C’è un silenzio strano, quasi innaturale, che sta avvolgendo i nostri diari di Facebook. Entri sul tuo profilo, guardi le tue condivisioni, pensieri complessi, riflessioni nate da una sensibilità profonda e non trovi più commenti. Eppure gli amici veri ci sono, i conoscenti storici pure. Dove sono finiti tutti? Perché quel tessuto connettivo fatto di scambi di opinioni reali sembra essersi dissolto?
La risposta si nasconde dietro un abuso tecnologico diventato ormai sistematico: l’introduzione e l’uso compulsivo di funzioni come @follower e @inprimopiano.
La sindrome del “Lupo, al lupo” nell’era digitale
Nate teoricamente per aiutare i creatori di contenuti a raggiungere il proprio pubblico, queste menzioni collettive sono sfuggite di mano. Oggi, chiunque scriva un post sente il bisogno di attivare il “megafono”, costringendo l’intero elenco contatti a ricevere una notifica prioritaria.
Il risultato è una gestione impossibile delle notifiche. Veniamo continuamente trascinati dentro discussioni in diari di conoscenti che magari non seguiamo affatto, per post in cui non siamo mai entrati. Questo eccesso ha generato una saturazione cognitiva. Di fronte a centinaia di falsi richiami personalizzati, l’utente medio ha sviluppato una naturale difesa: ignorare tutto.
È la classica favola del “Al lupo, al lupo!” applicata agli algoritmi. A forza di gridare per attirare l’attenzione su ogni minima sciocchezza, il giorno in cui c’è un contenuto vero, valido e profondo, nessuno si gira più a guardare.
Il sospetto: un isolamento voluto dall’algoritmo?
L’esasperazione di questi tag ha dato risalto a un individualismo tossico. Ha generato l’illusione ottica che tutti ci leggano, che la nostra voce arrivi ovunque. Ma è, appunto, solo un’illusione.
Viene da avanzare un’ipotesi più profonda e forse cinica: e se questo cambiamento strutturale di Facebook fosse ampiamente voluto dalla piattaforma stessa?
Spingere gli utenti a gridare nel vuoto, convinti però di essere ascoltati, è il modo perfetto per anestetizzare il social network. Ci si ritrova isolati in tante piccole bolle egoriferite, dove ognuno parla e nessuno ascolta. Un social frammentato, dove il rumore di fondo copre i messaggi importanti, è un social politicamente e socialmente innocuo. Non crea massa critica, non unisce le persone attorno a cause comuni, non disturba.
Il coraggio della condivisione vera contro i “politicanti da strapazzo”
Il sano espandersi di un contenuto genuino dovrebbe avvenire in un solo modo: attraverso la condivisione spontanea e coraggiosa.
Oggi condividere pensiero critico richiede coraggio. Non è da tutti pubblicare immagini o riflessioni che esprimono una posizione politica netta, o una sensibilità umana che urla contro i genocidi e le ingiustizie nel mondo. Spesso si preferisce il silenzio per paura di essere etichettati come “complottisti” o “eversivi” da una narrazione mainstream che tende a normalizzare l’orrore.
Ma la vera eversione non sta nei cittadini che usano la propria voce per indignarsi. L’eversione morale appartiene al potere, a quelli che possiamo definire politicanti da strapazzo. Personaggi squallidi, capaci di vendersi l’anima e il futuro della collettività per un briciolo di potere e vantaggio personale.
Condividiamo solo cose buone, condividiamo pensieri che ci aiutano a riflettere e a capire gli inganni, in questa società sempre più allo sbando, essere orgogliosamente normali, capaci di discernere e di non essere manipolati è un dono prezioso, cerchiamo di coltivare questo dono con coraggio.


