la primavera dello spirito

Giacomo Biffi, Memorie e digressioni di un cardinale italiano, Cantagalli, Siena, 2007, pp. 191-194.189

A fare un po’ di chiarezza nella confusione che ai nostri giorni affligge la cristianità, è incombenza preliminare e ineludibile distinguere con ogni cura l’evento conciliare dal clima ecclesiale che ne è seguito. Sono due fenomeni diversi ed esigono un apprezzamento differenziato. Il postconcilio deriva certo storicamente dall’assise del Vaticano II e intende riferirsi al suo magistero, ma si connota altresì di una alterità inattesa nei confronti dell’evento che l’ha originato. Il Concilio non si identifica affatto col postconcilio: il primo ‘a priori’ va accolto con totale cordialità da parte di chi vuol continuare a dirsi cattolico; il secondo esige di essere analizzato e giudicato alla luce del primo e anzi alla luce di tutta la Rivelazione divina come è custodita indefettibilmente dalla Chiesa. A questo proposito potrà giovare un consiglio semplice e pratico: quando sentiamo ripetere ‘il Concilio ha detto’, ‘secondo l’insegnamento del Concilio’, ‘in conformità alle direttive del Concilio’, è buona norma che si chieda di specificare quale sia il documento e – all’interno del documento – quale sia il paragrafo che si intende citare.

Come è potuto succedere che dai pronunciamenti legittimi e dai testi del Vaticano II sia derivata una stagione così diversa e lontana? La questione è complessa e le ragioni sono multiformi; ma senza dubbio ha avuto il suo peso anche un processo (per così dire) di aberrante “distillazione”, che dal “dato” conciliare autentico e vincolante ha estratto una mentalità e una moda linguistica del tutto eterogenee. È un fenomeno che nel ‘postconcilio’ affiora qua e là, e continua a riproporsi più o meno esplicitamente. Potremo, per farci capire, avventurarci a indicare il procedimento schematico di tale curiosa ‘distillazione’.

La prima fase sta in un accostamento discriminatorio del dettato conciliare, che distingua i testi accolti e citabili da quelli inopportuni o almeno inutili, da passare sotto silenzio. Nella seconda fase si riconosce come prezioso insegnamento del Concilio non quello in realtà formulato, ma quello che la santa assemblea ci avrebbe elargito se non fosse stata intralciata dalla presenza di molti padri retrogradi e insensibili al soffio dello Spirito. Con la terza fase si insinua che la vera dottrina del Concilio non è quella di fatto canonicamente formulata e approvata, ma quella che sarebbe stata formulata e approvata se i padri fossero stati più illuminati, più coerenti, più coraggiosi. Con una metodologia teologica e storica siffatta – non enunciata mai in forma così palese, ma non per questo meno implacabile – è facile immaginare il risultato che ne deriva: quello che viene in maniera quasi ossessiva addotto ed esaltato non è il Concilio che di fatto è stato celebrato, ma (per così dire) un ‘Concilio virtuale’; un Concilio che ha un posto non nella storia della Chiesa, ma nella storia dell’immaginazione ecclesiastica. Chi poi si azzarda pur timidamente a dissentire, è segnato col marchio infamante di ‘preconciliare’, quando non è addirittura annoverato coi tradizionalisti ribelli o con gli esecrati integralisti.

E poiché tra i ‘distillati di frodo’ dal Concilio c’è anche il principio che ormai non c’è errore che possa essere più condannato entro la cattolicità a meno di peccare contro il dovere primario della comprensione e del dialogo, diventa oggi difficile, tra i teologi e i pastori, il coraggio di denunciare con vigore e con tenacia i veleni che stanno progressivamente intossicando l’innocente popolo di Dio.

In merito alla Gaudium et spes e all’irto percorso della sua approvazione, il cardinale scrive: “Hubert Jedin ha poi osservato che questa Costituzione fu salutata con entusiasmo, ma la sua storia posteriore ha già dimostrato che allora il suo significato e la sua importanza erano stati largamente sopravvalutati e che non si era capito quanto profondamente quel mondo che si voleva guadagnare a Cristo fosse penetrato nella Chiesa (Storia della Chiesa, X/1, p. 151). Monsignor Carlo Colombo, che in quella circostanza era il teologo di fiducia del papa, ha manifestato un giorno al cardinal Giovanni Colombo la sua gioia e la sua fierezza per essere arrivati a una felice conclusione, dopo tante incertezze e tante fatiche. Il cardinale, acuto e libero come sempre, gli ha risposto: Quel testo ha tutte le parole giuste; sono gli accenti a essere sbagliati. Purtroppo, il postconcilio è stato influenzato e ammaliato più dagli accenti che dalle parole

il Concilio Vatiano II è stato il 1789 della Chiesa

Card. Leo Suenens

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