la nuova pentecoste liturgica

Giacomo Biffi, Memorie e digressioni di un cardinale italiano, Cantagalli, Siena, 2007, p.186

Mi sono molto rallegrato: tutto il più intelligente ed equilibrato movimento liturgico – che negli anni precedenti avevo seguito con passione – trovava qui la sua massima accoglienza e il suo coronamento. Di qui è partita, provvidenziale e inarrestabile, la riforma che tanto avevamo auspicato. Di qui, va però anche detto, la più sconcertante insipienza ecclesiastica ha preso arbitrariamente le mosse per le sue vistose aberrazioni, che in larghi strati della cristianità hanno avvilito il culto del Cristo totale al Padre, Dio del cielo e della terra, e il canto d’amore della Chiesa al suo Sposo. Ma di ciò questa Costituzione [Sacrosanctum Concilium] è incolpevole.

Serafino M. Lanzetta F.I., Super hanc petram, ed. Fiducia, Roma 2022, p. 187

Sulla base di cosa si può affermare che il Messale antico abbia favorito l’ostilità al Vaticano II e la divisione nella Chiesa? (…) Con Traditionis Custodes [il Vatiano II] viene ampiamente recuperato nella sua autorità liturgica, staccata però dal complesso della lex credendi, che è lex orandi dell’intera Chiesa. In tal modo appare con tutta la sua forza profetica un’espressione di Francesco: “la riforma liturgica è irreversibile”. Una sorta di dogmatizzazione di un’interpretazione di Sacrosanctum Concilium, che gli stessi pontefici suoi predecessori avevano cercato di lenire negli effetti.

Enrico FinottiVaticano II 50 anni dopo, Fede&Cultura, 2012, p.303

In essa il mistero di Dio si stava ritirando e il silenzio su di Lui era gradualmente riempito dai clamori del quotidiano. Più che assicurare l’integrità dei misteri celebrati nei sacri riti, ci si preoccupava di parlare con efficacia e modernità a ogni categoria di uomini. Ne nacque una irrefrenabile corsa verso ogni situazione esistenziale e una ricerca quasi spasmodica di linguaggi diversificati e accattivanti per interessare e conquistare ogni variabile culturale. La forma dei riti dell’editio typica dei libri liturgici promulgati dall’autorità della Chiesa fu abbandonata e si teorizzò una sua permanente interpretazione e una sua necessaria rielaborazione alla luce dell’esperienza sempre fluida della cronaca quotidiana e della tipologia variegata delle categorie sociali. La liturgia fu ridotta a linguaggio e il linguaggio fu solo quello mutevole e flessibile della soggettività. I contenuti oggettivi e immutabili del Mistero creavano disagio e la protezione sacra del linguaggio della tradizione fu giudicata inadeguata. Sfuocato il mistero restava una pastorale priva di contenuto, che si risolveva in una metodologia fine a se stessa e che si rivolgeva all’uomo con la massima disponibilità ad ascoltarlo, senza offrirgli con altrettanto vigore la grazia per salvarlo.

Serafino M. Lanzetta, Super hanc petram, ed. Fiducia, Roma 2022, pp. 168-170

Un primo importante riferimento al significato del Vaticano II si trova nell’intervista concessa dal primo Papa gesuita alla rivista “Civiltà Cattolica”, pubblicata il 19 settembre 2013, proprio agli inizi del pontificato francescano. L’intervista, condotta da p. Antonio Spadaro SJ, fu molto ampia. è interessante il commento di p. Spadaro, che introduce la domanda sul Vaticano II: “Che cosa ha realizzato il Concilio Vaticano II? Che cosa è stato?”, gli chiedo alla luce delle sue affermazioni precedenti, immaginando una risposta lunga e articolata. Ho invece come l’impressione che il Papa semplicemente consideri il Concilio come un fatto talmente indiscutibile che non vale la pena parlarne troppo a lungo, come per doverne ribadire l’importanza.

Ed ecco la risposta di Francesco, in cui emerge la sua preoccupazione per il Vetus Ordo, quasi come di una minaccia al Vaticano II e alla sua riforma liturgica (…): Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento, che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi, che è stata propria del Concilio, è assolutamente irreversibile. Poi ci sono questioni particolari come la liturgia secondo il Vetus Ordo. Penso che la scelta di papa Benedetto sia stata prudenziale, legata all’aiuto ad alcune persone che hanno questa particolare sensibilità. Considero invece preoccupante il rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione.

Daniele Nigro, I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II, Ed. Sugarco, Milano 2012, p.95-96.103

È possibile l’unità pur nella varietà di cui parla Sacrosanctum Concilium nn. 4 e 37, a patto di tenere principi normativi di riferimento. L’osservanza della legge liturgica si fonda su un dato: la liturgia non appartiene a nessuno, bensì alla Chiesa. Il culto pubblico implica il diritto di Dio a essere pregato come si conviene e, allo stesso tempo, il diritto dei fedeli a non subire alterazioni arbitrarie. La Costituzione S.C. al n. 23 dichiara che ogni innovazione debba scaturire organicamente dalle forme già esistenti; la legge liturgica deve garantire tale organicità e continuità con la Tradizione. Benedetto XVI citava proprio Paolo VI (discorso per la promulgazione del Novus Ordo Missae) quando scriveva si vescovi: Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande e – aggiungeva – non può essere proibito o addirittura considerato dannoso (lettera accompagnatoria motu proprio Summorum Pontificum).

Leggendo il testo del documento conciliare che invita al rinnovamento delle forme, si riscontrano pur delle difficoltà per passare all’atto pratico. I padri conciliari affermarono una sostanziale unità del rito latino-romano, lasciando spazio ad adattamenti legittimi. Il problema è che non viene definito cosa sia sostanziale e cosa adattabile, ovvero le parti immutabili e non. Scrive a proposito Bruno Gherardini: La porta è proprio spalancata. E se qualcuno è passato attraverso di essa per introdurre nella Chiesa non una riforma liturgica, che armonizzasse, sulla base delle sue fonti, la Tradizione ecclesiale con le attese dell’oggi in vista del domani, ma una liturgia eversiva della sua stessa natura e delle finalità primarie, in ultima analisi responsabile è proprio il testo conciliare. (“Concilio Ecumenico Vaticano II: un discorso da fare”, Frigento 2009, p. 147)

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