola Di Liberto dove vengono citati tutti gli sponsor che hanno reso possibile questo evento.
Aggiorneremo l’articolo nei prossimi giorni con una documentazione video, mentre vi lasciamo adesso con queste foto significative dell’evento.
Cinque anni di musica, condivisione e crescita culturale. Sabato 11 luglio 2026, alle ore 21.00, il sagrato della Chiesa Madre Santa Caterina Vergine e Martire di Salaparuta ospiterà la V edizione del “Concerto sotto le Stelle”, la rassegna corale organizzata dall’Associazione Coro Polifonico Belice Canto, divenuta ormai uno degli appuntamenti musicali più attesi dell’estate belicina.
L’evento, che si svolgerà all’aperto, vedrà protagoniste tre importanti realtà corali siciliane, chiamate a condividere il proprio patrimonio musicale in una serata all’insegna dell’arte e della coralità.
Accanto al Coro Polifonico Belice Canto di Salaparuta, diretto dal maestro Antonella Urso, si esibiranno la Corale Nostra Principalissima Patrona di Castellammare del Golfo, diretta dal maestro Maria Spataro, e il Coro Parrocchiale della Chiesa del Purgatorio di Menfi, diretto dal maestro Vincenzo Alesi.
Il pubblico potrà ascoltare un repertorio ricco e variegato che attraversa i secoli e gli stili musicali, spaziando dalla musica sacra a quella profana, fino ai madrigali rinascimentali, offrendo momenti di grande intensità artistica ed emotiva.
Come ha evidenziato Nicola Di Liberto, fondatore del Coro Polifonico Belice Canto nel 2019, la manifestazione continua a crescere con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per la coralità siciliana, creando un vero polo culturale capace di coinvolgere cori provenienti da tutto il territorio e di promuovere la diffusione della musica corale, offrendo nuove opportunità di formazione e crescita ai giovani coristi e musicisti.
Quella del 2026 rappresenta una tappa importante di un percorso iniziato cinque anni fa. Era infatti il 2022 quando il “Concerto sotto le Stelle” muoveva i suoi primi passi con la prima edizione, raccontata anche dalla stampa locale e accolta con entusiasmo dalla comunità. Da quell’esordio la manifestazione è cresciuta anno dopo anno, ampliando il numero dei componenti e delle realtà coinvolte, consolidando il proprio ruolo nel panorama culturale del Belice.
La quinta edizione conferma quindi la volontà degli organizzatori di fare della musica corale un linguaggio di incontro, dialogo e valorizzazione del territorio, trasformando il sagrato della Chiesa Madre in un suggestivo palcoscenico sotto il cielo stellato di Salaparuta.
L’appuntamento è fissato per sabato 11 luglio alle ore 21.00. L’ingresso è libero e gli organizzatori invitano cittadini, appassionati e visitatori a partecipare a una serata che unisce musica, cultura e comunità, nel segno di una tradizione che continua a crescere anno dopo anno.
Noi di PADD.IT saremo presenti all’evento e lo documenteremo per i nostri affezionati lettori.
La musica possiede il potere straordinario di superare le frontiere geopolitiche, i conflitti e le divisioni umane per toccare direttamente le corde dell’anima. In un momento storico segnato da profonde tensioni internazionali, l’arte sacra si riscopre come uno dei canali più potenti per veicolare un messaggio universale di speranza. Un esempio tangibile di questa forza spirituale e creativa ci viene offerto dal maestro compositore Bartolomeo Cosenza, la cui Ave Maria risuona oggi in tutto il mondo come una preghiera corale e incessante.
Un’armonia che supera i confini del conflitto
La capacità creativa del Maestro Cosenza si manifesta nel tradurre la devozione in note capaci di parlare a culture e popoli differenti. Proprio durante il recente mese mariano, la sua Ave Maria è stata eseguita cosi come riportato da Radio Taormina sia in Russia che recentemente in Ucraina. Questo evento assume un valore simbolico straordinario: mentre le armi e le complesse dinamiche geopolitiche continuano a dividere i territori, la stessa melodia sacra ha unito le comunità di entrambe le nazioni in un unico afflato spirituale.
La musica, legata al valore sacro della vita, lancia così un messaggio inesorabile. Essa dimostra che la via per superare le paure reciproche tra i popoli consiste nel volgere lo sguardo verso il Creatore, aprendo i cuori alla grandezza dell’amore divino.
La necessità di una guida spirituale
L’attuale scenario internazionale vede spesso il dibattito pubblico focalizzato su strategie diplomatiche complesse e mediazioni politiche affidate a figure tradizionali dai cuori troppo aridi. In questo contesto, emerge la riflessione sulla necessità di una mediazione guidata da una personalità di profonda statura morale e spirituale, sul modello di grandi figure storiche, quale oggi potrebbe essere Papa Leone XIV, nessuno dimenticherà i continui richiami alla diplomazia e al dialogo promossi da Papa Francesco.
Di fronte alle sofferenze delle popolazioni e alle dure realtà vissute dalle generazioni più giovani nei territori del conflitto, l’arte e la fede si pongono come baluardi di umanità. L’auspicio è che note nate dall’ispirazione spirituale possano raggiungere i cuori dei leader mondiali e di chi detiene il potere decisionale, risvegliando un profondo senso di onestà, giustizia e rispetto per la vita umana.
Un’opera di respiro internazionale
Il valore dell’opera di Bartolomeo Cosenza è testimoniato non solo dalla sua diffusione globale, ma anche dal prestigio delle occasioni in cui viene eseguita. Oltre a risuonare nelle aree di crisi, la sua composizione ha accompagnato momenti di grande rilevanza storica e spirituale, come le celebrazioni per l’ottavo centenario della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Palermo, che per l’occasione fu cantata dal Soprano Antonella Urso
L’opera del maestro Cosenza si conferma così non solo come un prodotto di altissimo valore artistico, ma come un autentico veicolo di armonia. Una preghiera in musica che, per intercessione della Madre Celeste, continua a invocare il dono della pace e della riconciliazione tra i popoli.
C’è qualcosa di speciale quando arte, memoria e musica si incontrano nello stesso spazio. È esattamente ciò che accadrà il 16 maggio 2026 al MAC di Gibellina, in occasione della presentazione del libro “I Maestri di Gibellina” di Davide Camarrone: un evento che non sarà solo letterario, ma un vero e proprio viaggio emotivo e culturale nel cuore della Sicilia contemporanea.
L’iniziativa, promossa dall’ULEPE Trapani con il sostegno del Comune di Gibellina, si inserisce in un contesto già ricco di significati, dove la riflessione sull’arte e sulla rinascita del territorio trova una voce potente nelle parole, ma soprattutto nelle persone che lo abitano e lo raccontano.
Accanto agli interventi istituzionali e ai contributi di figure di spicco del panorama culturale e giuridico, uno dei momenti più attesi e suggestivi sarà senza dubbio la partecipazione del Coro Polifonico “Belice Canto” APS di Salaparuta.
Qui il tono cambia: si passa dalla narrazione alla vibrazione.
Diretto dal noto M° Soprano Antonella Urso, il coro rappresenta oggi una delle realtà musicali più solide e riconosciute non solo nel Belice, ma in tutta la Sicilia. Non si tratta semplicemente di un ensemble vocale, ma di una comunità artistica capace di trasformare ogni esecuzione in un’esperienza intensa e coinvolgente.
Le voci che compongono il coro sono il suo vero patrimonio: timbri diversi, personalità distinte, unite da una disciplina rigorosa e da una sensibilità comune che si percepisce fin dalle prime note. È proprio questa fusione – tecnica e anima – a rendere ogni loro intervento qualcosa di più di una performance: è racconto, è memoria sonora, è identità.
Nel contesto della presentazione del libro, il coro non sarà un semplice intermezzo musicale, ma una presenza capace di amplificare il senso stesso dell’evento. Le loro armonie dialogheranno idealmente con le pagine di Camarrone, evocando quelle stesse stratificazioni culturali e artistiche che hanno reso Gibellina un simbolo di rinascita.
Chi ha già avuto modo di ascoltarli dal vivo sa che c’è un momento preciso, durante le loro esecuzioni, in cui il pubblico smette di “ascoltare” e inizia a sentire davvero. È lì che accade la magia.
Per chi volesse approfondire il percorso artistico del coro, conoscere il repertorio e le attività, è possibile visitare il loro sito ufficiale Coro Polifonico Belice Canto, dove emerge chiaramente il lavoro costante e la passione che stanno dietro a ogni singola esibizione.
La giornata sarà inoltre arricchita, già a partire dalle 15.30, da una visita guidata al Museo delle Trame Mediterranee, ulteriore tassello di un pomeriggio pensato per intrecciare linguaggi, storie e sensibilità.
In definitiva, quello del 16 maggio non sarà solo un appuntamento culturale, ma un’esperienza completa: parole, immagini e soprattutto suoni che si fondono per raccontare un territorio vivo, creativo e profondamente umano.
E se c’è un momento da non perdere, sarà proprio quando le voci del Belice Canto riempiranno la sala: perché in quel preciso istante, Gibellina non sarà solo raccontata… sarà ascoltata.
Per quanti nostri lettori volessero rimanere aggiornati su iniziative e rubriche di PADD.IT vi invitiamo a iscrivervi alla nostra NEWSLETTER
La musica fu da sempre impiegata nel metodo impostato personalmente da padre Filippo per il suo Oratorio. Da principio il livello era elementare, pari alle laudi popolari che Pippo buono apprese nell’infanzia alla Basilica di San Marco (Firenze). Talmente rudimentali che non rimangono neanche documenti delle prime pratiche musicali da lui congegniate, appunto perché senza composizione, prive di musica suonata, adattate su altri motivi, del tipo “cantasi come” o sulla base di musiche note alla gente. Lo spazio musicale per padre Filippo era un elemento complementare e accessorio, di contorno al sermone, centrale negli esercizi dell’Oratorio. La musica era da lui utilizzata in modo ricreativo per aprire e chiudere gli incontri, o nelle passeggiate. La seconda importante funzione della musica era, poi, quella catechetica, che si dà grazie alla parola, per la capacità del canto di veicolare un messaggio.
origini
Per definire le caratteristiche della musica prodotta in ambito filippino, bisogna tornare sempre alle origini, poiché la musica all’Oratorio di San Filippo Neri non si deve ad alcuni illustri signori quali Giovanni Animuccia o Pierluigi Palestrina, amici di San Filippo che assunsero la direzione dell’oratorio musicale. Non si deve neanche ad altri protagonisti come Emilio del Cavaliere, Francesco Soto Langa, Agostino Manni, Giovenale Ancina… Questi compositori furono attirati all’Oratorio dal genio di padre Filippo, che per primo volle impiegare la musica negli esercizi dell’Oratorio.
evoluzione
Nel corso della storia, quando si attraversò il passaggio dall’età umanistico-rinascimentale al barocco, anche l’Oratorio di San Filippo Neri rimase al passo coi tempi, fedele però ai principi del fondatore, che non era un artista e non intendeva fare concorrenza ai teatri, perché era un santo che promuoveva la formazione cristiana e la cura della vita spirituale. Ove si perse di vista quel fine, in particolare in ambito protestante, il genere c.d. “di oratorio” sviluppò dei virtuosismi esponenzialmente più complessi e incomprensibili all’uditore comune, esaltando la musica fine a sé stessa e lasciando perdere l’aspetto catechetico.
Col passare del tempo, adattandosi a un uditorio sempre più colto ed esigente, anche la musica dell’Oratorio perderà la semplicità delle origini. Le composizioni, più melodiche e strumentali, saranno articolate in modo tale da renderle adatte alla drammatizzazione scenica. (…) Nonostante ciò sarà salvaguardato il dettame filippino, per cui la priorità spetta sempre al contenuto piuttosto che alla forma. Nascerà così quel genere artistico tutto italiano, il melodramma sacro, noto appunto come oratorio musicale. (F. Danieli, San Filippo Neri, Ed. San Paolo, Milano 2009, p. 91)
In questa direzione crebbe l’attrattiva dell’Oratorio di padre Filippo e, col tempo, crebbe anche il livello artistico. Il felice connubio tra musica e Oratorio filippino si vide realizzarsi in particolare nei due decenni successivi la morte del Padre fondatore (1595). Infatti la musica e i compositori che trovarono dimora presso l’Oratorio della Vallicella a Roma, poterono esprimere il meglio di sé accrescendo la produzione musicale, in modo da scrivere nuove pagine di storia della musica, non solo di storia dell’Oratorio.
I musicisti nell’Oratorio si trovarono bene poiché godevano di una maggiore libertà rispetto alle basiliche di Roma dove non ammettevano ad esempio mottetti in volgare, madrigali o laudi, poiché l’unico genere musicale a farla da padrone nella liturgia era il gregoriano. In un contesto extra-liturgico come l’Oratorio si poterono sperimentare novità che portarono ad esempio al “recitar cantando”, con laudi dialogate fra soli e coro, più apparato scenico, per rappresentazioni spirituali drammatiche e narrative antesignane della lirica.
fioritura
La musica sacra non liturgica si svolgeva più facilmente in oratorio che in chiesa: il livello artisticamente più alto erano sicuramente i melodrammi, a riprova di come la Chiesa volle farsi interprete anche della drammaturgia promossa dallo stile barocco, inscenando per lo più narrazioni bibliche. Questo genere musicale, di tema religioso, non era tanto teatrale (senza scenografia e costumi) e neanche liturgico o cultuale, rappresentando il cosiddetto “genere d’oratorio”, dal luogo stesso in cui veniva eseguito.
L’esempio più significativo di compositore che rinuncia a mettersi in mostra e imposta la musica come mezzo per comunicare parole, lo vediamo in Animuccia che pubblicò tre raccolte di laudi (1565-1570-1577) ad uso dell’Oratorio romano, spiegando che il suo intento era evitare complessità musicali per non confondere il significato delle parole. Di suo pugno si legge che ricercava «una certa semplicità, che alle parole medesime, alla qualità di quel divoto luogo et al mio fine, che era solo di eccitar divotione, pareva si convenisse»; quando crebbe qualitativamente il livello del pubblico, compose «intrigandomi il manco che io ho potuto con le fughe et con le inventioni per non oscurare l’intendimento de le parole, accioché con la loro efficacia, aiutate dall’harmonia, potessero penetrare più dolcemente il cuore di chi ascolta»; nel terzo libro rielaborò «con più facilità e simplicità musicale, acciò possa essere cantata da tutti, il che per la maggior parte non avveniva de’ dui primi libri». Comprendiamo bene allora che gli esercizi dell’Oratorio non erano un appuntamento musicale, non era un ritrovo concertistico: al centro c’era il “ragionamento sopra il libro”, il sermone, la parola con la musica a servizio del testo.
Per ricreare gli animi, Filippo introdusse nell’Oratorio la musica al cui fascino era egli stesso sempre stato sensibilissimo. Fu sua l’invenzione geniale di introdurre fra i sermoni e alla fine canti di mottetti, latini e italiani. Da principio erano semplici laudi, in una stesura monodica, lineari, un facile “recitar cantando” a commentare quanto era esposto nel sermone. Lo spazio musicale era stato introdotto da padre Filippo come elemento complementare e accessorio rispetto al discorso. Solo più tardi circostanze varie fecero sì che proprio alla parte musicale toccò di contribuire, in modo impensato, al punto da aumentare notevolmente il livello di complessità.
Si cominciò con delle laudi monodiche, fra le più semplici, a volte appoggiate da strumenti, una poesia in strofe che veniva ripetuta dai fedeli su una melodia uguale. Non rimangono documenti delle prime pratiche musicali congeniate da padre Filippo, appunto perché senza composizione. Erano le laudi tradizionali prive di musica suonata, adattate su altri motivi, del tipo “cantasi come” o sulla base di musiche note alla gente. Il santo fiorentino riportava nel cuore della fastosa Roma cinquecentesca la laude popolare e ingenua della sua infanzia e l’usava come inizio e conclusione dei sermoni oratoriani, proprio negli anni in cui questo uso devoto a Firenze andava scomparendo, anche per il nuovo regime politico del ducato e per i suoi gusti mondani e raffinati.
Raccolta di laudi
Giovanni Animuccia dietro consiglio del Padre, riprese quelle prime melodie, altre ne aggiunse di sua composizione e le concertò a più voci in una piacevole e facile polifonia; sarà la prima pubblicazione musicale, espressamente composta per le tornate oratoriane. Nel 1565 il primo libro di laudi raccoglieva 29 musiche a più voci, ma nell’intento dichiarato di conservare «una certa semplicità, che alle parole medesime, alla qualità di quel divoto luogo et al mio fine, che era solo di eccitar divotione, pareva si convenisse». Nel 1570 comparve il suo secondo libro di 18 laudi spirituali in volgare e 27 tra mottetti, salmi e antifone in latino. Animuccia allora affermava che, giacché l’Oratorio si era tanto accresciuto e il suo uditorio così allargato di numero ed elevato per cultura e qualità degli ascoltatori, gli era parso bene «accrescere l’armonia e i concerti, variando la musica in diversi modi facendola hora sopra parole latine, hora sopra volgari, et hora con più numero di voci et hora con meno, et quando con rime di una maniera, et quando di un’altra, intrigandomi il manco che io ho potuto con le fughe et con le inventioni per non oscurare l’intendimento de le parole, accioché con la loro efficacia, aiutate dall’harmonia, potessero penetrare più dolcemente il cuore di chi ascolta». Il terzo libro usciva nel 1577, quando Animuccia era morto da sei mesi, precisando che i padri oratoriani avevano voluto questa nuova raccolta trattata «con più facilità e simplicità musicale, acciò possa essere cantata da tutti, il che per la maggior parte non avveniva de’ dui primi libri».
Lo spazio musicale nelle pratiche oratoriane era stato introdotto da padre Filippo, sempre naturalmente come elemento complementare e accessorio, e pertanto solo marginale. Col tempo, però, circostanze varie fecero sì che proprio alla parte musicale toccò di contribuire, in modo impensato al successo dell’Oratorio, mentre dava lustro a sé stessa. Infatti la musica e i compositori che trovarono dimora presso l’Oratorio romano, poterono esprimere il meglio di sé accrescendo la produzione musicale, in modo da scrivere nuove pagine di storia della musica, non solo di storia dell’Oratorio. Questo felice connubio tra musica e Oratorio filippino si vide realizzarsi in particolare nei due decenni successivi la morte del Padre, quando i musici presenti in Congregazione vollero prescrivere i cantores negli esercizi dell’Oratorio e la conclusione in musicus concentus.
Con variazioni musicali su laudi dialogate fra soli e coro e con nuovo stile (il “recitar cantando”), nascerà quale componente degli esercizi oratoriani una nuova cantata a più voci (soli e cori), a cui presto si aggiungerà un piccolo complesso orchestrale (viole, tiorbe, liuti, trombe): sarà un genere musicale del tutto nuovo, l’“Oratorio musicale”, i cui incunaboli si conservano ancora all’Oratorio romano.
Dopo i sermoni divenne consueta l’esecuzione di inni e laudi sacre composte appositamente ad uso degli incontri dei congregati. Nacquero così gli “Oratori”, cioè musica sacra eseguita nell’Oratorio filippino. La potenza della parola, fatta viva dal sentimento, rivestita ed elevata dalla musica, doveva dare origine al dramma musicale che aperse al futuro teatro nuovi orizzonti. L’“Oratorio musicale” così denominato dal 1640, di solito di argomento biblico, diverrà dai primi decenni del Seicento il maggior motivo d’attrazione della pratica filippina.
La musica divenne un motivo di richiamo e successo per l’Oratorio. Un vecchio cantore papale, Orazio Griffi, che ne era stato frequentatore per quarantacinque anni, nella prefazione a una raccolta di composizioni scriveva: Beato Filippo… per raggiungere gli scopi voluti dal tuo zelo e per attirare i peccatori mercé una dolce ricreazione dei santi esercizi dell’Oratorio, tu ricorrevi alla musica e facevi eseguire canti sacri in coro: così la gente veniva trascinata dai canti e dai sermoni al bene dellapropria anima. Taluni frequentavano l’Oratorio soltanto per la musica, ma poi si fecero via via più plasmabili e sensibili alle esortazioni spirituali e finivano per convertirsi a Dio con grande fervore.
nuove collaborazioni
San Filippo ebbe la ventura di attirare alla propria idea Giovanni Animuccia e Pier Luigi da Palestrina. Questi celebri compositori furono penitenti ed amici intimi di Filippo; l’Animuccia prima, e più tardi il Palestrina, furono preposti dal Santo a dirigere i concerti spirituali dell’Oratorio. I concerti dell’Oratorio, per opera dei due famosi maestri, diventarono sempre più attraenti ed assursero a grande fama nel mondo dei musici; questi drammi musicali immortalarono il nome del Palestrina, il quale rimase fino alla morte maestro di cappella dell’Oratorio.
La gloriosa eredità musicale sua e dell’Animuccia fu raccolta dallo spagnolo padre Soto Langa, il quale divenne uno dei più celebri cantori della Cappella Pontificia. Nel 1600, cinque anni dopo la morte del Santo, nella Chiesa della Vallicella si dava la prima rappresentazione del famoso oratorio: “Anima e corpo” musicato da Emilio del Cavaliere. Fu quello il primo saggio, l’unico con apparato scenico, la rappresentazione di Combattimento di anima e corpo nel febbraio del 1600, su una lauda dialogata del padre Agostino Manni. Era un momento storico, perché l’evoluzione della lauda spirituale, arricchita dal dialogo si fece drammatica e narrativa. Con l’affermarsi dello stile recitativo, la nuova musica melodrammatica, trovava spazio anche nella Chiesa con rappresentazioni spirituali.
Altri musici valenti si succederanno all’Oratorio romano furono padre Guglielmo Rosini e il laico Dionisio Isorelli. Un altro nome importante è Anerio, il convertito Maurizio e i suoi tre figli musici. Arriveranno anche dietro la riluttante Bradamante il marito Massimo, cantore del papa, e il generoso Sebastiano, che con Gaspare Brissio, musico di cornetta, e il marito di sua figlia, il trombettiere Fabio de Amatis, erano la guarnigione musicale di Castel S. Angelo quasi al completo. Anche il figlio di Fabio, putto cantore a S. Maria Maggiore, entrerà nella sfera di Filippo, ma sarà dopo la sua morte, quando con una reliquia del santo il padre lo liberò da una terzana doppia.
Infine non si può dimenticare il beato dell’Oratorio, padre Giovenale Ancina. Colto medico piemontese, fu conquistato da San Filippo ed entrò in Congregazione con suo fratello Matteo nel 1578. Giovenale Ancina si dedicò al “travestimento spirituale”, i cosiddetti mascheramenti, ovvero il riciclo di opere profane con la trasformazione in canti sacri. Nella biblioteca Vallicelliana si conserva L’amorosa Eco, raccolta stampata di madrigali, dove l’Ancina con tanti pezzetti di carta incollati ha trasformato personaggi mitologici, come Eco in S. Pietro e Narciso in Gesù che cammina sul mare. Di suo pugno sulla copertina appare la scritta “L’amorosa Eco fatta spirituale”.
Armando Pierucci è un frate minore, diplomato al Pontificio Istituto di Musica Sacra, con un encomiabile curriculum vitae. Al momento della riapertura post-pandemia ha voluto esternare un simpatico pensiero:
La verità è che, dopo oltre mezzo secolo da quel Concilio che aveva messo al primo posto il canto dell’Assemblea, lo scopo non si è raggiunto: si è riusciti a silenziare la musica di altissima arte, ma non a far cantare la gente. Andiamo allo scontro? Non serve. Del resto si va in chiesa per pregare. Sì, è vero che il canto raddoppia la preghiera; ma se uno prega. I coristi non si offendano se osservo che il cantore guarda più alla partitura e al direttore, che a Nostro Signore. Torniamo agli inizi, ai tempi delle Catacombe. I Cristiani si riunivano per pregare; avevano pochi canti; e semplici, brevi. Tutti li cantavano. Con la libertà sono venuti gli esperti e i solisti. E hanno rubato il canto all’Assemblea. Ma ora: coristi di tutto il mondo, spargetevi per i banchi! Sostenete il canto dei bambini, degli anziani, fino a che tutta la Chiesa non sia piena della loro e della vostra voce. Per uno, per dieci anni proclamate un digiuno corale! Poi tornerete ai vostri posti e tutti insieme proclameremo la gloria di Dio. Questo non è un insulto all’arte: la musica di Bach non sarebbe grande senza i semplici corali di Lutero.
Il frate musicista osserva che col pretesto della cantabilità si è abbassato il livello artistico, senza aver effettivamente accresciuto la partecipazione liturgica. Pertanto suggerisce di fare tabula rasa e ripartire dalla preghiera. Le parole schiette del frate musicista mettono in luce la tensione tra due esigenze della liturgia: accompagnamento musicale (oggi detto “animazione”) e partecipazione dell’assemblea orante alla celebrazione. La perfetta simbiosi dell’assemblea liturgica col coro preposto al canto liturgico, è tanto più difficile quanto superiore è il livello musicale. E tuttavia il “rinnovamento liturgico” è riuscito «a far cantare la gente»…?
L’introduzione generale del messale romano (IGMR) di Paolo VI ha posto come principio fondamentale la partecipazione (attiva, piena/consapevole, comunitaria) dei fedeli al rito celebrato dai ministri sacri. In realtà questo caposaldo della riforma liturgica è il punto di arrivo di un percorso precedente. Se il messale di Pio V considerava i fedeli come “astanti” che capivano poco o niente di ciò che accadeva sull’altare, il magistero di Papa Pio X formula la necessità di maggiore consapevolezza e coinvolgimento degli oranti; concetto implementato da Pio XII formulando la partecipazione “interna”, attuata cioè con devota attenzione della mente e con affetti del cuore, base della partecipazione “esterna”, manifesta con atti quali la postura del corpo (genuflessione, inchino, ecc.), i gesti rituali, le risposte, le preghiere e il canto.
La necessità di actuosa partecipatio al santo sacrificio dell’altare, fiorisce dopo un secolo nel concetto di “partecipazione” contenuto nel messale di Paolo VI. Tale continuità è messa in luce anche dal liturgista Enrico Mazza in un interessante saggio pubblicato sulla Rivista del Clero Italiano: «Il Vaticano II ha portato fino in fondo i principi enunciati nei documenti di Pio XII. […] Il messale di Giovanni XXIII e quello di Paolo VI appartengono allo stesso filone perché hanno la stessa logica, dato che entrambi recepiscono i criteri della partecipazione attiva dell’Instructio de Musica sacra et sacra Liturgia di Pio XII del 1958» (Vita & Pensiero, Novembre 2007).
All’inizio del secolo scorso Papa san Pio X scriveva: «La musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione e edificazione dei fedeli» e proseguiva «…i cantori hanno in chiesa vero officio liturgico» (Motu proprio Tra le sollecitudini del Sommo Pontefice Pio X sulla Musica Sacra, 22/11/1903, art. 1: ASS vol. 36, p. 332). Per quanto riguarda i musicisti di chiesa, nello stesso documento prescrisse: «…non si ammettano a far parte della cappella di chiesa se non uomini di conosciuta pietà e probità di vita, i quali, col loro modesto e devoto contegno durante le funzioni liturgiche, si mostrino degni del santo officio che esercitano».
Cinquant’anni più tardi Papa Pio XII, riallacciandosi al magistero di san Pio X, aggiunse significativamente: «Quanti o compongono musica, secondo il proprio talento artistico, o la dirigono, o la eseguono sia vocalmente sia per mezzo di strumenti musicali, tutti costoro senza dubbio esercitano un vero e proprio apostolato, anche se in modo vario e diverso, e riceveranno perciò in abbondanza da Cristo Signore le ricompense e gli onori riservati agli apostoli, nella misura con cui ognuno avrà fedelmente adempiuto il suo ufficio. Essi perciò stimino grandemente questa loro mansione, in virtù della quale non sono solamente artisti e maestri di arte, ma anche ministri di Cristo Signore e collaboratori nell’apostolato, e si sforzino di manifestare anche con la condotta della vita la dignità di questo loro ufficio» (Pio XII, Lettera Enc. Musicae Sacrae Disciplina, 25/12/1955: AAS , 48 (1956), p. 5 e ss.).
Questo aspetto della “dignità” cristiana di coloro che svolgono l’ufficio (oggi “ministero”) di cantore, si richiama a quanto diceva sopra il buon p. Armando circa il cantore che punta alla perfezione acustica, senza però credere in mezza sillaba del messaggio che foneticamente comunica. Le composizioni sinfoniche dei secoli passati, ma anche le più semplici polifonie, danno al sacro rito un’aurea sublime, la quale però rimane solo apparente se manca lo Spirito Santo. È il rischio del ritualismo e della vana esteriorità, quando il perfezionismo punta alla bellezza estetica e sonora, senza che però si realizzi la divina liturgia che con la grazia tocca il cuore degli uomini. Occorre quindi riflettere sui contenuti che si cantano: «Sì, è vero che il canto raddoppia la preghiera; ma se uno prega», dice sopra p. Armando O.F.M. La liturgia non è una rappresentazione teatrale, nessuno è spettatore.
Tecnicamente possiamo precisare l’attiva partecipazione dei fedeli in tre gradi: 1° – quando tutti i fedeli cantano le risposte liturgiche: Amen; Et cum spiritu tuo; Gloria tibi, Domine; Habemus ad Dominum; Dignum et iustum est; Sed libera nos a malo; Deo gratias 2° – quando tutti i fedeli cantano anche le parti dell’Ordinario della Messa: Kyrie; Gloria; Credo; Sanctus; Agnus Dei. L’alleluia che include il versetto rientra nel Proprio. «Si curi che i fedeli sappiano recitare o cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario che loro spettano» (Sacrosanctum Concilium n. 54). In luogo dell’Ordinario e Dialoghi non esistono “altri canti adatti” (OGMR 366 e 40) 3° – si ha nel canto gregoriano del Proprio della Messa scritto sul messale: antifone d’introito, di comunione, di offertorio (in vetus ordo), versetto alleluiatico.
Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia.
«Voi, principe, una volta avete detto che la bellezza avrebbe salvato il mondo… È vero? Signori, il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza… Ma io gli rispondo che gli saltano in testa pensieri così ameni perché… perché è innamorato, me ne sono accorto non appena è entrato qui. No, principe, se non volete farmi pietà, non arrossite. Quale bellezza salverà il mondo?» 1. La domanda che il giovane Ippolit, morente, rivolge al principe Myškin – senza ottenere risposta – è stata interpretata a volte come l’affermazione perentoria che non è. Dostoevskij ha una visione ben più sapienziale di quella estetizzante e consumistica che sembra prevalere ai giorni nostri. Egli è convinto che, se esiste una bellezza capace di salvare il mondo, quella sprigiona la propria luce intrinseca da chi è, di per sé stesso, segno di contraddizione.
È una delle tante domande che nascono leggendo in questo libro di Irene Luzio la storia delle diverse generazioni dei Fecarotta. Ricostruendo la genealogia della famiglia, l’autrice del saggio ci fa comprendere come si sia passati da Nicola Fecarotta (1777-1830) fino a Fabrizio Fecarotta, attuale titolare dell’azienda Fecarotta Antichità insieme alla moglie e ai tre figli, e ci permette di affacciarci sul passaggio dalla sola produzione di gioielli alla sensibilità sopraffina di antiquari attenti alla tutela delle opere d’arte.
Il capostipite fu orafo e cesellatore alla corte di Francesco I di Borbone. Era un’epoca di sinistri presagi per la Sicilia, dopo millenni di ricchezza. Con la soppressione nel 1816 del Regno di Sicilia – la più antica monarchia parlamentare del mondo – e la creazione del fittizio Regno delle Due Sicilie, si apriva la lunga stagione della colonizzazione italiana dell’Isola, che perdura ancora oggi. Cominciava allora la decadenza dell’immensa perla che emerge al centro del Mediterraneo. Dopo il 1866 principieranno le emigrazioni di massa, mai registrate prima; dopo il 1910 anche le fiammate di sviluppo economico vertiginoso si spegneranno; dopo il 1946 l’istituzione della Regione Siciliana consentirà una distribuzione effimera di privilegi a pochi collaborazionisti in cambio del consenso per tacitare le istanze di libertà dei siciliani tutti.
Forse bisogna superare un equivoco. È la cultura – sempre esuberante, brillante e diffusa in Sicilia – che produce ricchezza? In realtà è la ricchezza, se associata ad anime nobili, che produce cultura. La prova più macroscopica del benessere aristocratico, nel senso più elevato dell’aggettivo, è la produzione di gioielli e di giardini, testimoni eloquenti ed eleganti della radicale “inutilità” del bello, o meglio della sua gratuità. Ecco perché la densità di architetture e di opere d’arte presenti nell’Isola, una concentrazione di bellezze più unica che rara, costituisce una sfida da far tremare i polsi a chiunque abbia il compito di tutelarla. Il denaro pubblico non è sufficiente, oltretutto perché – lo ripetiamo – la Sicilia è trattata come una colonia interna dallo Stato Italiano. Per la salvaguardia delle meraviglie del passato e per la creazione di nuove opere d’arte è indispensabile il rifiorire dell’economia isolana.
1 Dostoevskij Fëdor Michajlovič, L’idiota , Newton, Roma 2005, p. 302 .
Domus Siciliae
Esistono tuttora palazzi affascinanti e vissuti di casate siciliane in buona salute, per quanto prive dei possedimenti di una volta 1. Esistono dimore complete del loro arredamento trasformate in musei, come Palazzo Mirto a Palermo. Esistono ingenti raccolte che si arricchiscono di anno in anno e poi rischiano di essere disperse. Quando muore un appassionato collezionista, si corre sempre il pericolo che gli eredi vendano i preziosi manufatti senza seguire i criteri originari della raccolta.
Fra quei criteri, a volte inconsapevoli, c’è quello della identità siciliana. È qualcosa che si può definire solarità: gioia, colore, calore, luminosità. Il Gattopardo, con l’ironia di Tomasi di Lampedusa, un letterato colto e blasonato, si è prestato sin troppo ad alimentare parecchi luoghi comuni. Uno particolarmente dannoso è quello delle “dominazioni”2. La verità è che solitamente in Sicilia ci sono stati passaggi dinastici e che, soprattutto, esiste un’arte siciliana, con alcune caratteristiche precise, realizzata da artisti siciliani, per nascita o per adozione. È un fenomeno studiato con acribia dalla prof. Maria Concetta di Natale, fondatrice dell’Osservatorio delle Arti Decorative in Italia “Maria Accascina”, e dai docenti della sua scuola, per es. dall’instancabile prof. Sergio Intorre. Si può affermare che gli artigiani siciliani siano unici al mondo per capacità di coniugare l’uso della mente, degli occhi, del cuore e delle mani. Le loro opere sono abbondantemente presenti nelle dimore siciliane, insieme a pitture e sculture, a volte accanto a doni delle case reali o nobiliari europee. Un altro stereotipo è che i nobili siciliani fossero dei fannulloni che vivevano di rendita. In generale essi erano al contrario governanti e imprenditori capaci di accrescere le loro fortune per centinaia di anni, di generazione in generazione. Erano veri e propri prìncipi e distinti mecenati.
Nel passare da Palazzo Larderia, sul Cassaro basso, dove avevano affidato la progettazione del negozio ad Ernesto Basile, ad una traversa (via Principe di Belmonte) dell’addizione Regalmici, un ramo dei Fecarotta ha sviluppato una competenza specifica da antiquari per acquisire e collocare sul mercato collezioni di pregio, cercando di preservarne l’integrità. È il caso, ad esempio, di una raccolta di più di un centinaio di prototipi di mobili in scala ridotta, che venivano realizzati un tempo dagli ebanisti per chiarire preventivamente al cliente l’effetto finale degli arredi a grandezza reale. Questa è una delle peculiarità encomiabili di Fecarotta Antichità.
Lo studio di Irene Luzio sulla collezione di gioielli inediti di Fecarotta Antichità – una collezione arricchita man mano con monili di provenienza differente – spalanca una nuova finestra sul tema delle collezioni private, stabili e temporanee, impiegando con rigore il metodo di analisi delle arti decorative elaborato dalla prof.ssa Di Natale.
1 Cfr. Camarda Signorino Alessio Maria – Messina Emilio, Domus Siciliae, Piccolo viaggio sentimentale nel cuore intimo delle dimore storiche siciliane, Dario Flaccovio, Palermo 2023.
2 Cfr. Costa Massimo, Storia di una Nazione. Politica e Istituzioni Siciliane nei secoli, Rise&Press, Capri Leone 2024.
Uno sguardo nuovo
Il mio primo scambio di idee con Irene Luzio risale ad una conferenza del 2014, nella quale mi avevano chiesto di illustrare il simulacro argenteo, a grandezza naturale, dell’Immacolata Concezione, custodito nella Basilica di S. Francesco d’Assisi a Palermo. Lo avevo intitolato Pulchra quoad se, Pulchra quoad nos. Alla fine mi si avvicinò lei, giovane liceale dall’intelligenza molto acuta, per manifestarmi tutto il suo interesse per il modo di affrontare le arti partendo dalla metafisica dell’atto di essere.
Il percorso accademico di Irene Luzio è stato sinora molto coerente con la sua formazione classica e con alcune delle sue attitudini intellettuali. Il suo corso di studi può essere definito un percorso formativo lineare, che le ha permesso di coltivare i suoi talenti. Ha conseguito la laurea di primo livello in Filosofia e quella magistrale in Storia dell’Arte. I due ambiti disciplinari, insieme, le consentono di affrontare le ricerche con un approccio che mira all’essenza delle cose. In un momento di grande ambiguità gnoseologica come quello attuale risulta estremamente importante coltivare la fiducia nella possibilità di conoscere il reale e alcuni dei suoi trascendentali, quali sono il vero, il buono. il bello. È altresì fondamentale andare oltre la concezione immanentista della cosiddetta Estetica e occuparsi adeguatamente della Filosofia del Bello 1. Queste acquisizioni gettano nuova luce sulla produzione artistica e su quella artigianale, esaminate con pieno rispetto della realtà, dei materiali e delle tecniche di lavorazione.
A questo contribuiscono inoltre il suo gusto spiccato (sovente alla base di giudizi sorprendenti), la passione per l’oreficeria, il desiderio di cimentarsi nella creazione di manufatti d’arte. Ha già pubblicato parecchie recensioni sull’opera di artisti contemporanei, oltre ad articoli su architettura, arti applicate, filosofia, che dimostrano un’ammirevole capacità di andare al nocciolo delle questioni. Il suo intuito le ha consentito di osservare con uno sguardo nuovo la collezione di gioielli dell’oreficeria siciliana di Fecarotta Antichità, prodotti in un periodo compreso tra il tardo Seicento e la prima metà dell’Ottocento. In essi coglie almeno due caratteri di sicilianità. Il primo è l’esuberante varietà cromatica e materica, per esempio nell’impiego degli smalti policromi, delle gemme, delle perline. Il secondo aspetto è la fedeltà alla tradizione, pur sotto forma di continuità nell’innovazione. L’autrice sottolinea infatti il permanere e ripetersi delle forme nel tempo, ora semplificate e stilizzate, ora aggiornate alla luce dell’evoluzione del gusto. Bisogna tenere conto che negli ultimi trecento anni si sono succeduti diversi tentativi di quello che potremmo definire “colonialismo architettonico ed artistico”. Nel caso dei monili si registra invece una significativa “resistenza”, che si manifesta nell’indipendenza delle linee predilette dagli orafi siciliani, in questa catalogazione scientifica presenti con opere che vanno dal tardo manierismo al neoclassico.
La giovane studiosa si sofferma sulle questioni legate all’estensione ai gioielli della punzonatura (per l’argenteria vigente sin dal XV secolo), che consentono, dal 1758 in poi, di riconoscere l’orafo, la data e il console della Maestranza dell’anno. I marchi di oreficeria ebbero vita breve in quanto scomparvero nel 1822, anno in cui le Maestranze vennero soppresse per il timore che esse incutevano al governo. Le corporazioni dei mestieri, infatti, collaboravano da secoli all’amministrazione della città, con facoltà di utilizzare armi. Il regime poliziesco napoletano, instauratosi dopo il 1816, non le tollerava, dato che esse avrebbero potuto fornire un sostegno ai gruppi che reclamavano il ripristino del Regno di Sicilia.
1 Cfr. Papa Rodolfo, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012.
Metessi dell’idea e mimesi della natura
Per comprendere lo spirito degli artigiani siciliani bisogna assecondare, come fa l’autrice, il desiderio latente di quella unità del sapere, tipica del pensiero classico, travolta dal principio di immanenza cartesiano e dalla conseguente chiusura dei settori specialistici in sé stessi. Degli orafi e degli argentieri dell’Isola bisogna comprendere specificamente la passione per la mimesi della natura. A maggior ragione sono molto utili i tentativi coraggiosi di recupero della saggezza di sempre in opere come quella dell’arch. Christopher Alexander, in particolare il suo “The nature of order”. Si tratta di uno splendido saggio, diviso in quattro volumi ponderosi, “The phenomenon of life”, “The process of creating life”, “A vision of a living world”, “The luminous ground”. Alexander, matematico e architetto di origine austriaca, ha vissuto e insegnato per lunghi anni negli Stati Uniti, dove le sue teorie e le sue opere hanno influenzato vari settori della conoscenza, dall’architettura alla sociologia fino all’informatica 1.
Un altro grande uomo di cultura del Novecento, il filosofo nisseno Rosario Assunto, aiuta ad impadronirsi di uno sguardo limpido sul bello, che sia parte integrante del processo di conoscenza della realtà. Si tratta di un punto di vista che lascia aperta la strada alla possibilità di una connessione tra arte e verità, tra sfera sensibile e dimensione spirituale dell’uomo. Assunto definiva “civiltà estetica” il Medioevo, l’epoca nella quale il corpus di opere attribuite a Dionigi Areopagita ebbe un successo notevole, perpetrando e rafforzando la coscienza neoplatonica, e contribuì ad elaborare una originale “metafisica della Luce”. Assunto guarda alle opere d’arte secondo la prospettiva neoplatonica della “metessi dell’idea”, vale a dire della partecipazione alla perfezione degli attributi divini, in particolare la Bellezza e la Luminosità. La metessi della Luce la troviamo anche nei bagliori policromi delle gemme incastonate nei gioielli.
Leggiamo Omnis mundi creatura, attribuito ad Alano di Lille, uno dei testi più significativi della storia della letteratura medioevale. Vi ravvisiamo una sensibilità molto vicina a quella siciliana.
Ogni creatura dell’universo / quasi fosse un libro o un dipinto / è per noi come uno specchio; / della nostra vita, della nostra morte / della nostra condizione e della nostra sorte / segno fedele. / La rosa rappresenta il nostro stato / leggiadra glossa della nostra condizione / interpretazione della nostra vita / che mentre è fiorente nel primo mattino / fiorisce, sfiorito fiore / con la vecchiaia della sera.
Assunto formula il concetto di “intenzionale polisemia della poesia”, in cui il senso non è univoco, bensì costruito su letture che toccano piani diversi, anche perché la vera arte non è noiosamente didascalica. Il passaggio dal piano letterale a quello allegorico, fino a quello anagogico, passando per il senso morale, non può essere considerato un movimento narcotico, ma solo un panorama più complesso in cui l’artista e l’artigiano possono sfogliare il libro della natura, foriero di significati e rimandi infiniti. Il simbolo, proprio perché – a differenza del simbolismo cerebrale – aderisce alla realtà, alimenta di continuo e senza stufare le ricerche dei sensi, dell’intelligenza, della volontà e delle emozioni.
È questo lo sguardo con cui Irene Luzio ha catalogato i preziosi manufatti oggetto della sua indagine. È questo lo sguardo con cui sfogliare le pagine del libro, se dalle immagini di cui è corredato si desidera trarre il massimo godimento estetico.
Adornarsi di gioie
Che ne sarà della collezione di monili di Fecarotta Antichità? Di per sé è destinata ad una continua mutevolezza, come sistole e diastole del cuore. Alcuni gioielli della raccolta verranno venduti a clienti nuovi o già affezionati, altri di provenienza imponderabile arricchiranno la raccolta. Per i proprietari dell’elegante negozio di antiquariato la più grande gioia è che i gioielli siano acquistati da chi saprà indossarli con gusto per valorizzare il proprio modo di essere.
È l’invito che sta a cuore ad Irene Luzio, entrata in grande sintonia con i titolari. Non a caso l’autrice del saggio li ha definiti Sicula Ornamenta, decori con personalità adatti a nuovi proprietari dotati di personalità. Possono aumentare la solarità di chi se ne riveste.
In qualche misura è una sfida, audace, dal momento che oggi si registrano enormi speculazioni sul prezzo dell’oro e dell’argento. Di conseguenza i gioiellieri vivono una crisi della domanda di preziosi. Ma è una crisi temporanea, legata alle circostanze economiche e finanziarie attuali. Il bello non tramonta mai. Il bello non stanca mai. Associato all’eleganza muliebre o al portamento virile o alla contemplazione estetica.
Come scrive John Keats in Endymion, «A thing of beauty is a joy for ever». Gioia e gioiello. In una simbiosi che non finisce di stupire.