il secondo poi è simile al primo

XXV dom. Tempo Ordinario (A)

Is 55,6-9; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16

Dalla fine del libro di Isaia – cap. 55 “trito-Isaia” – abbiamo sentito un brano da comprendere nel suo contesto storico, proprio come il brano di Vangelo che si colloca nella disputa contro i farisei. Da cinquant’anni gli israeliti sono in esilio a Babilonia, con ancora livido il ricordo della deportazione che gli ha strappati alla propria terra. Covavano vivo risentimento verso gli assiri e speravano nella vendetta del Signore. Contro questa aspettativa parla il profeta, perché – come dicevamo già domenica scorsa commentando la parabola sul perdono – questi sentimenti non sono da Dio (che è amore) e la giustizia divina non è da attendersi in questa vita. Noi dobbiamo sperare il bene anche per chi ci fa del male, dove per “bene” intendiamo la sua conversione (che non esime dal riparare il male compiuto), ma godere della punizione altrui non è carità.

È ovvio che il Signore renderà a ciascuno secondo le proprie azioni (come diceva San Matteo due domeniche fa) e quanti fecero il male avranno una risurrezione di condanna (San Giovanni), ma non significa che debba sperare e augurare il male a nessuno. Il giudizio sta al Padre Eterno, il Figlio dell’uomo è venuto perché tutti siano salvati e ci ha comandato – domenica scorsa – il perdono perché il peccatore si converta e viva.

Gesù al termine della parabola di oggi pone una domanda che a me sembra la chiave di lettura: Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Risposta: Dio ha un suo proprio criterio di giudizio, la parità di trattamento che a noi pare iniqua è espressione della sua misericordia (sovrabbondanza d’amore). Non è venuto meno al patto coi servi della prima ora (1 denaro) e poi ha voluto essere generoso con quelli dell’ultima ora, dandogli lo stesso.

Sono tristi gli operai che si lamentano, perché se sono realmente invidiosi di chi ha lavorato meno, vuol dire che non hanno lavorato volentieri. Perché non gioiscono di essere stati al servizio del Signore tutto il giorno? Forse avrebbero preferito fare altro…? È una parabola polemica contro la religiosità dei meriti praticata dai farisei: il Signore mi ama tanto più sono zelante e impeccabile, pure se non lo amo. Il nostro rapporto con Dio funzionerebbe come la patente a punti. Siamo qui per questo? È tutto il nostro amor di Dio?

Noi siamo qua non per accumulare punti o per penitenza ma perché è bello per noi stare qui. Dicevo per scherzo di portare cani e gatti del cortile in chiesa perché “la domenica si va in chiesa”. Però ci pensiamo se noi passassimo la domenica come fanno loro, dal sole all’ombra girandosi e rigirandosi? Ci annoieremmo e dovremmo cercare qualcosa da fare per riempire la giornata. Noi lo troviamo osservando il 3° comandamento che ci offre l’alimento minimo per la nostra vita spirituale.

A chi capita in chiesa solo oggi, vorrei raccomandargli una piena intelligenza della fede con la giusta meditazione di tutto il Vangelo. Parabole per spiegare i misteri del Regno, Gesù ne ha raccontato diverse. Il Signore che oggi si comporta così, è lo stesso che lasciò chiuse fuori dalle nozze le vergini stolte; è lo stesso che invitò al banchetto storpi, ciechi e zoppi, escludendo chi non aveva l’abito nuziale. Perché si comporti così, è il problema della conoscenza di Dio. Non immaginarlo a mio uso e consumo ma conoscerlo per come si rivela; a Santa Faustina si presentava: “giusto giudice e padre misericordioso”.

Cerca l'Amore troverai Dio

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