Vita di San Filippo | in cielo

San Filippo in cielo

Il penultimo giorno della sua vita, p. Filippo chiese al confratello p. Pietro Consolini che celebrasse una Messa per lui: “la Messa che chiedo è quella per i defunti”. Già il 15 maggio p. Filippo aveva predetto la sua dipartita dopo dieci giorni. E così avvenne all’alba seguente la solennità di Corpus Domini, 26 maggio 1595. Dice il biografo Antonio Gallonio che aspettava «la morte non come cosa spiacevole, ma come cosa da lui per lungo tempo desiderata».

Durante il 25 maggio fino all’ultimo continuò ininterrotto in camera il flusso di suoi penitenti e figli spirituali; si confessarono quel giorno i cardinali Agostino Cusano e Federico Borromeo, di sera altri padri della Vallicella. Con tutti quelli che passarono in camera si intrattenne familiarmente, scambiando qualche parola e dispensando le sue benedizioni.

La notte fu proprio p. Antonio Gallonio che aveva la camera sotto la sua ad alzarsi e precipitarsi da p. Filippo che sentiva camminare avanti e indietro per la stanza: “Antonio io me ne vò” disse p. Filippo. Assieme corsero pure gli altri padri che assistettero al capezzale. Allora Cesare Baronio chiese al Padre di dire qualcosa, dare almeno una benedizione e, appena aperto il breviario, gli cadde l’occhio sul versetto: “Proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 79,16).

Il p. Pietro Bacci che pubblicò la sua biografia nell’anno di canonizzazione di San Filippo (1625), racconta così il suo ultimo giorno: Giunto dunque il giorno della solennità del Santissimo Sacramento [Corpus Domini], (festa ad esso di molta particolare devozione) che in quell’anno venne alli venticinque di Maggio… Dopo tanta devozione avuta in vita verso il SS. Sacramento dell’altare, San Filippo termina il suo pellegrinaggio terreno la notte di Corpus Domini.

Se lo ricordiamo ancora laico che si faceva animatore della preghiera durante le SS. Quarantore di adorazione eucaristica, da sacerdote si moltiplicarono i fenomeni mistici durante la Messa; specie negli ultimi quattro anni che ottenne dal vescovo di Roma il permesso di celebrare privatamente in una cappella di casa. Le testimonianze rese a processo riguardo le Messe celebrate da San Filippo sono centinaia. Dal chierico che racconta di avergli dovuto tirare la pianeta alla consacrazione per distoglierlo dall’assortimento in cui era immerso, a quando sbatteva i piedi alla predella per distrarsi ed evitare le estasi. Già in sacrestia in preparatio ad Missa San Filippo andava in estasi.

Ancora avevano visto il vino nel calice assumere la parvenza di sangue umano, mentre si conservano ancora i calici morsicati, col segno dei denti nella coppa. Chi serviva la Messa (che sfiorava talora le due ore) si allontanava al Sanctus e poi San Filippo aveva lì una campana da suonare dopo la consacrazione per avvisare di tornare. All’Agnus Dei uscendo dalla cappella appendevano un cartello sulla porta: “Silenzio, che ‘l padre dice Messa”.

Vita di San Filippo | a Roma

San Filippo a Roma

Pescatore degli incerti

Sette anni più tardi della sua pentecoste, Il 29 marzo fu ordinato diacono nell’arcibasilica di San Giovanni in Laterano e due mesi dopo sacerdote. Il 23 maggio 1551 Filippo Neri è ordinato presbitero nella chiesa di San Tommaso in Parione, dove aveva ricevuto gli ordini minori e celebrò poi la prima Messa. Allora, aveva quasi 36 anni, entra nella comunità presbiterale di San Girolamo della carità e, continuando a gestire l’attività dei laici, dà principio al suo Oratorio.

All’inizio p. Filippo riceveva perfino in camera il gruppetto di figli spirituali, per incontri di direzione spirituale. Poi quando il gruppo crebbe si ritrovavano nella soffitta soprastante la navata della chiesa. Negli anni a seguire sorsero anche le prime vocazioni (Baronio, Fedeli, Bordini); intorno al ‘60 p. Filippo ha una cerchia di preti al suo seguito.

Allora i suoi connazionali si rivolgono a lui per la loro parrocchia a Roma. Stretto da più parti accettò la proposta e si fece carico di San Giovanni dei fiorentini. Tra il 1564 e il 1577 gli esercizi dell’Oratorio si svolgeranno presso la chiesa di Sant’Orsola adiacente alla parrocchia, appositamente ristrutturata dai fiorentini. Si spiegava la Sacra Scrittura nella lingua parlata, si parlava della vita dei santi e di storia della Chiesa, si pregava in latino e cantava in lingua volgare, si facevano esperienze caritative di servizio negli ospedali.

Gemma dei sacerdoti

I padri venivano precisamente istruiti da San Filippo sul modo di tenere i sermoni, guidare la preghiera, confessare e celebrare, accompagnare in giro per ospedali e parchi. Nel 1576 comincia a frequentare l’Oratorio Giovanni Giovenale Ancina (beatificato nel 1890) e in una lettera a suo fratello Matteo – che divenne pure lui prete dell’Oratorio – così scriveva: Vado all’Oratorio di San Giovanni dei fiorentini, dove si tengono quotidianamente discorsi ammirevoli sul Vangelo, oppure sulle virtù e sui vizi, o sulle vite dei santi. Sono in quattro o cinque a predicare ogni giorno, e vescovi, prelati ed altri personaggi autorevoli corrono ad ascoltarli. Coloro che tengono le prediche sono persone d’importanza, sacerdoti, e conducono vita esemplare e altamente spirituale.

Negli anni a seguire cresceva la partecipazione della gente e aumentavano le vocazioni: nel 1567 erano 18 padri, undici anni dopo erano 33. Capiamo quindi il passo successivo di fondazione della Congregazione nel 1575, con la bolla Copiosus in misericordia Deus del Papa Gregorio XIII che contestualmente assegna la diroccata chiesa di Santa Maria in Vallicella. Mentre era ancora in corso l’opera di risanamento urbano di Roma, la Vallicella era una zona da bonificare; così dovettero demolire la chiesetta preesistente per edificare la Chiesa Nuova di San Gregorio magno e Santa Maria in Vallicella.

Il Bacci racconta il giorno in cui l’architetto doveva tracciare l’area del nuovo edificio: San Filippo gli disse di aspettare che finisse di celebrare la Messa, poi sul posto gli indicò per tre volte di andare più avanti, fino a dire: «adesso fermatevi e scavate». In quel punto rinvennero un vecchio muro che, non solo servì da fondamenta, ma fornì gran parte del materiale per l’edificio. Questi piccoli grandi eventi miracolosi che costellano la vita dei santi ci mostrano come essi non siano che strumenti di un progetto più grande di loro, guidato da Dio che per mezzo nostro opera nel mondo.

Patrono dei tuoi

Fondata la Congregazione iniziò formalmente per i padri la vita comunitaria da preti secolari (che non professano voti religiosi), primi nella storia della Chiesa a fare vita comune. La loro spiritualità non poteva che essere quella comune al clero nell’epoca tridentina, sebbene grazie a Padre Filippo, arricchita e forse epurata da certe declinazioni come clericalismo, intellettualismo, esteriorità che fa rima con vanità. Sono punti forti di San Filippo il valore della laicità, la semplicità dei bambini additata da Gesù stesso nel Vangelo, lo spirito di letizia malgrado il peso della vita.

Vita di San Filippo | a Firenze

San Filippo Neri a Firenze

Immagine di fanciullezza

Filippo Neri nasceva il 21 luglio 1515 (ricorrenza di S. Maria Maddalena) e veniva battezzato il giorno dopo nel Bel San Giovanni (il battistero antistante la cattedrale di S. Maria in fiore). «Sì come egli era fiorentino, così haveva caro che gli altri sapessero ch’ei fusse» afferma un testimone al processo di canonizzazione. Venuto al mondo a Castelfranco di Sopra (campagna fiorentina), nella prima infanzia con la famiglia abitava nel rione San Pier Gattolini. Poi si trasferirono da Via de’ Serragli a Costa San Giorgio, lungo l’Arno.

Della sua infanzia a Firenze cosa sappiamo? La sorella Elisabetta al processo rese questa testimonianza: La mamma diceva che Filippo all’età di cinque anni gli era tanto obbediente che s’ella gli diceva “sta costì” non si sarebbe mosso mai senza sua licenza e mentre ella visse gli fu obbediente in tutto. All’età di cinque anni rimane orfano di madre e il padre – Francesco Neri – si risposa con la giovane Alessandra di Michele Lensi, la quale fu comunque una buona matrigna per San Filippo.

Non si può dimenticare la frequentazione dei domenicani alla Basilica di San Marco, ove i frati istruivano la prole con la prima alfabetizzazione e iniziazione cristiana. In quel contesto Pippo buono apprese canzoni popolari che, con motivi musicali molto semplici, cantavano contenuti religiosi. Questi canti mai dimenticati, avrebbero originato più tardi la “lauda filippina”. I frati predicatori per Pippo Buono rappresentarono sicuramente un modello quanto a vita comunitaria, studio, amore per la verità e, in certo modo, la democrazia. Aspetti che si ritroveranno anche nel suo carisma religioso. Dai domenicani Filippo ricevette le primizie dello spirito, quanto di buono da principio aveva avuto l’aveva ricevuto da frati di San Marco; così diceva in vecchiaia, dopo che a Roma fece addirittura da maestro dei novizi domenicani a Santa Maria Sopra Minerva, ove gli lasciavano perfino le chiavi del convento.

Giovanni Papini scrisse: «Filippo deve la sua originalità, e quasi unicità, la sua fisionomia riconoscibile fra tutte quelle di tutti i Santi del mondo, all’impronta incancellabile della sua nascita fiorentina. San Filippo è un ragazzo fiorentino che, per l’intervento soprannaturale d’un amore immoderato per Cristo, s’è innalzato fino ai vertici della santità, rimanendo in parte quel che era, cioè fanciullo, faceto e oltrarnino». In poche parole uno stupendo ritratto di San Filippo: un ragazzo educato cristianamente, pronto a rispondere alla chiamata di Dio, dal carattere piuttosto ilare, viveva oltre il fiume Arno.

Il primo periodo della vita di San Filippo si conclude quando deve lasciare Firenze. Per garantirgli un futuro, che non poteva più dare l’attività notarile di famiglia ormai in crisi, il padre volle mandarlo dallo zio Romolo, mercante di tessuti a San Germano (attuale Cassino). Lì comincerà il “discernimento vocazionale” – tra Montecassino e il Santuario della Montagna Spaccata di Gaeta -, che lo portò a varcare la soglia della città eterna all’età di 18-20 anni. Una volta trasferitosi a Roma non la lascerà mai per nessun motivo.

Cuore di fuoco

Arrivato a Roma Filippo è ospite del fiorentino Galeotto Caccia che lo assume come precettore dei due figli, poi divenuti prete e monaco. In questo periodo (dal 1533/34 al 1550) vive l’esperienza dell’eremitismo urbano come un mendicante per le strade, sui sagrati delle Basiliche romane e nelle catacombe in cui si ritira in preghiera. Aveva 29 anni quando alle catacombe di San Sebastiano, la sera della vigilia di pentecoste dell’anno 1544, visse il fenomeno mistico della trasverberazione. Più tardi raccontò l’esperienza mistica di un globo di fuoco che dalla bocca gli penetrò nel petto e, caduto a terra, si trovò il petto rigonfio all’altezza del cuore. Da quel momento e per tutta la vita, tenne una costola allargata dal cuore che si era dilatato. Ciò comportò pure alcuni “disagi” quali accaloramento (stava sempre a camicia sbottonata anche d’inverno), palpitazioni vibranti (facevano tremare le panche) e sonore (si avvertivano a certa distanza).

In questo periodo di gioventù il Neri continua il suo “discernimento vocazionale”. Leggeva allora gli Avvisi dalle Indie del missionario Francesco Saverio e meditava di entrare anche lui nella Compagnia fondata da Ignazio di Loyola. Fu il monaco cistercense Agostino Ghettini alle Tre Fontane che gli disse: “le tue indie sono Roma”.

L’incontro con p. Persiano Rosa segna una svolta importante, dal momento che trova un unico padre spirituale e diviene un “laico impegnato” nella Confraternita della carità (a San Girolamo) e inizia gli studi di filosofia (allo studium urbis) e teologia (al convento di Sant’Agostino).

Il Vangelo del giorno – Giovedì 30 Aprile 2026

Gesù lava i piedi ai discepoli

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Giovedì – IV TP A

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 13,16-20

[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro:

«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.

Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.

In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Parola del Signore

Gesù lava i piedi ai discepoli… cosa significa per loro… e per noi? è una pagina molto densa quella di oggi…

Intanto significa che la grandezza di una persona… non coincide con l’essere superiori agli altri, ma con la capacità di abbassarsi e avere a che fare con lo sporco degli altri… mettersi al loro servizio.

C’è chi ha alzato contro Gesù il suo calcagno… c’è chi l’ha tradito… non è la fine di tutto. Impariamo a non idealizzare le relazioni umane… né la comunità, ma a riconoscere che la libertà dell’altro resta sempre aperta anche al rifiuto e così… il male e il tradimento non sono mai l’ultima parola, ma possono rientrare in un disegno altro e alto… ecco perché è importate attraversare le delusioni e le ferite senza perdere la fiducia in Dio.

… e infine… la pagina del vangelo si conclude con un invito a riconoscere nell’altro una presenza che rimanda oltre… anche a Dio… ma anche un invito a percepirsi come inviati di Dio per gli altri…

Insomma… il vangelo di oggi ci guida… ci corregge e ci sostiene nel diventare veri discepoli…

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la musica di San Filippo Neri

Oratorio San Filippo Neri

La musica fu da sempre impiegata nel metodo impostato personalmente da padre Filippo per il suo Oratorio. Da principio il livello era elementare, pari alle laudi popolari che Pippo buono apprese nell’infanzia alla Basilica di San Marco (Firenze). Talmente rudimentali che non rimangono neanche documenti delle prime pratiche musicali da lui congegniate, appunto perché senza composizione, prive di musica suonata, adattate su altri motivi, del tipo “cantasi come” o sulla base di musiche note alla gente. Lo spazio musicale per padre Filippo era un elemento complementare e accessorio, di contorno al sermone, centrale negli esercizi dell’Oratorio. La musica era da lui utilizzata in modo ricreativo per aprire e chiudere gli incontri, o nelle passeggiate. La seconda importante funzione della musica era, poi, quella catechetica, che si dà grazie alla parola, per la capacità del canto di veicolare un messaggio.

origini

Per definire le caratteristiche della musica prodotta in ambito filippino, bisogna tornare sempre alle origini, poiché la musica all’Oratorio di San Filippo Neri non si deve ad alcuni illustri signori quali Giovanni Animuccia o Pierluigi Palestrina, amici di San Filippo che assunsero la direzione dell’oratorio musicale. Non si deve neanche ad altri protagonisti come Emilio del Cavaliere, Francesco Soto Langa, Agostino Manni, Giovenale Ancina… Questi compositori furono attirati all’Oratorio dal genio di padre Filippo, che per primo volle impiegare la musica negli esercizi dell’Oratorio.

evoluzione

Nel corso della storia, quando si attraversò il passaggio dall’età umanistico-rinascimentale al barocco, anche l’Oratorio di San Filippo Neri rimase al passo coi tempi, fedele però ai principi del fondatore, che non era un artista e non intendeva fare concorrenza ai teatri, perché era un santo che promuoveva la formazione cristiana e la cura della vita spirituale. Ove si perse di vista quel fine, in particolare in ambito protestante, il genere c.d. “di oratorio” sviluppò dei virtuosismi esponenzialmente più complessi e incomprensibili all’uditore comune, esaltando la musica fine a sé stessa e lasciando perdere l’aspetto catechetico.

Col passare del tempo, adattandosi a un uditorio sempre più colto ed esigente, anche la musica dell’Oratorio perderà la semplicità delle origini. Le composizioni, più melodiche e strumentali, saranno articolate in modo tale da renderle adatte alla drammatizzazione scenica. (…) Nonostante ciò sarà salvaguardato il dettame filippino, per cui la priorità spetta sempre al contenuto piuttosto che alla forma. Nascerà così quel genere artistico tutto italiano, il melodramma sacro, noto appunto come oratorio musicale. (F. Danieli, San Filippo Neri, Ed. San Paolo, Milano 2009, p. 91)

In questa direzione crebbe l’attrattiva dell’Oratorio di padre Filippo e, col tempo, crebbe anche il livello artistico. Il felice connubio tra musica e Oratorio filippino si vide realizzarsi in particolare nei due decenni successivi la morte del Padre fondatore (1595). Infatti la musica e i compositori che trovarono dimora presso l’Oratorio della Vallicella a Roma, poterono esprimere il meglio di sé accrescendo la produzione musicale, in modo da scrivere nuove pagine di storia della musica, non solo di storia dell’Oratorio.

I musicisti nell’Oratorio si trovarono bene poiché godevano di una maggiore libertà rispetto alle basiliche di Roma dove non ammettevano ad esempio mottetti in volgare, madrigali o laudi, poiché l’unico genere musicale a farla da padrone nella liturgia era il gregoriano. In un contesto extra-liturgico come l’Oratorio si poterono sperimentare novità che portarono ad esempio al “recitar cantando”, con laudi dialogate fra soli e coro, più apparato scenico, per rappresentazioni spirituali drammatiche e narrative antesignane della lirica.

fioritura

La musica sacra non liturgica si svolgeva più facilmente in oratorio che in chiesa: il livello artisticamente più alto erano sicuramente i melodrammi, a riprova di come la Chiesa volle farsi interprete anche della drammaturgia promossa dallo stile barocco, inscenando per lo più narrazioni bibliche. Questo genere musicale, di tema religioso, non era tanto teatrale (senza scenografia e costumi) e neanche liturgico o cultuale, rappresentando il cosiddetto “genere d’oratorio”, dal luogo stesso in cui veniva eseguito.

L’esempio più significativo di compositore che rinuncia a mettersi in mostra e imposta la musica come mezzo per comunicare parole, lo vediamo in Animuccia che pubblicò tre raccolte di laudi (1565-1570-1577) ad uso dell’Oratorio romano, spiegando che il suo intento era evitare complessità musicali per non confondere il significato delle parole. Di suo pugno si legge che ricercava «una certa semplicità, che alle parole medesime, alla qualità di quel divoto luogo et al mio fine, che era solo di eccitar divotione, pareva si convenisse»; quando crebbe qualitativamente il livello del pubblico, compose «intrigandomi il manco che io ho potuto con le fughe et con le inventioni per non oscurare l’intendimento de le parole, accioché con la loro efficacia, aiutate dall’harmonia, potessero penetrare più dolcemente il cuore di chi ascolta»; nel terzo libro rielaborò «con più facilità e simplicità musicale, acciò possa essere cantata da tutti, il che per la maggior parte non avveniva de’ dui primi libri». Comprendiamo bene allora che gli esercizi dell’Oratorio non erano un appuntamento musicale, non era un ritrovo concertistico: al centro c’era il “ragionamento sopra il libro”, il sermone, la parola con la musica a servizio del testo.

Riflessioni in sala professori per una giusta crescita culturale.

Parlare di “classico contemporaneo “
significa non conoscere i classici.
Valditara:”I Promessi Sposi sono difficili per i 15 anni”.
In seguito scrive una lettera sul “Caso Promessi Sposi”.
Direi “Caso Storico”.

Nella Divina Commedia c’è tutto: c’è l’amore, il riscatto, la passione, la politica.
Senza filtri, perché Dante non faceva sconti a nessuno, che fossero re,papi,o cardinali.
E si,nel bel mezzo del cammin di nostra vita, anche noi come Dante ci sentiamo persi in una selva oscura e attendiamo Virgilio che ci aiuti a vedere la luce.
I Classici non sono contemporanei, sono Universali.
Come alternativa a Dante e Manzoni sono stati proposti “IL Signore degli anelli”.
Nella Divina Commedia si parla di fede, di onore, di Dio, e di sacrificio.
Vi sono concetti e idee che appartengono ad epoche diverse.
Dal confronto con epoche lontane, nasce il pensiero critico. Ed è questo che dovrebbe insegnare la scuola.
Allora non bisognerebbe leggere Omero, Leopardi,Pascoli…….
In altre parole rimanere ignoranti, anziché sviluppare una capacità critica dovuta alla conoscenza.
Gli ignoranti sono il terreno fertile di cui si nutre il potere.
Certo un popolo pensante è difficile gestire.
Basta vedere come scrivono i giornalisti di oggi: non conoscono l’italiano, il significato di molte espressioni.
E certo troppa cultura fa male.
Ricordo la mia scuola media, avevamo un libro piuttosto ponderoso dal titolo “Epos”.
Si leggevano passi dell’Illiade, dell’Odissea, dell’Eneide, dell’epopea di Gilgamesh, del Cid, della Chansons de Roland, della Divina Commedia, dell’Orlando furioso e della Gerusalemme Liberata.
Senz’altro terminati gli studi dopo la licenza media avevamo un bagaglio di conoscenze umane attraverso la letteratura.
Penso che sia considerare gli studenti dei minus habens.
I Promessi Sposi un capolavoro intoccabile, ci sarebbe tante altre cose che fanno male ai giovani.

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musica all’Oratorio filippino

oratorio filippino

Per ricreare gli animi, Filippo introdusse nell’Oratorio la musica al cui fascino era egli stesso sempre stato sensibilissimo. Fu sua l’invenzione geniale di introdurre fra i sermoni e alla fine canti di mottetti, latini e italiani. Da principio erano semplici laudi, in una stesura monodica, lineari, un facile “recitar cantando” a commentare quanto era esposto nel sermone. Lo spazio musicale era stato introdotto da padre Filippo come elemento complementare e accessorio rispetto al discorso. Solo più tardi circostanze varie fecero sì che proprio alla parte musicale toccò di contribuire, in modo impensato, al punto da aumentare notevolmente il livello di complessità.

Si cominciò con delle laudi monodiche, fra le più semplici, a volte appoggiate da strumenti, una poesia in strofe che veniva ripetuta dai fedeli su una melodia uguale. Non rimangono documenti delle prime pratiche musicali congeniate da padre Filippo, appunto perché senza composizione. Erano le laudi tradizionali prive di musica suonata, adattate su altri motivi, del tipo “cantasi come” o sulla base di musiche note alla gente. Il santo fiorentino riportava nel cuore della fastosa Roma cinquecentesca la laude popolare e ingenua della sua infanzia e l’usava come inizio e conclusione dei sermoni oratoriani, proprio negli anni in cui questo uso devoto a Firenze andava scomparendo, anche per il nuovo regime politico del ducato e per i suoi gusti mondani e raffinati.

Raccolta di laudi

Giovanni Animuccia dietro consiglio del Padre, riprese quelle prime melodie, altre ne aggiunse di sua composizione e le concertò a più voci in una piacevole e facile polifonia; sarà la prima pubblicazione musicale, espressamente composta per le tornate oratoriane. Nel 1565 il primo libro di laudi raccoglieva 29 musiche a più voci, ma nell’intento dichiarato di conservare «una certa semplicità, che alle parole medesime, alla qualità di quel divoto luogo et al mio fine, che era solo di eccitar divotione, pareva si convenisse». Nel 1570 comparve il suo secondo libro di 18 laudi spirituali in volgare e 27 tra mottetti, salmi e antifone in latino. Animuccia allora affermava che, giacché l’Oratorio si era tanto accresciuto e il suo uditorio così allargato di numero ed elevato per cultura e qualità degli ascoltatori, gli era parso bene «accrescere l’armonia e i concerti, variando la musica in diversi modi facendola hora sopra parole latine, hora sopra volgari, et hora con più numero di voci et hora con meno, et quando con rime di una maniera, et quando di un’altra, intrigandomi il manco che io ho potuto con le fughe et con le inventioni per non oscurare l’intendimento de le parole, accioché con la loro efficacia, aiutate dall’harmonia, potessero penetrare più dolcemente il cuore di chi ascolta». Il terzo libro usciva nel 1577, quando Animuccia era morto da sei mesi, precisando che i padri oratoriani avevano voluto questa nuova raccolta trattata «con più facilità e simplicità musicale, acciò possa essere cantata da tutti, il che per la maggior parte non avveniva de’ dui primi libri».

nuove sperimentazioni

Lo spazio musicale nelle pratiche oratoriane era stato introdotto da padre Filippo, sempre naturalmente come elemento complementare e accessorio, e pertanto solo marginale. Col tempo, però, circostanze varie fecero sì che proprio alla parte musicale toccò di contribuire, in modo impensato al successo dell’Oratorio, mentre dava lustro a sé stessa. Infatti la musica e i compositori che trovarono dimora presso l’Oratorio romano, poterono esprimere il meglio di sé accrescendo la produzione musicale, in modo da scrivere nuove pagine di storia della musica, non solo di storia dell’Oratorio. Questo felice connubio tra musica e Oratorio filippino si vide realizzarsi in particolare nei due decenni successivi la morte del Padre, quando i musici presenti in Congregazione vollero prescrivere i cantores negli esercizi dell’Oratorio e la conclusione in musicus concentus.

Con variazioni musicali su laudi dialogate fra soli e coro e con nuovo stile (il “recitar cantando”), nascerà quale componente degli esercizi oratoriani una nuova cantata a più voci (soli e cori), a cui presto si aggiungerà un piccolo complesso orchestrale (viole, tiorbe, liuti, trombe): sarà un genere musicale del tutto nuovo, l’“Oratorio musicale”, i cui incunaboli si conservano ancora all’Oratorio romano.

Dopo i sermoni divenne consueta l’esecuzione di inni e laudi sacre composte appositamente ad uso degli incontri dei congregati. Nacquero così gli “Oratori”, cioè musica sacra eseguita nell’Oratorio filippino. La potenza della parola, fatta viva dal sentimento, rivestita ed elevata dalla musica, doveva dare origine al dramma musicale che aperse al futuro teatro nuovi orizzonti. L’“Oratorio musicale” così denominato dal 1640, di solito di argomento biblico, diverrà dai primi decenni del Seicento il maggior motivo d’attrazione della pratica filippina.

La musica divenne un motivo di richiamo e successo per l’Oratorio. Un vecchio cantore papale, Orazio Griffi, che ne era stato frequentatore per quarantacinque anni, nella prefazione a una raccolta di composizioni scriveva: Beato Filippo… per raggiungere gli scopi voluti dal tuo zelo e per attirare i peccatori mercé una dolce ricreazione dei santi esercizi dell’Oratorio, tu ricorrevi alla musica e facevi eseguire canti sacri in coro: così la gente veniva trascinata dai canti e dai sermoni al bene dellapropria anima. Taluni frequentavano l’Oratorio soltanto per la musica, ma poi si fecero via via più plasmabili e sensibili alle esortazioni spirituali e finivano per convertirsi a Dio con grande fervore.

nuove collaborazioni

San Filippo ebbe la ventura di attirare alla propria idea Giovanni Animuccia e Pier Luigi da Palestrina. Questi celebri compositori furono penitenti ed amici intimi di Filippo; l’Animuccia prima, e più tardi il Palestrina, furono preposti dal Santo a dirigere i concerti spirituali dell’Oratorio. I concerti dell’Oratorio, per opera dei due famosi maestri, diventarono sempre più attraenti ed assursero a grande fama nel mondo dei musici; questi drammi musicali immortalarono il nome del Palestrina, il quale rimase fino alla morte maestro di cappella dell’Oratorio.

La gloriosa eredità musicale sua e dell’Animuccia fu raccolta dallo spagnolo padre Soto Langa, il quale divenne uno dei più celebri cantori della Cappella Pontificia. Nel 1600, cinque anni dopo la morte del Santo, nella Chiesa della Vallicella si dava la prima rappresentazione del famoso oratorio: “Anima e corpo” musicato da Emilio del Cavaliere. Fu quello il primo saggio, l’unico con apparato scenico, la rappresentazione di Combattimento di anima e corpo nel febbraio del 1600, su una lauda dialogata del padre Agostino Manni. Era un momento storico, perché l’evoluzione della lauda spirituale, arricchita dal dialogo si fece drammatica e narrativa. Con l’affermarsi dello stile recitativo, la nuova musica melodrammatica, trovava spazio anche nella Chiesa con rappresentazioni spirituali.

Altri musici valenti si succederanno all’Oratorio romano furono padre Guglielmo Rosini e il laico Dionisio Isorelli. Un altro nome importante è Anerio, il convertito Maurizio e i suoi tre figli musici. Arriveranno anche dietro la riluttante Bradamante il marito Massimo, cantore del papa, e il generoso Sebastiano, che con Gaspare Brissio, musico di cornetta, e il marito di sua figlia, il trombettiere Fabio de Amatis, erano la guarnigione musicale di Castel S. Angelo quasi al completo. Anche il figlio di Fabio, putto cantore a S. Maria Maggiore, entrerà nella sfera di Filippo, ma sarà dopo la sua morte, quando con una reliquia del santo il padre lo liberò da una terzana doppia.

Infine non si può dimenticare il beato dell’Oratorio, padre Giovenale Ancina. Colto medico piemontese, fu conquistato da San Filippo ed entrò in Congregazione con suo fratello Matteo nel 1578. Giovenale Ancina si dedicò al “travestimento spirituale”, i cosiddetti mascheramenti, ovvero il riciclo di opere profane con la trasformazione in canti sacri. Nella biblioteca Vallicelliana si conserva L’amorosa Eco, raccolta stampata di madrigali, dove l’Ancina con tanti pezzetti di carta incollati ha trasformato personaggi mitologici, come Eco in S. Pietro e Narciso in Gesù che cammina sul mare. Di suo pugno sulla copertina appare la scritta “L’amorosa Eco fatta spirituale”.

La Sacra Famiglia

La Sacra Famiglia è modello di fede, amore e verità, centrata su Dio nonostante le difficoltà.
Rappresenta una ” Chiesa domestica”.
Scrittori e pensatori l’hanno vista come un’eredità non scelta un ” secondo noi stessi” direbbe Alphonse de Lamartine.
Ed è anche felicità per Dostoevskij:” Ho Sempre pensato che non v’è nessuna felicità maggiore di quella della famiglia”.
Penso anche a Ennio Flaiano, il senso di questa è per lui: “Amore puro” una sorta di “grazia” verso la figlia disabile .
Infatti chiede a Gesù non di guarire la figlia ma di amarla.
L ‘Amore attraverso il quale crea un nucleo familiare affettuoso.
È vero, cari amici, penso che tra luci e riflessi, idee, confronti, visioni che la vita ci offre, ritornare e abbracciare i propri cari sia dare un senso ai passi compiuti, valore al percorso che abbiamo intrapreso, alle scelte che abbiamo fatto.
Tutto si riconduce alla nostra famiglia.
I Love my life, I love my family
.
Pensieri per una buona giornata.

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Il Vangelo del giorno – Mercoledi 29 Aprile 2026

Vangelo

A cura di Don Antonio Mancuso

Lit. Mercoledì – Santa Caterina da Siena – Festa

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 11,25-30

In quel tempo, Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Parola del Signore

Dio ha nascosto e rivelato i suoi misteri… che significa?

Mi piace pensare che tutti siamo in grado di conoscere “le cose di Dio”… tutti siamo in grado di incontrarlo e comunicare con Lui… insomma, Dio è alla portata di tutti, solo che ad alcuni è manifesto più chiaramente… ad altri è velato… nascosto, per alcuni è più semplice… per altri è molto più faticoso.

Non è cattiveria, Dio non è sadico, rimane alla portata di tutti, ma è accessibile solo agli umili… solo a chi non ha sovrastrutture… a chi, come i bambini, ha un pensiero semplice… si sa stupire… non ha pregiudizi ed è aperto alla novità anche a quella diversa dal proprio pensiero. Ecco… questo è proprio l’atteggiamento di chi può facilmente cogliere Dio… la sua volontà.

Il sapiente è un conoscitore della vita, il dotto è una persona piena di nozioni… e purtroppo, a volte, le nozioni posso ostacolare la comunicazione, la relazione e l’incontro con Dio… perché…

…per incontrare, conoscere e comunicare con Dio non occorre cultura o intelligenza ma soltanto umiltà…

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l’Oratorio moderno di padre Filippo

Oratori Moderni

Conoscendo oggi la realtà dell’Oratorio di San Filippo Neri oggi, si comprende come la storia passata dopo secoli abbia ancora qualcosa da dire. Certo, l’età moderna è finita e noi viviamo l’epoca contemporanea che si apre con la definizione del post-moderno. Le conoscenze scientifiche e il progresso tecnologico hanno portato l’uomo di oggi ben più avanti: si confronta coi problemi dell’ecosistema e della bioetica prima inesistenti, guarda da vicino Marte mentre Galileo si fermava alla luna, cerca di comunicare in digitale, curare le malattie genetiche… Allora la domanda che potremmo porci sarebbe: l’Oratorio moderno è ormai superato e antiquato?

Se stiamo attenti alla storia della filosofia notiamo come il passaggio dall’epoca moderna a quella contemporanea non è segnato da rottura col corso precedente, come è stato invece superando il medioevo. Il principio stesso di progresso e innovazione è tipicamente moderno, per cui il post-moderno si presenta come un prodotto, un’evoluzione della stessa modernità, la quale non ha esaurito le sue potenzialità espressive rispetto alle nuove esigenze dell’uomo. Quindi l’Oratorio di San Filippo che nasce nell’epoca moderna ha ancora qualcosa da dare nel nostro tempo, il suo metodo non è datato, il carisma – suscitato dallo Spirito Santo – non è scaduto.

San Filippo diresse in prima persona la strutturazione delle attività dell’Oratorio, pretendendo dai suoi che si attenessero scrupolosamente alle sue direttive. Mentre invece lasciò ampia libertà sull’impostazione della vita comunitaria tra i padri in Congregazione, salvo il veto sui voti religiosi.

L’attività impostata da San Filippo comprendeva tutte le dimensioni del vivere cristiano: la preghiera e i sacramenti, la catechesi e formazione, l’esercizio corporale di pietà e ricreazione, musica e arte, carità operosa. Tutto interpretato in uno spazio ecclesiale (l’Oratorio) che vuole offrire la possibilità di fare esperienze di fede, secondo un’ottica improntata a gioia, semplicità, umiltà. I mezzi di perfezione devono essere propedeutici all’incontro con Dio.

Lo sforzo dell’apostolato di San Filippo lo si riconosce particolarmente nel solco della devotio moderna che rese accessibile la preghiera a tutto il popolo di Dio, unitamente alla vita sacramentale e il cammino di santità non più riservato a religiosi e uomini di Chiesa, ma anche ai laici, primi fruitori e protagonisti dell’opera promossa da San Filippo. Per questo si dice che l’Oratorio favorisca lo sviluppo della secolarità evangelica, la testimonianza cristiana nei propri ambiti di vita quotidiana, una sana espansione nel mondo dei valori cristiani. L’educazione alla vita cristiana matura, inclusiva della vita di grazia, è il precipuo fine dell’apostolato di San Filippo. Ogni attività nell’Oratorio – per volontà di San Filippo – veicolava il messaggio della fede: la musica, il canto, le recite, l’arte, i pellegrinaggi (visita alle 7 chiese), le esperienze di servizio ai bisognosi…

Sotto il nome di “Esercizi dell’Oratorio” vanno un complesso di pie pratiche ed esperienze spirituali, articolate in momenti di preghiera, catechesi, opere penitenziali e caritative, atti devozionali, rappresentazioni musicali e drammaturgiche, il tutto pensato da Filippo Neri per trattare la fede cristiana a 360°. La formazione umana globale è precipua finalità dell’Oratorio concepito da San Filippo, come poi andrà implementandosi in seguito sul versante culturale.

Leggendo una sua biografia si nota quale rilievo abbia avuto per lui l’esperienza estetica, il gusto del bello caratteristico dell’età barocca. L’arte pittorica, scultorea, architettonica, poetica, musicale, comunica in forme diverse il contenuto che si attua nella celebrazione dei divini misteri. Nell’Oratorio l’antropologia della salvezza cristiana prende forma visibile e materiale nelle espressioni culturali.

Particolari indicazioni San Filippo diede ai padri riguardo allo stile di oratoria, cioè all’importanza del saper comunicare ciò che si crede. L’eloquenza filippina sta nella sobrietà di parola, nella capacità di parlare al cuore con discorsi ricchi di valore esistenziale, argomentazioni pratiche, talora perfino in dialetto romano per farsi comprendere meglio dalla gente. La “trattazione familiare della Parola di Dio” annunciava il messaggio di salvezza che da senso alla vita di chi la ascolta e trasforma chi la mette in pratica.

Poiché la Parola di Dio prima di essere qualcosa è Qualcuno, la catechesi deve portare anzitutto all’incontro con Cristo. “Christo mio amor mio, tutto il mondo è vanità. Chi cerca altro che Cristo non sa quel che cerca”. Cristo era il nutrimento spirituale dell’anima di San Filippo, del quale si cibava nella S. Messa. Cristo era il principio della sua sapientia cordis (il sapere multum e non multa di Francesco d’Assisi), sapere spirituale utile e applicato alla vita concreta. “Sapienza del cuore” che, infuocato dell’amore di Dio con la trasverberazione del 1544 alle catacombe di San Sebastiano, gli ruppe due costole, si sentiva palpitare a distanza, faceva vibrare le panche su cui si sedeva, cuore al quale avvicinava i penitenti per fargli sentire il calore della sua paternità spirituale. Il fondatore del nostro istituto e iniziatore dell’Oratorio moderno era pescatore degli incerti, direttore di anime, guida gentile dei giovani, non solo animatore e non tanto compagno di merende…