il buon gusto perso

Guido Rodheudt, Musica liturgica e nuova evangelizzazione, Atti del Convegno Sacra Liturgia 2013 (Pont.Fac.Teol. Santa Croce – Roma), ed. Cantagalli, Siena 2014, pp. 38-43.49

Un po’ di storia

Lo schema potrebbe anche descrivere l’intero lavoro della riforma del Concilio di Trento che di fronte alle idiosincrasie e alle forme di soggettivismo protestanti, rimosse decine di migliaia di inni latini e centinai di sequenze dall’uso liturgico e pose restrizioni più severe sulla polifonia. Ciò è stato preceduto dalla riforma di Martin Lutero, che aveva recuperato dal regno del folclore e della para-liturgia inni tedeschi esistenti fin dal Medioevo, contandone circa 800 anche prima della Riforma (!) e portandoli al servizio del culto luterano, preferibilmente in luogo di quelli latini. Oltre al favore dei principi, non vi era argomentazione teologica ma una mossa sulla scacchiera del “guardare a ciò che esce dalla bocca del popolo”. (…) Musicalmente erano tra le migliori canzoni popolari, ma erano lontane dai capolavori melodici della liturgia latina, che stando all’interno del contesto dell’anno liturgico prescindono dalle differenze linguistiche e pertanto uniscono i popoli. (…)

Per secoli, con buona ragione, la Chiesa aveva preservato questi canti popolari veramente preziosi che, dopo tutto, non sono un’invenzione della Riforma, nell’ambito para-liturgico delle devozioni, delle processioni e nella musica privata. L’inno volgare era per la Riforma, quello che lo splendore della Messa del Barocco orchestrale era per la Controriforma. In concorso con la sua controparte protestante, si è sviluppato un notevole repertorio, soprattutto nei Paesi di confessione mista: inni su qualsiasi tema, di qualità molto diversa tra loro, che riflettono la storia della pietà. La produzione altrettanto inflazionata e di solito poco qualificata di una marea di canzoni vernacolari in Paesi che fino ad allora erano stati in gran parte cattolici e il loro uso quasi esclusivo nella Liturgia come questione di principio dopo il Concilio Vaticano II – e contrariamente alle sue disposizioni – è la causa principale della perdita di identità liturgica e di fede.

Nel Diciannovesimo secolo, la vita ecclesiastica rifiorì dai ruderi della musica liturgica della Rivoluzione francese grazie a Dom Prosper Guéranger e i suoi monaci di Solesmes, e al Movimento di Cecilian di Regensburg. Ancora una volta era la via della preghiera cantata e della liturgia ad innescare, con le sue giovani comunità religiose, un nuovo fervore nel recuperare la vita della fede nella seconda metà del secolo, mentre l’episcopato in massa si aggrappava allo status quo dello stile musicale da operetta. Nonostante san pio X e il Vaticano II, questo atteggiamento, naturalmente con qualche felice eccezione, essenzialmente non è cambiato fino ad oggi, tranne per il fatto che l’operetta si è nel frattempo trasformata in una sorta di “spettacolo di varietà”.

Ai giorni nostri

Nelle Chiese giovani e nelle culture non-cristiane, fino alla metà del Ventesimo secolo, i missionari hanno agito come la Chiesa antica aveva fatto nell’antichità pagana: per evitare di correre il rischio di incomprensioni dogmatiche sostanziali, hanno preferito fare uso di inni europei e canti gregoriani relativamente semplici. Poi, invece di un’apertura coscienziosa e prudente nell’integrazione liturgica di elementi preziosi delle culture musicali autoctone, come previsto dal Concilio Vaticano II, il margine crollò e quello che seguì fu un’arbitrarietà spregiudicata senza precedenti nella storia.

Esigenze artistiche e un’innovativa ricerca antropologico-musicale volta ad evitare fraintendimenti sincretistici furono in gran parte ignorate da chi aveva la responsabilità pastorale. “Just do it” è diventata la parola d’ordine. Ogni dilettante musicale è il benvenuto. Non è certo una sorpresa che i risultati non siano all’altezza né degli standard artistici minimi della cultura musicale europea, né di quelli delle rispettive culture musicali autoctone al di fuori dell’Europa. A meno che in un prossimo futuro non vengano rilevate esplicite “qualità offensive” nella dilagante tendenza liturgico-musicale Bollywood kitsch, la forza missionaria della Chiesa si indebolirà, e precisamente riguardo alle élites.

La situazione nei Paesi di cultura musicale occidentale è diversa eppure simile: invece di conservare con la massima cura – summa cura come dice il Concilio – il “tesoro” della musica sacra originaria cresciuto per duemila anni nella Liturgia, con la liturgia e intorno alla liturgia, esso è stato in gran parte rigettato e sostituito con prodotti scadenti e di breve durata. (…) Dopo la disgustosa dolcezza kitsch del XIX secolo e il riservato kitsch del teologicamente superficiale “sacro pop” e delle cosiddette “nuove canzoni spirituali” del XX secolo (che hanno da tempo perso la loro novità), l’impotenza musicale sta diventando sempre più diffusa e i cattolici si chiedono da dove ripartire.

Superficiali ed esterni sentimentalismi altamente personali non nascono da ciò che è sostanziale, né possono portare a nulla di sostanziale. La qualità spirituale e artistica non trae il suo orientamento dalla richiesta popolare, ma dal significato centrale e dalla profondità delle verità della fede. Qualcosa può essere bello e buono soltanto se è inequivocabilmente allineato con la verità e con la capacità artistica.

Cosa fare?

Nel suo libretto sulla Nuova Evangelizzazione nell’Anno della Fede, monsignor Dominique Rey ha delineato tutte le essenziali luci di posizione che possono servire come punti di riferimento da una vasta gamma di prospettive. A scanso di equivoci riguardo il concetto di Nuova Evangelizzazione egli dichiara che “nuovo” significa “rivalutare” le nostre pratiche pastorali. (…) Applicato alla musica della liturgia, e in completo accordo con la sapienza della Chiesa missionaria fin dal principio, questo significa: nessuna adozione acritica di forme musicali e di sequenze sonore secolari, ma piuttosto un’identità distintiva con una musica inconfondibilmente speciale.

La musica sacra non è la Liturgiae ancilla, la Cenerentola della liturgia, al pari di un antico equivoco. Il Concilio avita deliberatamente questa espressione. L’arcivescovo di Rio de Janeiro, ha messo in chiaro che la musica sacra ha una funzione “ancillare” o subordinata solo per quanto riguarda la sua azione (quoad actionem), ma non rispetto alla sua natura (quoad naturam). Per sua natura è e rimane una componente necessaria e integrante della liturgia solenne. Per sua natura, quindi, non appartiene ai cosiddetti servizi liturgici di Marta, ma piuttosto, per rimanere nella stessa immagine, all’intuizione amorevole dei servizi di Maria.

Le richieste indirette del Concilio, in particolare ai sacerdoti, in materia di competenza musicale sono molto più elevate di quanto generalmente si presuma; sono un prerequisito indispensabile per ogni ars celebrandi (…) I sacerdoti dovrebbero essere consapevoli dell’erronea convinzione diffusa che la musica sacra latina appartenga al “vecchio rito”, mentre il Concilio richiede espressamente canti vernacolari. Al contrario, la musica sacra è in grado, come nessun0altra espressione, di colmare le variazioni rituali e le differenze inter-confessionali. (…) Se vogliamo portare il Vangelo di nuovo nel mondo di oggi, e non solo nella periferia ecclesiastica degli artisti e degli intellettuali, dobbiamo tornare alla grande musica liturgica.

Cantare amantis est
(il cantare appartiene a colui che ama)

Sant’Agostino
Cerca l'Amore troverai Dio

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