Premessa
Arte, religione, censura e democrazia nellāepoca del nuovo conformismo
Il caso dellāAnnunciazione di Recanati e la lezione di Charlie Hebdo
Esiste una domanda che ogni democrazia liberale ĆØ costretta periodicamente a porsi:
quanto deve essere libera la libertà di espressione quando ciò che viene espresso ci offende?
La domanda diventa ancora più radicale quando l’oggetto dell’offesa ĆØ ciò che una comunitĆ considera sacro: Dio, la religione, la memoria, la patria, la famiglia, l’identitĆ .
Il recente caso del Recanati Comics Festival 2026 ripropone questa questione attraverso un’immagine potentemente simbolica: la reinterpretazione, realizzata dall’artista spagnolo Miguel Ćngel MartĆn, dell’Annunciazione di Lorenzo Lotto in chiave cyberpunk e industriale. L’immagine ha provocato polemiche e il Comune di Recanati ha deciso di rimuovere il proprio logo dalla locandina, pur mantenendo il patrocinio e la collaborazione con il festival.
L’amministrazione ha motivato la scelta anche con la necessitĆ di prendere le distanze da un’immagine ritenuta troppo forte.
Non siamo, dunque, davanti a un’opera sequestrata. Non siamo davanti a un artista arrestato. Non siamo davanti a un divieto penale.
Ed ĆØ proprio questo il punto.
La censura contemporanea non ha sempre bisogno di proibire.
Talvolta ĆØ sufficiente separare l’opera dall’istituzione, togliere il logo, rendere sconveniente l’esposizione, trasformare l’artista in un problema, suggerire che quella libertĆ non sia socialmente opportuna.
Il problema della libertà di espressione, pertanto, non riguarda soltanto ciò che lo Stato vieta.
Riguarda anche ciò che una società democratica induce progressivamente a non dire.
LA LIBERTĆ NON Ć IL DIRITTO DI DIRE CIĆ CHE PIACE
L’articolo 21 della Costituzione italiana ĆØ costruito intorno a una formulazione apparentemente semplice:
tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero.
E aggiunge qualcosa di ancora più significativo: la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
La libertĆ di manifestazione del pensiero non ĆØ stata inserita nella Costituzione per proteggere le opinioni innocue.
Le opinioni innocue non hanno bisogno di una Costituzione.
La libertà acquista significato quando protegge anche ciò che disturba.
Per questo la libertĆ di espressione, nella tradizione liberale inaugurata da John Stuart Mill, non coincide con il diritto di avere ragione.
Coincide con il diritto di non essere costretti al silenzio perché qualcun altro ritiene sbagliato ciò che diciamo.
La democrazia non ĆØ un luogo nel quale tutti pensano allo stesso modo.
Ć il luogo nel quale persone che pensano diversamente possono continuare a vivere insieme.
LA LIBERTĆ CHE OFFENDE
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha elaborato una delle formule più importanti della cultura giuridica contemporanea.
Nel caso Handyside c. Regno Unito, principio successivamente ripreso in numerosissime sentenze, la Corte ha affermato che la libertĆ di espressione protegge non soltanto le informazioni e le idee accolte favorevolmente, ma anche quelle che offendono, urtano o disturbano.
Non ĆØ una casualitĆ .
Una democrazia nella quale è possibile dire soltanto ciò che non offende nessuno non è una democrazia liberale.
Ć una societĆ del consenso.
La CEDU considera infatti la libertĆ di espressione uno dei fondamenti essenziali della societĆ democratica e collega la sua tutela al pluralismo, alla tolleranza e all’apertura mentale.
La formula ĆØ straordinariamente importante:
la democrazia non protegge soltanto il diritto di parlare; protegge il diritto di disturbare.
L’ARTE Ć ANCORA PIĆ SCOMODA DELLA PAROLA
L’artista non si limita a formulare una proposizione.
L’artista modifica il modo nel quale vediamo il mondo.
Ć per questo che l’arte ĆØ stata storicamente sottoposta a censura.
Un’opera d’arte non dimostra necessariamente qualcosa.
Mostra.
E ciò che viene mostrato può penetrare nella coscienza prima ancora di essere sottoposto al giudizio razionale.
La stessa Corte europea ha riconosciuto una particolare rilevanza alla libertĆ artistica: chi crea, interpreta, distribuisce o espone un’opera contribuisce allo scambio di idee e opinioni indispensabile alla societĆ democratica.
Questo rende particolarmente significativo il caso Recanati.
L’Annunciazione non viene semplicemente riprodotta.
Viene trasformata.
Il sacro entra nel linguaggio del fumetto e della cultura popolare; il Rinascimento entra nell’immaginario cyberpunk.
Ć precisamente questo che fa l’arte contemporanea:
mettere in comunicazione mondi che normalmente non comunicherebbero.
IL SACRO E IL DIRITTO
Il problema giuridico diventa particolarmente complesso quando l’espressione artistica entra in conflitto con la libertĆ religiosa.
Da una parte esiste la libertĆ di espressione.
Dall’altra esiste la libertĆ religiosa.
Entrambe sono diritti fondamentali.
Ma esiste un equivoco da evitare:
la libertĆ religiosa non coincide con il diritto a non essere offesi nella propria religione.
Una cosa ĆØ proteggere una persona dalla discriminazione, dalla persecuzione o dall’incitamento alla violenza.
Altra cosa ĆØ proteggere una convinzione religiosa dalla critica, dall’ironia o dalla rappresentazione dissacrante.
La distinzione ĆØ fondamentale.
La ricerca giuridica italiana ha sottolineato da tempo che il rapporto tra libertĆ religiosa e libertĆ artistica deve essere affrontato attraverso il bilanciamento dei diritti fondamentali e non attraverso una presunzione automatica di prevalenza del sentimento religioso.
IL CASO DI RECANATI: CENSURA O AUTONOMIA ISTITUZIONALE?
Qui occorre essere giuristi prima ancora che polemisti.
Il Comune di Recanati non ha proibito l’immagine.
Non ha sequestrato la locandina.
Non ha impedito il festival.
Ha ritirato il proprio logo dal manifesto, dichiarando di voler mantenere il sostegno alla manifestazione ma di non voler associare direttamente l’istituzione a quella specifica immagine.
Formalmente, dunque, non siamo davanti alla censura amministrativa classica.
Ma il problema democratico non scompare.
PerchĆ© l’esercizio del potere pubblico non si manifesta soltanto attraverso il divieto.
Può manifestarsi anche attraverso la dissociazione istituzionale.
La domanda diventa allora:
quando l’istituzione pubblica prende le distanze da un’opera perchĆ© la considera offensiva, sta semplicemente esercitando la propria libertĆ politica oppure sta comunicando che quell’opera non ĆØ culturalmente accettabile?
La risposta dipende dal contesto.
Se il Comune dice:
Ā«non condividiamo quell’opera, ma difendiamo il diritto dell’artista di esporlaĀ», siamo dentro il pluralismo.
Se invece il messaggio diventa:
Ā«quell’opera non dovrebbe essere mostrata perchĆ© offende la sensibilitĆ religiosaĀ», entriamo nella logica censoria.
La differenza ĆØ sottile ma fondamentale.
LA CENSURA NON HA SEMPRE LA FORMA DEL DIVIETO
Michel Foucault ci aiuta a comprendere un fenomeno più profondo.
Il potere moderno non opera soltanto attraverso la proibizione.
Opera attraverso la produzione di ciò che è considerato normale, accettabile, rispettabile.
Il potere non deve necessariamente dirci:
«non puoi parlare».
Può essere sufficiente farci pensare:
«forse è meglio non parlare».
à la forma più sofisticata del controllo.
Perché il censore esterno può essere combattuto.
L’autocensura ĆØ molto più difficile da vedere.
Ć qui che il caso Recanati diventa filosoficamente interessante.
L’artista non viene formalmente silenziato.
Ma la societĆ discute se la sua immagine sia compatibile con l’identitĆ istituzionale della cittĆ .
Ć il passaggio dalla censura della parola alla gestione preventiva dell’accettabilitĆ .
VII. RECALCATI: IL DESIDERIO E L’ALTRO
Massimo Recalcati consente di leggere il problema attraverso la categoria dell’Altro.
Il desiderio umano non nasce nel vuoto.
Nasce dentro un mondo simbolico.
E ogni società costruisce immagini, significati, divieti, tabù.
Il sacro rappresenta uno dei luoghi fondamentali nei quali una comunità deposita ciò che considera intoccabile.
Ma proprio per questo il sacro può diventare anche il luogo nel quale il soggetto sperimenta il limite.
L’arte ha spesso una funzione opposta a quella del conformismo:
tocca ciò che non dovrebbe essere toccato.
Non necessariamente per distruggerlo.
Talvolta per costringerci a interrogarci sul perchƩ lo consideriamo intoccabile.
La dissacrazione può dunque essere una forma di pensiero.
E questo ĆØ un punto decisivo.
Non tutto ciò che offende è privo di valore.
Talvolta ciò che offende è precisamente ciò che costringe una società a interrogarsi sui propri tabù.
V GALIMBERTI: LA TECNICA E LA TRASFORMAZIONE DEL SACRO
Umberto Galimberti permette di leggere il caso da un’altra prospettiva.
Viviamo in una società nella quale la tecnica non è più soltanto uno strumento.
Ć diventata ambiente.
Il linguaggio cyberpunk utilizzato da MartĆn nell’interpretazione dell’Annunciazione rappresenta precisamente questa trasformazione.
L’immagine religiosa non viene semplicemente ripetuta.
Viene sottoposta al linguaggio tecnologico contemporaneo.
Ć un confronto tra due epoche:
il sacro rinascimentale e l’immaginario tecnologico.
Il conflitto nasce perchĆ© l’immagine religiosa non viene lasciata nel museo.
Viene riportata nel presente.
E ogni volta che il passato viene riportato nel presente, il presente lo modifica.
La cultura non ĆØ conservazione pura.
Ć trasformazione.
Una tradizione che non può essere reinterpretata rischia di diventare semplicemente un reperto.
CHARLIE HEBDO: QUANDO LA LIBERTĆ DIVENTA UNA QUESTIONE DI VITA E DI MORTE
Il caso Charlie Hebdo porta la questione a un livello estremo.
Il 7 gennaio 2015 dodici persone furono assassinate nella redazione del settimanale satirico francese, tra cui otto membri della redazione.
L’attacco fu collegato alle vignette che rappresentavano Maometto.
La questione che ne seguƬ fu terribile:
può un’immagine essere cosƬ offensiva da giustificare la violenza?
La risposta dello Stato di diritto deve essere assolutamente negativa.
L’offesa può essere discussa.
Può essere criticata.
Può essere contestata.
Può persino, nei casi previsti dalla legge, essere sanzionata.
Ma non può diventare il fondamento della violenza.
Altrimenti il diritto non protegge più la libertà .
Protegge il più forte.
Il caso Charlie Hebdo ha mostrato quindi una veritĆ fondamentale:
il diritto alla libertĆ di espressione comprende anche il diritto di criticare una religione.
Il dibattito europeo ha però mostrato anche che la libertĆ di espressione non ĆØ assoluta e può essere sottoposta a restrizioni quando ricorrono i presupposti dell’articolo 10, paragrafo 2, CEDU.
OTTO-PREMINGER: LA ZONA GRIGIA DELLA DEMOCRAZIA
La giurisprudenza europea offre un precedente particolarmente interessante: Otto-Preminger-Institut c. Austria.
La Corte europea riconobbe una certa legittimitĆ all’intervento dello Stato a tutela dei sentimenti religiosi, lasciando agli Stati un certo margine di apprezzamento.
Ma nello stesso tempo affermò che tale margine non è illimitato e che le restrizioni alla libertà di espressione devono essere sottoposte a un controllo rigoroso.
Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti del diritto contemporaneo.
Da un lato:
la democrazia deve proteggere il pluralismo.
Dall’altro:
la democrazia deve proteggere anche la convivenza tra persone che possono sentirsi profondamente offese.
Non esiste una formula matematica.
Esiste il principio di proporzionalitĆ .
SEKMDIENIS: QUANDO L’EUROPA PROTEGGE LA PARODIA DEL SACRO
Ancora più interessante è Sekmadienis Ltd. c. Lituania.
Una società aveva utilizzato immagini riconducibili a Gesù e Maria in una campagna pubblicitaria.
Le autoritĆ lituane avevano ritenuto tali immagini offensive della morale pubblica.
La Corte europea ha invece constatato una violazione dell’articolo 10 CEDU, osservando che le immagini non erano gratuitamente offensive nĆ© incitavano all’odio e che le autoritĆ non avevano fornito ragioni sufficienti per giustificare la restrizione.
à una sentenza preziosa perché dimostra cheil semplice fatto che qualcuno si senta offeso non è sufficiente per limitare la libertà di espressione.
Altrimenti sarebbe il destinatario dell’espressione a determinare il perimetro della libertĆ .
JOHN STUART MILL E IL DIRITTO ALL’ERRORE
Mill aveva compreso una cosa fondamentale.
Se una societĆ reprime un’opinione perchĆ© ritiene che sia falsa, può commettere un errore.
Se l’opinione ĆØ falsa, il confronto consente di dimostrarlo.
Se l’opinione contiene una parte di veritĆ , la censura impedisce di scoprirla.
Se l’opinione ĆØ completamente vera, la societĆ ha comunque bisogno di confrontarsi con essa.
La libertà , dunque, non serve perché tutto ciò che viene detto sia vero.
Serve perché nessuna autorità possiede il monopolio della verità .
Questo principio ĆØ particolarmente importante quando parliamo di religione.
Lo Stato democratico non può diventare arbitro della verità teologica.
Non può stabilire quale rappresentazione di Dio sia lecita.
HABERMAS: IL DIRITTO DI ENTRARE NELLO SPAZIO PUBBLICO
Jürgen Habermas interpreta la democrazia come spazio comunicativo.
La legittimitĆ nasce dalla possibilitĆ dei cittadini di partecipare al processo pubblico di formazione dell’opinione.
Ma se alcune immagini vengono escluse perché offendono una sensibilità religiosa, politica o culturale, lo spazio pubblico diventa progressivamente più povero.
Il problema non ĆØ allora soltanto il diritto dell’artista.
Ć il diritto della collettivitĆ a vedere, discutere, criticare e contestare l’opera.
Anche il rifiuto dell’opera deve essere libero.
La democrazia non impone di apprezzare l’arte.
Impone di non trasformare il disgusto in una ragione automatica di proibizione.
RAWLS E IL FATTO DEL PLURALISMO
John Rawls parte da un dato nelle societĆ contemporanee esistono molte concezioni del bene.
Religiose.
Atee.
Politiche.
Filosofiche.
Individualistiche.
Comunitarie.
La società democratica non può pretendere che una di esse diventi la misura assoluta della vita pubblica.
Questo ĆØ precisamente il problema del sacro.
Una persona può considerare blasfema un’immagine.
Un’altra può considerarla arte.
Una terza può trovarla stupida.
Una quarta può trovarla geniale.
Lo Stato deve essere sufficientemente neutrale da consentire la coesistenza di queste valutazioni.
CHARLES TAYLOR E LA SOCIETĆ POST-SECOLARE
Charles Taylor ci ricorda però che la religione non è semplicemente un residuo del passato.
Le societĆ contemporanee continuano a essere attraversate da profonde esperienze religiose.
La laicitĆ non significa quindi eliminazione del religioso.
Significa costruzione di uno spazio nel quale il religioso e il non religioso possano convivere.
Ma questa convivenza richiede reciprocitĆ .
Il credente deve poter professare la propria fede.
Il non credente deve poterla criticare.
Il credente può contestare l’opera.
L’artista deve poterla realizzare.
Nessuno dei due possiede il monopolio dello spazio pubblico.
DERRIDA: IL DIRITTO ALL’OSPITALITĆ DELL’ALTRO
Jacques Derrida porta il problema ancora più in profondità .
Una democrazia autentica deve essere capace di ospitare l’altro anche quando l’altro ci destabilizza.
L’opera provocatoria rappresenta precisamente l’irruzione dell’alteritĆ .
Ci costringe a confrontarci con qualcosa che non coincide con la nostra identitĆ .
Per questo il problema della censura ĆØ, in ultima analisi, un problema antropologico:
quanto siamo capaci di sopportare ciò che non siamo?
ŽIŽEK: IL PARADOSSO DELLA TOLLERANZA
Slavoj Žižek ha più volte messo in discussione l’idea di una societĆ nella quale la tolleranza possa trasformarsi in un nuovo conformismo.
Una cultura può diventare cosƬ ossessionata dall’evitare l’offesa da finire per produrre una nuova ortodossia.
La vecchia censura diceva:
«Questo non si può dire».
La nuova censura può dire:
«Questo non è opportuno».
La prima ĆØ autoritaria.
La seconda può diventare paternalistica.
Il risultato, però, può essere simile:
la riduzione dello spazio del dicibile.
Ferrarajoli: LA LIBERTĆ COME DIRITTO FONDAMENTALE
Luigi Ferrajoli consente di riportare la questione sul terreno strettamente giuridico.
I diritti fondamentali non sono concessioni del potere.
Sono limiti al potere.
La libertĆ di manifestazione del pensiero appartiene precisamente a questa categoria.
L’istituzione non deve chiedersi:
«Mi piace questa opera?»
Deve chiedersi:
«Ho una ragione giuridicamente legittima e proporzionata per impedirne o limitarne la diffusione?»
La domanda cambia completamente il punto di vista.
ZAGREBELSKY E IL DIRITTO MITE
Gustavo Zagrebelsky ha descritto il costituzionalismo contemporaneo come un diritto nel quale principi diversi devono convivere.
Non esiste sempre una regola che elimina il conflitto.
Esiste il bilanciamento.
Ma bilanciare non significa mettere tutti i diritti sullo stesso piatto e scegliere arbitrariamente.
Significa individuare la soluzione che comprime il meno possibile ciascun diritto.
Nel caso dell’arte religiosa:
libertĆ artistica;
libertĆ di espressione;
libertĆ religiosa;
dignitĆ della persona;
tutela contro odio e violenza
devono essere composti attraverso proporzionalitĆ e necessitĆ .
Non attraverso il semplice criterio:
«qualcuno si è offeso».
IL LIMITE: QUANDO LA LIBERTĆ DIVENTA VIOLENZA
Difendere la libertĆ di espressione non significa sostenere che tutto sia lecito.
Esistono limiti.
Diffamazione.
Minaccia.
Istigazione alla violenza.
Incitamento all’odio nei casi previsti dalla legge.
Discriminazione.
Condotte penalmente rilevanti.
La questione decisiva ĆØ però distinguere l’offesa dalla violenza.
Un’immagine può ferire.
Una satira può umiliare.
Una vignetta può essere volgare.
Un’opera può essere blasfema.
Ma ciò non significa automaticamente che costituisca odio o incitamento alla violenza.
La ricerca giuridica contemporanea insiste proprio sulla necessitĆ di distinguere critica, satira, blasfemia e hate speech.
IL VERO PERICOLO: IL DIRITTO A NON ESSERE OFFESI
Se introducessimo nel nostro ordinamento un generale diritto a non essere offesi, il risultato sarebbe paradossale.
Il cattolico potrebbe chiedere la rimozione di una rappresentazione blasfema.
Il musulmano di una caricatura di Maometto.
L’ebreo di una rappresentazione offensiva della tradizione ebraica.
L’ateo di una propaganda religiosa.
Il monarchico di una satira sulla monarchia.
Il repubblicano di una celebrazione monarchica.
Il conservatore di un’opera radicale.
Il progressista di un’opera reazionaria.
Ogni identitĆ diventerebbe titolare di un diritto di veto.
La libertà di espressione finirebbe per essere determinata dalla sensibilità del più suscettibile.
Non sarebbe più libertà .
Sarebbe una gara a chi riesce a dichiararsi più offeso.
IL PARADOSSO DI RECANATI
Recanati rende il problema particolarmente evidente.
La cittĆ di Lorenzo Lotto diventa il luogo nel quale un artista contemporaneo reinterpreta proprio l’opera di Lotto.
Ć una straordinaria metafora della cultura.
Il passato viene reinterpretato dal presente.
Il presente non distrugge il passato.
Lo fa parlare nuovamente.
La domanda non dovrebbe essere:
Ā«L’immagine rispetta abbastanza l’originale?Ā»
Dovrebbe essere:
Ā«Che cosa ci sta dicendo questa trasformazione dell’originale?Ā»
Se l’immagine ĆØ provocatoria, bisogna discuterla.
Se ĆØ blasfema, bisogna poter dire che ĆØ blasfema.
Se ĆØ brutta, bisogna poter dire che ĆØ brutta.
Se ĆØ geniale, bisogna poterlo sostenere.
Ma il confronto deve avvenire dopo che l’opera ĆØ entrata nello spazio pubblico, non prima attraverso il filtro dell’autoritĆ .
DALLA CENSURA ALL’AUTO-CENSURA
Il vero pericolo contemporaneo è forse ancora più sottile.
Non ĆØ il poliziotto che entra nello studio dell’artista.
Ć l’artista che, prima ancora di creare, si chiede:
«Chi potrei offendere?»
Ć il direttore del museo che pensa:
«Potrebbe creare polemiche».
Ć il Comune che pensa:
«Meglio non mettere il logo».
Ć l’editore che pensa:
«Potremmo perdere qualcuno».
Ć l’universitĆ che pensa:
«Potremmo ricevere proteste».
Ć il cittadino che pensa:
«Meglio non scriverlo sui social».
à così che una società perde la libertà senza che nessuno abbia formalmente emanato una legge censoria.
La censura più efficace è quella che diventa interiorizzata.
LA DEMOCRAZIA COME LUOGO DEL CONFLITTO
Chantal Mouffe ha mostrato come il conflitto non sia necessariamente una patologia della democrazia.
Può esserne una componente strutturale.
Una societĆ democratica non elimina il conflitto.
Lo civilizza.
Trasforma il nemico in avversario.
Trasforma la violenza in discussione.
Trasforma la censura in critica.
Trasforma l’offesa in dibattito.
Questo dovrebbe essere il significato di una mostra controversa.
Non eliminare l’immagine.
Discuterla.
LA LEZIONE DI CHARLIE HEBDO
Charlie Hebdo rappresenta il limite estremo della questione.
La libertà di espressione non garantisce che ciò che diciamo sarà amato.
Non garantisce che non saremo criticati.
Non garantisce che nessuno si sentirĆ offeso.
Garantisce qualcosa di più radicale:
che lo Stato non possa trasformare il nostro pensiero in un reato soltanto perché quel pensiero è sgradito, provocatorio o dissacrante, salvo i limiti previsti dalla legge e compatibili con i principi costituzionali e convenzionali.
La risposta all’offesa deve essere altra parola.
Non la violenza.
Non la minaccia.
Non il silenzio imposto.
IL PRINCIPIO DI PROPORZIONALITĆ
Il giurista deve quindi applicare quattro domande.
Esiste una base legale?
Una limitazione alla libertĆ di espressione deve avere una base normativa.
Persegue uno scopo legittimo?
Per esempio la tutela della dignitĆ , della reputazione, della sicurezza o dei diritti altrui.
Ć necessaria?
Non basta che sia utile o conveniente.
Occorre dimostrare che sia necessaria in una societĆ democratica.
Ć proporzionata?
Occorre scegliere la misura meno lesiva della libertĆ .
Questo ĆØ il cuore del costituzionalismo contemporaneo.
La Corte europea ha più volte ribadito che il margine di apprezzamento degli Stati non è illimitato e che la necessità della restrizione deve essere convincentemente dimostrata.
UNA TESI GIURIDICA SUL CASO RECANATI
Alla luce di questi principi, la mia valutazione sarebbe la seguente.
Primo.
La decisione del Comune di rimuovere il proprio logo non costituisce, allo stato delle informazioni disponibili, una censura amministrativa in senso tecnico.
Secondo.
La scelta è tuttavia politicamente e culturalmente rilevante perché interviene sul rapporto tra istituzione pubblica e libertà artistica.
Terzo.
Il patrocinio pubblico non implica necessariamente che l’ente debba condividere ogni contenuto dell’iniziativa patrocinata.
Quarto.
L’istituzione ha certamente diritto di dichiarare la propria distanza dall’opera.
Quinto.
Questa facoltĆ non può però trasformarsi, direttamente o indirettamente, in un potere di impedire la diffusione dell’opera per il solo carattere religioso o blasfemo della rappresentazione.
Sesto.
Se l’opera non incita all’odio, alla discriminazione o alla violenza e non integra altri illeciti previsti dalla legge, la sua offensivitĆ religiosa non ĆØ, di per sĆ©, sufficiente a giustificarne la proibizione.
Il precedente europeo di Sekmadienis ĆØ particolarmente significativo proprio sotto questo profilo.
UNA TESI FILOSOFICA
La questione può essere sintetizzata in una proposizione:
una societĆ libera non ĆØ quella nella quale nessuno viene offeso; ĆØ quella nella quale nessuno possiede il potere di trasformare la propria offesa nel silenzio dell’altro.
Questa ĆØ la differenza tra sensibilitĆ e potere.
La sensibilitĆ merita rispetto.
Il potere di censurare merita controllo.
IL SACRO HA BISOGNO DELLA LIBERTĆ
C’ĆØ infine un paradosso.
Anche la religione ha bisogno della libertĆ di espressione.
Se lo Stato acquisisse il potere di stabilire ciò che è rispettoso del sacro, domani potrebbe stabilire anche ciò che è religiosamente scorretto.
La libertĆ religiosa presuppone quindi una certa libertĆ di critica della religione.
La protezione del sacro non può trasformarsi nella sacralizzazione del diritto.
Perché quando lo Stato diventa arbitro della blasfemia, il problema non è più soltanto religioso.
Ć politico.
DIFENDERE LA LIBERTĆ QUANDO NON CI PIACE
La libertà di espressione viene spesso difesa facilmente quando protegge ciò che condividiamo.
Ma quella non ĆØ la prova della libertĆ .
La vera prova arriva quando compare un’immagine che detestiamo.
Una vignetta che ci offende.
Un’opera che considera ridicolo ciò che per noi ĆØ sacro.
Un’idea che riteniamo pericolosa.
Una parola che preferiremmo non ascoltare.
à allora che la democrazia ci pone davanti alla sua domanda più difficile:
siamo disposti a difendere la libertĆ anche quando la libertĆ viene utilizzata contro di noi?
Charlie Hebdo ha mostrato il prezzo terribile che può assumere il rifiuto della libertà .
Recanati ci mostra una forma molto più ordinaria e apparentemente innocua del medesimo problema: il progressivo arretramento dell’istituzione davanti all’immagine controversa.
Tra i due casi esiste una distanza enorme.
Ma esiste anche un filo comune:
chi decide il limite dell’espressione?
La risposta di una democrazia costituzionale non può essere:
«chi si sente offeso».
Non può essere:
«chi detiene il potere».
E nemmeno:
«la maggioranza».
Il limite deve essere stabilito dal diritto, attraverso legge, necessitĆ , proporzionalitĆ e tutela degli altri diritti fondamentali.
Il resto appartiene al libero conflitto delle idee.
Ed ĆØ precisamente questo conflitto che dobbiamo imparare a non temere.
Perché una società nella quale tutti sono rispettosi può essere una società civile.
Ma una società nella quale nessuno può più disturbare nessuno rischia di essere una società conformista.
E il conformismo è spesso la forma più elegante della censura.
Epilogo
L’arte non deve necessariamente rispettare il sacro.
La religione non deve necessariamente apprezzare l’arte.
Il cittadino non deve necessariamente approvare l’artista.
Il Comune non deve necessariamente mettere il proprio logo sull’opera.
Ma tutti devono poter continuare a esistere nello stesso spazio pubblico.
Questa ĆØ la vera prova della democrazia:
non eliminare ciò che ci offende, ma imparare a convivere con ciò che ci costringe a pensare.
La libertà , in fondo, comincia proprio lì.
Nel momento esatto in cui incontriamo qualcosa che non avremmo mai voluto vedere.