Il silenzio e la luce diffuso del primo mattino

Addaura

Domenica, 6 Settembre 2026

Ho tanti sentimenti dentro di me
Alcuni hanno un nome, altri ancora no.
Guardo questo sole scendere sulla mia Sicilia e penso alle persone che stanno combattendo una battaglia che nessuno vede.


C’ĆØ chi cerca risposte e chi semplicemente cerca un posto dove posarsi per qualche minuto senza doverle avere.
Restare a guardare, a volte, ĆØ giĆ  una forma di compagnia, non risolve niente, non promette niente eppure basta a farci sentire meno soli nel proprio peso.


E forse ĆØ questo il dono di certe albe, tramonti non ci tolgono nulla ci ricordano solo che qualcun, altrove, sta guardando lo stesso cielo con nel cuore, persone, gioie condivise o dolori solitari.
E proprio per questo il fascino intramontabile del mito, dietro la patina degli eroi, mostri e divinitĆ  si nasconde uno specchio perfetto della nostra natura.


IL viaggio di Ulisse non appartiene soltanto alle pagine di un poema antico, ma alla quotidianitĆ  di ciascuno di noi
Oggi, infatti, ognuno di noi affronta la personale Odissea.


Siamo tutti navigatori in cerca della nostra Itaca e la bellezza sta proprio nel ricordarsi che, alla fine il timone ĆØ sempre e solo nelle nostre mani.

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LA LIBERTƀ DI OFFENDERE

Premessa

Arte, religione, censura e democrazia nell’epoca del nuovo conformismo
Il caso dell’Annunciazione di Recanati e la lezione di Charlie Hebdo

Esiste una domanda che ogni democrazia liberale ĆØ costretta periodicamente a porsi:
quanto deve essere libera la libertà di espressione quando ciò che viene espresso ci offende?
La domanda diventa ancora più radicale quando l’oggetto dell’offesa ĆØ ciò che una comunitĆ  considera sacro: Dio, la religione, la memoria, la patria, la famiglia, l’identitĆ .


Il recente caso del Recanati Comics Festival 2026 ripropone questa questione attraverso un’immagine potentemente simbolica: la reinterpretazione, realizzata dall’artista spagnolo Miguel Ɓngel MartĆ­n, dell’Annunciazione di Lorenzo Lotto in chiave cyberpunk e industriale. L’immagine ha provocato polemiche e il Comune di Recanati ha deciso di rimuovere il proprio logo dalla locandina, pur mantenendo il patrocinio e la collaborazione con il festival.

L’amministrazione ha motivato la scelta anche con la necessitĆ  di prendere le distanze da un’immagine ritenuta troppo forte.
Non siamo, dunque, davanti a un’opera sequestrata. Non siamo davanti a un artista arrestato. Non siamo davanti a un divieto penale.


Ed ĆØ proprio questo il punto.
La censura contemporanea non ha sempre bisogno di proibire.
Talvolta ĆØ sufficiente separare l’opera dall’istituzione, togliere il logo, rendere sconveniente l’esposizione, trasformare l’artista in un problema, suggerire che quella libertĆ  non sia socialmente opportuna.


Il problema della libertà di espressione, pertanto, non riguarda soltanto ciò che lo Stato vieta.
Riguarda anche ciò che una società democratica induce progressivamente a non dire.

LA LIBERTƀ NON ƈ IL DIRITTO DI DIRE CIƒ CHE PIACE

L’articolo 21 della Costituzione italiana ĆØ costruito intorno a una formulazione apparentemente semplice:
tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero.
E aggiunge qualcosa di ancora più significativo: la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
La libertĆ  di manifestazione del pensiero non ĆØ stata inserita nella Costituzione per proteggere le opinioni innocue.
Le opinioni innocue non hanno bisogno di una Costituzione.


La libertà acquista significato quando protegge anche ciò che disturba.
Per questo la libertĆ  di espressione, nella tradizione liberale inaugurata da John Stuart Mill, non coincide con il diritto di avere ragione.
Coincide con il diritto di non essere costretti al silenzio perché qualcun altro ritiene sbagliato ciò che diciamo.
La democrazia non ĆØ un luogo nel quale tutti pensano allo stesso modo.
ƈ il luogo nel quale persone che pensano diversamente possono continuare a vivere insieme.

LA LIBERTƀ CHE OFFENDE

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha elaborato una delle formule più importanti della cultura giuridica contemporanea.
Nel caso Handyside c. Regno Unito, principio successivamente ripreso in numerosissime sentenze, la Corte ha affermato che la libertĆ  di espressione protegge non soltanto le informazioni e le idee accolte favorevolmente, ma anche quelle che offendono, urtano o disturbano.


Non ĆØ una casualitĆ .
Una democrazia nella quale è possibile dire soltanto ciò che non offende nessuno non è una democrazia liberale.
ƈ una societƠ del consenso.


La CEDU considera infatti la libertĆ  di espressione uno dei fondamenti essenziali della societĆ  democratica e collega la sua tutela al pluralismo, alla tolleranza e all’apertura mentale.
La formula ĆØ straordinariamente importante:
la democrazia non protegge soltanto il diritto di parlare; protegge il diritto di disturbare.

L’ARTE ƈ ANCORA PIƙ SCOMODA DELLA PAROLA

L’artista non si limita a formulare una proposizione.
L’artista modifica il modo nel quale vediamo il mondo.
ƈ per questo che l’arte ĆØ stata storicamente sottoposta a censura.
Un’opera d’arte non dimostra necessariamente qualcosa.
Mostra.
E ciò che viene mostrato può penetrare nella coscienza prima ancora di essere sottoposto al giudizio razionale.
La stessa Corte europea ha riconosciuto una particolare rilevanza alla libertĆ  artistica: chi crea, interpreta, distribuisce o espone un’opera contribuisce allo scambio di idee e opinioni indispensabile alla societĆ  democratica.


Questo rende particolarmente significativo il caso Recanati.
L’Annunciazione non viene semplicemente riprodotta.
Viene trasformata.
Il sacro entra nel linguaggio del fumetto e della cultura popolare; il Rinascimento entra nell’immaginario cyberpunk.
ƈ precisamente questo che fa l’arte contemporanea:
mettere in comunicazione mondi che normalmente non comunicherebbero.

IL SACRO E IL DIRITTO

Il problema giuridico diventa particolarmente complesso quando l’espressione artistica entra in conflitto con la libertĆ  religiosa.
Da una parte esiste la libertĆ  di espressione.
Dall’altra esiste la libertĆ  religiosa.


Entrambe sono diritti fondamentali.
Ma esiste un equivoco da evitare:
la libertĆ  religiosa non coincide con il diritto a non essere offesi nella propria religione.
Una cosa ĆØ proteggere una persona dalla discriminazione, dalla persecuzione o dall’incitamento alla violenza.


Altra cosa ĆØ proteggere una convinzione religiosa dalla critica, dall’ironia o dalla rappresentazione dissacrante.
La distinzione ĆØ fondamentale.
La ricerca giuridica italiana ha sottolineato da tempo che il rapporto tra libertĆ  religiosa e libertĆ  artistica deve essere affrontato attraverso il bilanciamento dei diritti fondamentali e non attraverso una presunzione automatica di prevalenza del sentimento religioso.

IL CASO DI RECANATI: CENSURA O AUTONOMIA ISTITUZIONALE?

Qui occorre essere giuristi prima ancora che polemisti.
Il Comune di Recanati non ha proibito l’immagine.
Non ha sequestrato la locandina.
Non ha impedito il festival.
Ha ritirato il proprio logo dal manifesto, dichiarando di voler mantenere il sostegno alla manifestazione ma di non voler associare direttamente l’istituzione a quella specifica immagine.


Formalmente, dunque, non siamo davanti alla censura amministrativa classica.
Ma il problema democratico non scompare.
PerchĆ© l’esercizio del potere pubblico non si manifesta soltanto attraverso il divieto.
Può manifestarsi anche attraverso la dissociazione istituzionale.
La domanda diventa allora:
quando l’istituzione pubblica prende le distanze da un’opera perchĆ© la considera offensiva, sta semplicemente esercitando la propria libertĆ  politica oppure sta comunicando che quell’opera non ĆØ culturalmente accettabile?
La risposta dipende dal contesto.


Se il Comune dice:
Ā«non condividiamo quell’opera, ma difendiamo il diritto dell’artista di esporlaĀ», siamo dentro il pluralismo.
Se invece il messaggio diventa:
Ā«quell’opera non dovrebbe essere mostrata perchĆ© offende la sensibilitĆ  religiosaĀ», entriamo nella logica censoria.
La differenza ĆØ sottile ma fondamentale.

LA CENSURA NON HA SEMPRE LA FORMA DEL DIVIETO

Michel Foucault ci aiuta a comprendere un fenomeno più profondo.
Il potere moderno non opera soltanto attraverso la proibizione.
Opera attraverso la produzione di ciò che è considerato normale, accettabile, rispettabile.
Il potere non deve necessariamente dirci:
«non puoi parlare».
Può essere sufficiente farci pensare:
«forse è meglio non parlare».
È la forma più sofisticata del controllo.
Perché il censore esterno può essere combattuto.


L’autocensura ĆØ molto più difficile da vedere.
ƈ qui che il caso Recanati diventa filosoficamente interessante.
L’artista non viene formalmente silenziato.
Ma la societĆ  discute se la sua immagine sia compatibile con l’identitĆ  istituzionale della cittĆ .


ƈ il passaggio dalla censura della parola alla gestione preventiva dell’accettabilitĆ .


VII. RECALCATI: IL DESIDERIO E L’ALTRO


Massimo Recalcati consente di leggere il problema attraverso la categoria dell’Altro.
Il desiderio umano non nasce nel vuoto.
Nasce dentro un mondo simbolico.
E ogni società costruisce immagini, significati, divieti, tabù.
Il sacro rappresenta uno dei luoghi fondamentali nei quali una comunità deposita ciò che considera intoccabile.
Ma proprio per questo il sacro può diventare anche il luogo nel quale il soggetto sperimenta il limite.


L’arte ha spesso una funzione opposta a quella del conformismo:
tocca ciò che non dovrebbe essere toccato.
Non necessariamente per distruggerlo.
Talvolta per costringerci a interrogarci sul perchƩ lo consideriamo intoccabile.
La dissacrazione può dunque essere una forma di pensiero.
E questo ĆØ un punto decisivo.
Non tutto ciò che offende è privo di valore.
Talvolta ciò che offende è precisamente ciò che costringe una società a interrogarsi sui propri tabù.

V GALIMBERTI: LA TECNICA E LA TRASFORMAZIONE DEL SACRO

Umberto Galimberti permette di leggere il caso da un’altra prospettiva.
Viviamo in una società nella quale la tecnica non è più soltanto uno strumento.
ƈ diventata ambiente.
Il linguaggio cyberpunk utilizzato da MartĆ­n nell’interpretazione dell’Annunciazione rappresenta precisamente questa trasformazione.


L’immagine religiosa non viene semplicemente ripetuta.
Viene sottoposta al linguaggio tecnologico contemporaneo.
ƈ un confronto tra due epoche:
il sacro rinascimentale e l’immaginario tecnologico.
Il conflitto nasce perchĆ© l’immagine religiosa non viene lasciata nel museo.
Viene riportata nel presente.
E ogni volta che il passato viene riportato nel presente, il presente lo modifica.
La cultura non ĆØ conservazione pura.
ƈ trasformazione.
Una tradizione che non può essere reinterpretata rischia di diventare semplicemente un reperto.

CHARLIE HEBDO: QUANDO LA LIBERTƀ DIVENTA UNA QUESTIONE DI VITA E DI MORTE

Il caso Charlie Hebdo porta la questione a un livello estremo.
Il 7 gennaio 2015 dodici persone furono assassinate nella redazione del settimanale satirico francese, tra cui otto membri della redazione.
L’attacco fu collegato alle vignette che rappresentavano Maometto.
La questione che ne seguƬ fu terribile:
può un’immagine essere cosƬ offensiva da giustificare la violenza?
La risposta dello Stato di diritto deve essere assolutamente negativa.


L’offesa può essere discussa.
Può essere criticata.
Può essere contestata.
Può persino, nei casi previsti dalla legge, essere sanzionata.
Ma non può diventare il fondamento della violenza.
Altrimenti il diritto non protegge più la libertà.
Protegge il più forte.
Il caso Charlie Hebdo ha mostrato quindi una veritĆ  fondamentale:
il diritto alla libertĆ  di espressione comprende anche il diritto di criticare una religione.


Il dibattito europeo ha però mostrato anche che la libertĆ  di espressione non ĆØ assoluta e può essere sottoposta a restrizioni quando ricorrono i presupposti dell’articolo 10, paragrafo 2, CEDU.

OTTO-PREMINGER: LA ZONA GRIGIA DELLA DEMOCRAZIA

La giurisprudenza europea offre un precedente particolarmente interessante: Otto-Preminger-Institut c. Austria.
La Corte europea riconobbe una certa legittimitĆ  all’intervento dello Stato a tutela dei sentimenti religiosi, lasciando agli Stati un certo margine di apprezzamento.
Ma nello stesso tempo affermò che tale margine non è illimitato e che le restrizioni alla libertà di espressione devono essere sottoposte a un controllo rigoroso.
Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti del diritto contemporaneo.
Da un lato:
la democrazia deve proteggere il pluralismo.
Dall’altro:
la democrazia deve proteggere anche la convivenza tra persone che possono sentirsi profondamente offese.
Non esiste una formula matematica.
Esiste il principio di proporzionalitĆ .

SEKMDIENIS: QUANDO L’EUROPA PROTEGGE LA PARODIA DEL SACRO

Ancora più interessante è Sekmadienis Ltd. c. Lituania.
Una società aveva utilizzato immagini riconducibili a Gesù e Maria in una campagna pubblicitaria.
Le autoritĆ  lituane avevano ritenuto tali immagini offensive della morale pubblica.
La Corte europea ha invece constatato una violazione dell’articolo 10 CEDU, osservando che le immagini non erano gratuitamente offensive nĆ© incitavano all’odio e che le autoritĆ  non avevano fornito ragioni sufficienti per giustificare la restrizione.
È una sentenza preziosa perché dimostra cheil semplice fatto che qualcuno si senta offeso non è sufficiente per limitare la libertà di espressione.
Altrimenti sarebbe il destinatario dell’espressione a determinare il perimetro della libertĆ .

JOHN STUART MILL E IL DIRITTO ALL’ERRORE

Mill aveva compreso una cosa fondamentale.
Se una societĆ  reprime un’opinione perchĆ© ritiene che sia falsa, può commettere un errore.
Se l’opinione ĆØ falsa, il confronto consente di dimostrarlo.
Se l’opinione contiene una parte di veritĆ , la censura impedisce di scoprirla.
Se l’opinione ĆØ completamente vera, la societĆ  ha comunque bisogno di confrontarsi con essa.
La libertà, dunque, non serve perché tutto ciò che viene detto sia vero.
Serve perchƩ nessuna autoritƠ possiede il monopolio della veritƠ.
Questo principio ĆØ particolarmente importante quando parliamo di religione.
Lo Stato democratico non può diventare arbitro della verità teologica.
Non può stabilire quale rappresentazione di Dio sia lecita.

HABERMAS: IL DIRITTO DI ENTRARE NELLO SPAZIO PUBBLICO

Jürgen Habermas interpreta la democrazia come spazio comunicativo.
La legittimitĆ  nasce dalla possibilitĆ  dei cittadini di partecipare al processo pubblico di formazione dell’opinione.
Ma se alcune immagini vengono escluse perché offendono una sensibilità religiosa, politica o culturale, lo spazio pubblico diventa progressivamente più povero.
Il problema non ĆØ allora soltanto il diritto dell’artista.
ƈ il diritto della collettivitĆ  a vedere, discutere, criticare e contestare l’opera.
Anche il rifiuto dell’opera deve essere libero.
La democrazia non impone di apprezzare l’arte.
Impone di non trasformare il disgusto in una ragione automatica di proibizione.

RAWLS E IL FATTO DEL PLURALISMO

John Rawls parte da un dato nelle societĆ  contemporanee esistono molte concezioni del bene.
Religiose.
Atee.
Politiche.
Filosofiche.
Individualistiche.
Comunitarie.
La società democratica non può pretendere che una di esse diventi la misura assoluta della vita pubblica.
Questo ĆØ precisamente il problema del sacro.
Una persona può considerare blasfema un’immagine.
Un’altra può considerarla arte.
Una terza può trovarla stupida.
Una quarta può trovarla geniale.
Lo Stato deve essere sufficientemente neutrale da consentire la coesistenza di queste valutazioni.

CHARLES TAYLOR E LA SOCIETƀ POST-SECOLARE

Charles Taylor ci ricorda però che la religione non è semplicemente un residuo del passato.
Le societĆ  contemporanee continuano a essere attraversate da profonde esperienze religiose.
La laicitĆ  non significa quindi eliminazione del religioso.
Significa costruzione di uno spazio nel quale il religioso e il non religioso possano convivere.
Ma questa convivenza richiede reciprocitĆ .
Il credente deve poter professare la propria fede.
Il non credente deve poterla criticare.
Il credente può contestare l’opera.
L’artista deve poterla realizzare.
Nessuno dei due possiede il monopolio dello spazio pubblico.

DERRIDA: IL DIRITTO ALL’OSPITALITƀ DELL’ALTRO

Jacques Derrida porta il problema ancora più in profondità.
Una democrazia autentica deve essere capace di ospitare l’altro anche quando l’altro ci destabilizza.
L’opera provocatoria rappresenta precisamente l’irruzione dell’alteritĆ .
Ci costringe a confrontarci con qualcosa che non coincide con la nostra identitĆ .
Per questo il problema della censura ĆØ, in ultima analisi, un problema antropologico:
quanto siamo capaci di sopportare ciò che non siamo?

ŽIŽEK: IL PARADOSSO DELLA TOLLERANZA

Slavoj Žižek ha più volte messo in discussione l’idea di una societĆ  nella quale la tolleranza possa trasformarsi in un nuovo conformismo.
Una cultura può diventare cosƬ ossessionata dall’evitare l’offesa da finire per produrre una nuova ortodossia.
La vecchia censura diceva:
«Questo non si può dire».
La nuova censura può dire:
«Questo non è opportuno».
La prima ĆØ autoritaria.
La seconda può diventare paternalistica.
Il risultato, però, può essere simile:
la riduzione dello spazio del dicibile.

Ferrarajoli: LA LIBERTƀ COME DIRITTO FONDAMENTALE

Luigi Ferrajoli consente di riportare la questione sul terreno strettamente giuridico.
I diritti fondamentali non sono concessioni del potere.
Sono limiti al potere.
La libertĆ  di manifestazione del pensiero appartiene precisamente a questa categoria.
L’istituzione non deve chiedersi:
«Mi piace questa opera?»
Deve chiedersi:
«Ho una ragione giuridicamente legittima e proporzionata per impedirne o limitarne la diffusione?»
La domanda cambia completamente il punto di vista.

ZAGREBELSKY E IL DIRITTO MITE

Gustavo Zagrebelsky ha descritto il costituzionalismo contemporaneo come un diritto nel quale principi diversi devono convivere.
Non esiste sempre una regola che elimina il conflitto.
Esiste il bilanciamento.
Ma bilanciare non significa mettere tutti i diritti sullo stesso piatto e scegliere arbitrariamente.
Significa individuare la soluzione che comprime il meno possibile ciascun diritto.
Nel caso dell’arte religiosa:
libertĆ  artistica;
libertĆ  di espressione;
libertĆ  religiosa;
dignitĆ  della persona;
tutela contro odio e violenza
devono essere composti attraverso proporzionalitĆ  e necessitĆ .
Non attraverso il semplice criterio:
«qualcuno si è offeso».

IL LIMITE: QUANDO LA LIBERTƀ DIVENTA VIOLENZA

Difendere la libertĆ  di espressione non significa sostenere che tutto sia lecito.
Esistono limiti.
Diffamazione.
Minaccia.
Istigazione alla violenza.
Incitamento all’odio nei casi previsti dalla legge.
Discriminazione.
Condotte penalmente rilevanti.
La questione decisiva ĆØ però distinguere l’offesa dalla violenza.
Un’immagine può ferire.
Una satira può umiliare.
Una vignetta può essere volgare.
Un’opera può essere blasfema.
Ma ciò non significa automaticamente che costituisca odio o incitamento alla violenza.
La ricerca giuridica contemporanea insiste proprio sulla necessitĆ  di distinguere critica, satira, blasfemia e hate speech.

IL VERO PERICOLO: IL DIRITTO A NON ESSERE OFFESI

Se introducessimo nel nostro ordinamento un generale diritto a non essere offesi, il risultato sarebbe paradossale.
Il cattolico potrebbe chiedere la rimozione di una rappresentazione blasfema.
Il musulmano di una caricatura di Maometto.
L’ebreo di una rappresentazione offensiva della tradizione ebraica.
L’ateo di una propaganda religiosa.
Il monarchico di una satira sulla monarchia.
Il repubblicano di una celebrazione monarchica.
Il conservatore di un’opera radicale.
Il progressista di un’opera reazionaria.
Ogni identitĆ  diventerebbe titolare di un diritto di veto.
La libertà di espressione finirebbe per essere determinata dalla sensibilità del più suscettibile.
Non sarebbe più libertà.
Sarebbe una gara a chi riesce a dichiararsi più offeso.

IL PARADOSSO DI RECANATI

Recanati rende il problema particolarmente evidente.
La cittĆ  di Lorenzo Lotto diventa il luogo nel quale un artista contemporaneo reinterpreta proprio l’opera di Lotto.
ƈ una straordinaria metafora della cultura.
Il passato viene reinterpretato dal presente.
Il presente non distrugge il passato.
Lo fa parlare nuovamente.
La domanda non dovrebbe essere:
Ā«L’immagine rispetta abbastanza l’originale?Ā»
Dovrebbe essere:
Ā«Che cosa ci sta dicendo questa trasformazione dell’originale?Ā»
Se l’immagine ĆØ provocatoria, bisogna discuterla.
Se ĆØ blasfema, bisogna poter dire che ĆØ blasfema.
Se ĆØ brutta, bisogna poter dire che ĆØ brutta.
Se ĆØ geniale, bisogna poterlo sostenere.
Ma il confronto deve avvenire dopo che l’opera ĆØ entrata nello spazio pubblico, non prima attraverso il filtro dell’autoritĆ .

DALLA CENSURA ALL’AUTO-CENSURA

Il vero pericolo contemporaneo è forse ancora più sottile.
Non ĆØ il poliziotto che entra nello studio dell’artista.
ƈ l’artista che, prima ancora di creare, si chiede:
«Chi potrei offendere?»
ƈ il direttore del museo che pensa:
«Potrebbe creare polemiche».
ƈ il Comune che pensa:
«Meglio non mettere il logo».
ƈ l’editore che pensa:
«Potremmo perdere qualcuno».
ƈ l’universitĆ  che pensa:
«Potremmo ricevere proteste».
ƈ il cittadino che pensa:
«Meglio non scriverlo sui social».
ƈ cosƬ che una societƠ perde la libertƠ senza che nessuno abbia formalmente emanato una legge censoria.
La censura più efficace è quella che diventa interiorizzata.

LA DEMOCRAZIA COME LUOGO DEL CONFLITTO

Chantal Mouffe ha mostrato come il conflitto non sia necessariamente una patologia della democrazia.
Può esserne una componente strutturale.
Una societĆ  democratica non elimina il conflitto.
Lo civilizza.
Trasforma il nemico in avversario.
Trasforma la violenza in discussione.
Trasforma la censura in critica.
Trasforma l’offesa in dibattito.
Questo dovrebbe essere il significato di una mostra controversa.
Non eliminare l’immagine.
Discuterla.

LA LEZIONE DI CHARLIE HEBDO

Charlie Hebdo rappresenta il limite estremo della questione.
La libertà di espressione non garantisce che ciò che diciamo sarà amato.
Non garantisce che non saremo criticati.
Non garantisce che nessuno si sentirĆ  offeso.
Garantisce qualcosa di più radicale:
che lo Stato non possa trasformare il nostro pensiero in un reato soltanto perché quel pensiero è sgradito, provocatorio o dissacrante, salvo i limiti previsti dalla legge e compatibili con i principi costituzionali e convenzionali.
La risposta all’offesa deve essere altra parola.
Non la violenza.
Non la minaccia.
Non il silenzio imposto.

IL PRINCIPIO DI PROPORZIONALITƀ

Il giurista deve quindi applicare quattro domande.

Esiste una base legale?
Una limitazione alla libertĆ  di espressione deve avere una base normativa.

Persegue uno scopo legittimo?
Per esempio la tutela della dignitĆ , della reputazione, della sicurezza o dei diritti altrui.

ƈ necessaria?
Non basta che sia utile o conveniente.
Occorre dimostrare che sia necessaria in una societĆ  democratica.

ƈ proporzionata?
Occorre scegliere la misura meno lesiva della libertĆ .
Questo ĆØ il cuore del costituzionalismo contemporaneo.

La Corte europea ha più volte ribadito che il margine di apprezzamento degli Stati non è illimitato e che la necessità della restrizione deve essere convincentemente dimostrata.

UNA TESI GIURIDICA SUL CASO RECANATI

Alla luce di questi principi, la mia valutazione sarebbe la seguente.
Primo.
La decisione del Comune di rimuovere il proprio logo non costituisce, allo stato delle informazioni disponibili, una censura amministrativa in senso tecnico.
Secondo.
La scelta è tuttavia politicamente e culturalmente rilevante perché interviene sul rapporto tra istituzione pubblica e libertà artistica.
Terzo.
Il patrocinio pubblico non implica necessariamente che l’ente debba condividere ogni contenuto dell’iniziativa patrocinata.
Quarto.
L’istituzione ha certamente diritto di dichiarare la propria distanza dall’opera.
Quinto.
Questa facoltĆ  non può però trasformarsi, direttamente o indirettamente, in un potere di impedire la diffusione dell’opera per il solo carattere religioso o blasfemo della rappresentazione.
Sesto.
Se l’opera non incita all’odio, alla discriminazione o alla violenza e non integra altri illeciti previsti dalla legge, la sua offensivitĆ  religiosa non ĆØ, di per sĆ©, sufficiente a giustificarne la proibizione.
Il precedente europeo di Sekmadienis ĆØ particolarmente significativo proprio sotto questo profilo.

UNA TESI FILOSOFICA

La questione può essere sintetizzata in una proposizione:
una societĆ  libera non ĆØ quella nella quale nessuno viene offeso; ĆØ quella nella quale nessuno possiede il potere di trasformare la propria offesa nel silenzio dell’altro.
Questa ĆØ la differenza tra sensibilitĆ  e potere.
La sensibilitĆ  merita rispetto.
Il potere di censurare merita controllo.

IL SACRO HA BISOGNO DELLA LIBERTƀ

C’ĆØ infine un paradosso.
Anche la religione ha bisogno della libertĆ  di espressione.
Se lo Stato acquisisse il potere di stabilire ciò che è rispettoso del sacro, domani potrebbe stabilire anche ciò che è religiosamente scorretto.
La libertĆ  religiosa presuppone quindi una certa libertĆ  di critica della religione.
La protezione del sacro non può trasformarsi nella sacralizzazione del diritto.
Perché quando lo Stato diventa arbitro della blasfemia, il problema non è più soltanto religioso.
ƈ politico.

DIFENDERE LA LIBERTƀ QUANDO NON CI PIACE

La libertà di espressione viene spesso difesa facilmente quando protegge ciò che condividiamo.
Ma quella non ĆØ la prova della libertĆ .
La vera prova arriva quando compare un’immagine che detestiamo.
Una vignetta che ci offende.
Un’opera che considera ridicolo ciò che per noi ĆØ sacro.
Un’idea che riteniamo pericolosa.
Una parola che preferiremmo non ascoltare.
È allora che la democrazia ci pone davanti alla sua domanda più difficile:
siamo disposti a difendere la libertĆ  anche quando la libertĆ  viene utilizzata contro di noi?
Charlie Hebdo ha mostrato il prezzo terribile che può assumere il rifiuto della libertà.
Recanati ci mostra una forma molto più ordinaria e apparentemente innocua del medesimo problema: il progressivo arretramento dell’istituzione davanti all’immagine controversa.
Tra i due casi esiste una distanza enorme.
Ma esiste anche un filo comune:
chi decide il limite dell’espressione?
La risposta di una democrazia costituzionale non può essere:
«chi si sente offeso».
Non può essere:
«chi detiene il potere».
E nemmeno:
«la maggioranza».
Il limite deve essere stabilito dal diritto, attraverso legge, necessitĆ , proporzionalitĆ  e tutela degli altri diritti fondamentali.
Il resto appartiene al libero conflitto delle idee.
Ed ĆØ precisamente questo conflitto che dobbiamo imparare a non temere.
Perché una società nella quale tutti sono rispettosi può essere una società civile.
Ma una società nella quale nessuno può più disturbare nessuno rischia di essere una società conformista.
E il conformismo è spesso la forma più elegante della censura.
Epilogo
L’arte non deve necessariamente rispettare il sacro.
La religione non deve necessariamente apprezzare l’arte.
Il cittadino non deve necessariamente approvare l’artista.
Il Comune non deve necessariamente mettere il proprio logo sull’opera.
Ma tutti devono poter continuare a esistere nello stesso spazio pubblico.
Questa ĆØ la vera prova della democrazia:
non eliminare ciò che ci offende, ma imparare a convivere con ciò che ci costringe a pensare.
La libertƠ, in fondo, comincia proprio lƬ.
Nel momento esatto in cui incontriamo qualcosa che non avremmo mai voluto vedere.

Il tempo passa

Il tempo passa mentre siamo impegnati a lavorare, a crescere i figli, a pagare il mutuo.

Ma capita anche altro.
Capita di innamorarsi di nuovo delle persone, delle parole, dei luoghi.
La cosa fantastica ĆØ aver ogni giorno la voglia di vivere.


La voglia di vivere di Alda Merini
nonostante tutto: “sono caduta, sono stata ferita, ma mi sono rialzata”.
Parole che un giorno sarebbero diventate rifugio per chi soffre, abbraccio per chi ha paura, specchio per chi ĆØ spezzato.


Le Pas:persone altamente sensibili sono destinate alla incomprensione del volgo e alla sofferenza che spesso trasformano in qualche forma d’arte.


La poesia qualche volta resiste e resta quando qualcuno ha cercato di impedirle di parlare.

Where you go. I go
What you see. I see

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Catania ĆØ il polo dell’indipendentismo siciliano

Catania ĆØ il polo dell’indipendentismo siciliano simbolicamente descritto come fulcro della rivoluzione socialista in una Sicilia indipendente.
Mentre, per contrasto, Palermo dovrebbe o avrebbe dovuto essere quello conservatore, una liberazione invocata da coloro che avrebbero cercato in tutti i modi di gestire il potere, pur avendo cura delle necessitĆ  del popolo.

Ovviamente tale “arcaica” suddivisione di pensieri, uomini, azioni compiute dai rappresentanti dell’ala conservatrice o di quella socialista, ĆØ datata e sicuramente non vera. A Catania, ho avuto modo, grazie all’avvocato Carmelo Sardella, di presentare le conclusioni cui sono giunto dopo anni di studi, testimonianze, ricerche e confronti.

Il video che segue illustra le mie ragioni e ciò che credo sia accaduto, non solo in Sicilia, ma in tutta la penisola, da quando un infame trattato di (pace) resa incondizionata, ha legato le sorti dei siciliani e dei popoli tutti della penisola a una sorta di colonizzazione mascherata da libertà costituzionale, piuttosto un inganno semantico, al servizio dei popoli anglosassoni.

Nel video tra l’altro traspare anche tutta la mia disillusione, la possibilitĆ  si possa rovesciare l’attuale condizione di doppia colonizzazione dell’isola la vedo assai remota.

Si cincischia, si pensa al passato, si trascura il valore delle condivisione di un sogno, dividendosi tutti in schiere contrapposte, magnificando ognuno la propria Weltanschauung, certamente più propizia per il popolo siciliano, rispetto all’altrui.

E poi, a differenza dell’unitĆ  di intenti dei catalani, dell’eroica voglia di battersi senza pensare alle conseguenze personali degli irlandesi, della indomita resistenza dei palestinesi, della rabbia sociale dei baschi, della coesione intellettuale degli alsaziani e dei galiziani, dell’orgoglioso ripensarsi degli scozzesi, noi cosa offriamo? Tanti grandi e piccoli gattopardi, scettici, legati a un passato glorioso e avvinti da un presente tranquillizzante.

Tanto che, manifestando sotto il simbolo dell’oppressione statunitense, il MUOS, solo il povero Turi Vaccaro ebbe l’ardire e l’onore di essere arrestato, solo contro carabinieri e marines, mentre gli altri sventolavano la bandiera del Vespro a debita distanza.
Ora, so che le mamme No Muos hanno fatto incredibili sacrifici, ma i manifestanti giovani e meno giovani, perchĆØ non hanno seguito il buon Turi? A Catania ho avuto modo di stimolare i vecchi e gli anziani come me a fare come l’alleato dei troiani, Sarpedonte, che per preservare le giovani generazioni del suo villaggio, invitò padri e nonni a morire in battaglia per primi, salvaguardando la prole giovane.

Ebbene, nessuno che abbia solidarizzato, un pazzo sembravo. Del resto anche io non ĆØ che abbia fatto chissĆ  cosa per parlare di sacrificio personale. Quello che contesto al popolo indipendentista ĆØ la mancanza di coraggio nell’affrontare i temi che costringono la Sicilia in un medioevo strutturale e industriale, rimandando troppo e troppo spesso agli antichi miti, il Vespro, Federico II, il più antico parlamento del mondo, lo Statuto, i 500.000 iscritti al MIS nel 43.

Bene la memoria storica, ma bisognerebbe andare oltre. CosƬ si scimmiotta lo Stato nazionale colonialista e post colonialista (il rimando al mito, all’illustre discendenza) come descritto da storici di grande valore come Benedict Anderson e Shlomo Sand, in tal senso saremo una piccola patria e non una ComunitĆ  libera.

MI auguro ci siano molte contestazioni al mio video e a questo scritto, vorrebbe dire che il sangue siciliano scorre ancora nelle vene di qualcuno. Buona (spero) visione

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Il sacerdote che la gente vorrebbe oggi: riflessioni da una ricerca sul sentire comune

Chiese con fedeli a confronto

Negli ultimi mesi ho raccolto impressioni, opinioni e riflessioni intervistando amici, parenti e conoscenti sul rapporto tra la gente e la Chiesa. Non si tratta di un’indagine scientifica, ma di una ricerca sul sentire comune, utile a comprendere quali siano oggi le aspettative verso il sacerdote e, più in generale, verso la comunitĆ  ecclesiale.

Il primo dato emerso ĆØ che molte persone non si sono allontanate dalla Chiesa tanto per la fede cristiana in sĆ©, quanto per i cattivi esempi di alcuni suoi rappresentanti. Vicende gravi e casi eclatanti hanno inevitabilmente lasciato un segno profondo nell’opinione pubblica. Molti intervistati ritengono inoltre che tali episodi vengano spesso amplificati da un contesto culturale generalmente poco favorevole alla dimensione religiosa e alla trascendenza, alimentando una diffidenza che finisce per coinvolgere indistintamente l’intero clero.

Da questa sfiducia nascono anche altri luoghi comuni. C’ĆØ chi rimprovera alla Chiesa di possedere grandi ricchezze, di custodire opere d’arte e tesori, di vedere alcuni sacerdoti ostentare simboli preziosi come crocifissi e collane d’oro. In alcuni casi il giudizio si estende fino a identificare la Chiesa contemporanea con quella di epoche storiche molto diverse, come quella delle Crociate, dimenticando quanto siano cambiati il contesto storico e il ruolo della Chiesa nel corso dei secoli.

Su questo punto nasce anche una riflessione personale. Ci si può domandare, ad esempio, se la storia del Medio Oriente avrebbe seguito un percorso diverso qualora gli equilibri politici e religiosi dell’epoca fossero rimasti immutati. ƈ una domanda di carattere storico e controfattuale, che non consente risposte certe, ma invita a riflettere sulla complessitĆ  degli eventi e sulla prudenza con cui andrebbero formulate conclusioni riguardo ai conflitti di ieri e di oggi.

Superati questi temi, emerge però quello che appare il vero cuore della questione. Quasi tutti riconoscono che, con l’avanzare dell’etĆ , cresce il bisogno di interrogarsi sul significato dell’esistenza. Più ci si avvicina alla fragilitĆ  della vita e al mistero della morte, più l’animo umano cerca risposte sul destino ultimo dell’uomo. La ricerca della trascendenza non scompare: spesso riemerge con maggiore forza proprio nella maturitĆ .

Sono fortunati quei giovani ai quali la famiglia ha saputo trasmettere i fondamenti della fede cristiana. Tuttavia, come ricorda il proverbio, “le vie del Signore sono infinite”, e molti possono avvicinarsi a Dio anche in etĆ  adulta, quando la vita conduce a interrogativi più profondi. Ciò richiede però un terreno interiore disposto ad accogliere questa ricerca, un’anima non resa arida dall’indifferenza.

ƈ proprio qui che si colloca la domanda fondamentale emersa dalle interviste: quale dovrebbe essere oggi il Buon Pastore?

La risposta ĆØ sorprendentemente concorde. Le persone chiedono anzitutto un sacerdote autenticamente vicino alla propria comunitĆ . Un pastore che conosca i suoi fedeli, che visiti gli ammalati, che sia presente accanto alle famiglie colpite da un lutto, che condivida la gioia di una nascita, di un matrimonio o di altri momenti significativi della vita. Un sacerdote che non si limiti alla celebrazione dei sacramenti, ma accompagni concretamente le persone nel loro cammino umano e spirituale.

La Chiesa continua infatti a essere riconosciuta come un luogo prezioso: con gli oratori, la catechesi, le opere di caritĆ , il volontariato, i gruppi di preghiera e l’impegno verso gli ultimi. Tutto questo rappresenta ancora un forte motivo di attrazione quando ĆØ animato da una guida capace di creare relazioni sincere.

Da questa ricerca emerge anche un altro elemento interessante. Molti ritengono importante la bellezza della liturgia, una chiesa architettonicamente armoniosa che favorisca il raccoglimento, paramenti curati e celebrazioni dignitose. Tuttavia questi aspetti vengono percepiti come secondari rispetto alla qualitĆ  umana e spirituale del sacerdote. La discussione sulla forma della liturgia, sulle diverse sensibilitĆ  nate dopo il Concilio Vaticano II o sulla maggiore o minore solennitĆ  della Messa appare, per la maggior parte delle persone ascoltate, meno decisiva di quanto spesso si creda.

Il vero criterio con cui un sacerdote viene giudicato ĆØ un altro: la sua testimonianza.

Può definirsi Buon Pastore un sacerdote che non trova mai il tempo di visitare un malato? Può essere considerato un padre spirituale se rimane distante dal dolore di una famiglia o se non dedica una parola di conforto e di speranza a chi gliela chiede? Allo stesso modo, può dirsi pienamente vicino alla propria comunità se non sa condividere anche i momenti di gioia con una semplice benedizione o una parola di augurio e di incoraggiamento?

La conclusione cui sono giunto ĆØ che la partecipazione dei fedeli non dipende principalmente da una più rigida osservanza di determinati modelli liturgici. Ciò che realmente attrae le persone ĆØ l’esempio concreto di una vita ispirata al Vangelo.

Le comunitĆ  cercano sacerdoti che siano padri prima ancora che funzionari del sacro; uomini capaci di ascoltare, consigliare, accogliere e infondere speranza. Vogliono guide spirituali che testimonino con la propria umanitĆ  l’amore di Cristo.

La forma della liturgia ha certamente il suo valore, ma la forma, da sola, non diventa sostanza. La sostanza ĆØ il Buon Pastore: colui che, seguendo l’esempio di Cristo, ricorda ai fedeli che siamo figli di Dio e che la nostra fede acquista credibilitĆ  quando si traduce in gesti concreti di umanitĆ . Forse ĆØ proprio questa, oggi, la richiesta più autentica che emerge dal sentire comune di tanti credenti e di tante persone in ricerca.

Le persone diventano interessanti solo…

Le persone diventano interessanti solo quando smettono di rispondere automaticamente.
Per questo ho smesso di chiedere: “Che lavoro fai?”, “Di dove sei?”.
Domande morte.
Domande da modulistica ministeriale delle emozioni.
Domande prefabbricate.


Preferisco chiedere: “Parli mai con gli elettrodomestici?”, “Qual’e’ il tuo formaggio preferito?”.
Sembra assurdo ma il formaggio racconta meglio di molti il curriculum .
Chi ama il gorgonzola non guarda il mondo come chi sceglie la mozzarella.


Poi certo la liturgia ricomincia.
Le tazzine
I corridoi
Le formule
Ma forse la salvezza sta proprio lƬ: nel riuscire, una volta ogni tanto a sostituire una frase automatica con una domanda vera.
O almeno con un formaggio.
Buongiorno
🌹

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Hope

Siamo stati tutte le nostre speranze e speriamo di aver sperato in eterno nonostante la finitezza di tutti quelli che abbiamo conosciuto cari e non.
Per i primi abbiamo sperato di non perderli mai nonostante la nostra eterna finitezza.

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L’illusione del megafono: come i tag di massa stanno uccidendo il dialogo su Facebook

Sindrome di al lupo al lupo su Facebook

C’ĆØ un silenzio strano, quasi innaturale, che sta avvolgendo i nostri diari di Facebook. Entri sul tuo profilo, guardi le tue condivisioni, pensieri complessi, riflessioni nate da una sensibilitĆ  profonda e non trovi più commenti. Eppure gli amici veri ci sono, i conoscenti storici pure. Dove sono finiti tutti? PerchĆ© quel tessuto connettivo fatto di scambi di opinioni reali sembra essersi dissolto?

La risposta si nasconde dietro un abuso tecnologico diventato ormai sistematico: l’introduzione e l’uso compulsivo di funzioni come @follower e @inprimopiano.

La sindrome del “Lupo, al lupo” nell’era digitale

Nate teoricamente per aiutare i creatori di contenuti a raggiungere il proprio pubblico, queste menzioni collettive sono sfuggite di mano. Oggi, chiunque scriva un post sente il bisogno di attivare il “megafono”, costringendo l’intero elenco contatti a ricevere una notifica prioritaria.

Il risultato ĆØ una gestione impossibile delle notifiche. Veniamo continuamente trascinati dentro discussioni in diari di conoscenti che magari non seguiamo affatto, per post in cui non siamo mai entrati. Questo eccesso ha generato una saturazione cognitiva. Di fronte a centinaia di falsi richiami personalizzati, l’utente medio ha sviluppato una naturale difesa: ignorare tutto.

ƈ la classica favola del “Al lupo, al lupo!” applicata agli algoritmi. A forza di gridare per attirare l’attenzione su ogni minima sciocchezza, il giorno in cui c’ĆØ un contenuto vero, valido e profondo, nessuno si gira più a guardare.

Il sospetto: un isolamento voluto dall’algoritmo?

L’esasperazione di questi tag ha dato risalto a un individualismo tossico. Ha generato l’illusione ottica che tutti ci leggano, che la nostra voce arrivi ovunque. Ma ĆØ, appunto, solo un’illusione.

Viene da avanzare un’ipotesi più profonda e forse cinica: e se questo cambiamento strutturale di Facebook fosse ampiamente voluto dalla piattaforma stessa?

Spingere gli utenti a gridare nel vuoto, convinti però di essere ascoltati, è il modo perfetto per anestetizzare il social network. Ci si ritrova isolati in tante piccole bolle egoriferite, dove ognuno parla e nessuno ascolta. Un social frammentato, dove il rumore di fondo copre i messaggi importanti, è un social politicamente e socialmente innocuo. Non crea massa critica, non unisce le persone attorno a cause comuni, non disturba.

Il coraggio della condivisione vera contro i “politicanti da strapazzo”

Il sano espandersi di un contenuto genuino dovrebbe avvenire in un solo modo: attraverso la condivisione spontanea e coraggiosa.

Oggi condividere pensiero critico richiede coraggio. Non ĆØ da tutti pubblicare immagini o riflessioni che esprimono una posizione politica netta, o una sensibilitĆ  umana che urla contro i genocidi e le ingiustizie nel mondo. Spesso si preferisce il silenzio per paura di essere etichettati come “complottisti” o “eversivi” da una narrazione mainstream che tende a normalizzare l’orrore.

Ma la vera eversione non sta nei cittadini che usano la propria voce per indignarsi. L’eversione morale appartiene al potere, a quelli che possiamo definire politicanti da strapazzo. Personaggi squallidi, capaci di vendersi l’anima e il futuro della collettivitĆ  per un briciolo di potere e vantaggio personale.

Condividiamo solo cose buone, condividiamo pensieri che ci aiutano a riflettere e a capire gli inganni, in questa società sempre più allo sbando, essere orgogliosamente normali, capaci di discernere e di non essere manipolati è un dono prezioso, cerchiamo di coltivare questo dono con coraggio.

La fine dell’Europa

Viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito, Incontro con Esponenti della societĆ  civile, del Mondo Accademico, Culturale e Imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con Leaders Religiosi nel Westminster Hall (City of Westminster)

Ogni generazione, mentre cerca di promuovere il bene comune, deve chiedersi sempre di nuovo: quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A quale autoritĆ  ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali? Queste questioni ci portano direttamente ai fondamenti etici del discorso civile. Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilitĆ  del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale sfida per la democrazia.

(…) Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa ĆØ manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignitĆ  della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolaritĆ  razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltĆ .

La religione, in altre parole, per i legislatori non ĆØ un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festivitĆ  come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che – paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni – ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni preoccupanti dell’incapacitĆ  di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertĆ  di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica.

Discorso di J.D. Vance alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco, 15 febbraio 2025

Il numero di immigrati che sono entrati nell’UE da paesi extra UE ĆØ raddoppiato solo tra il 2021 e il 2022, e ovviamente ĆØ aumentato molto da allora, e sappiamo che la situazione non si ĆØ creata dal nulla. ƈ il risultato di una serie di decisioni consapevoli prese dai politici di tutto il continente e di altri in tutto il mondo nell’arco di un ddecennio. […] ƈ compito della democrazia giudicare queste grandi questioni alle urne. Credo che ignorare le persone, ignorare le loro preoccupazioni o, peggio ancora, chiudere i media, annullare le elezioni o escludere le persone dal processo politico non protegga nulla. In realtĆ , ĆØ il modo più sicuro per distruggere la democrazia. E parlare ed esprimere opinioni non ĆØ un’interferenza elettorale, anche quando le persone esprimono opinioni al di fuori del proprio paese e anche quando quelle persone sono molto influenti. E credetemi, lo dico con tutto il mio umorismo: se la democrazia americana può sopravvivere a 10 anni di rimproveri di Greta Thunberg, voi potete sopravvivere a qualche mese di Elon Musk!

Questo dialogo con religioni che rinnegano Cristo, mi pare che non sia concepibile. Non è lecito dimenticarsi che la religione Cristiana Cattolica Romana, fondata eccezionalmente sulla tomba di Pietro, è veramente LA Chiesa, non bisogna mai dimenticarlo, non è una Chiesa, e quindi non si può mettere alla pari con altre religioni che, sì, riconoscono Cristo, ma non hanno quel sigillo divino che ha la religione Cattolica (Margherita Guarducci, Archeologa di chiarissima fama che, a seguito di studi meticolosissimi svolti nelle Grotte Vaticane fra il 1952 e il 1969, rinvenne e identificò le vere ossa di san Pietro)

Ī£Ī±Ļ€Ļ†ĻŽ-Saffo e Mariannina Coffa

La Sicilia al femminile.

Mariannina Coffa fu fra i grandi di Sicilia e non solo.
Poetessa bistrattata dalla propria famiglia e da quella del marito.
Muori a solo 36 anni.


Mariannina Coffa detta anche la capinera di Noto o anche la Saffo netina in omaggio alla poetessa greca che rappresenta la più grande poetessa della letteratura occidentale.


Platone considerò, Saffo al pari delle muse.
Fino ad essere definita la “Decima Musa”.
Ha lasciato un’ereditĆ  letteraria incentrata sull’amore, sulla passione, e sull’indagine dell’anima.

La leggenda narra che Saffo guidava un
ĪøĪÆĪ±ĻƒĪæĻ‚-tiaso a Mitilene, una comunitĆ  dedicata al culto di Afrodite, delle Muse e delle Cariti, dove istruiva giovani donne attraverso la poesia, la musica e la danza.
Anche Giacomo Leopardi nell’Ultimo Canto di Saffo, descrive l’angoscia della poetessa.


Mariannina Coffa una donna che impersonifica tante donne, in un periodo difficile nel passaggio della monarchia borbonica al Regno di Italia.


ƈ stata dunque figlia, sorella, amica.
Corrispose con gli intellettuali dell’epoca pur senza muoversi dalla Sicilia.
Patriota e poetessa accompagnò con i suoi versi i moti del Risorgimento.


La sua complessa personalitĆ  e spiritualitĆ  la portò al tentativo di emancipazione degli stilemi dell’epoca verso soluzioni originali.
Interpreto’ ognuno di questi ruoli nonostante i limiti della propria condizione di donna, di siciliana, nonostante la malattia e le incomprensioni del contesto familiare e socio-culturale.
Come Saffo, anche Mariannina Coffa censurata e condannata.

Pensieri per la buona sera.
A proposito di Noto.