Palermo Straight Edge (SxE) Hardcore

IL CONTESTO

Dalla metà degli anni ‘90 fino agli inizi dei 2000, in circa dieci anni, Palermo vide una fioritura inaspettata di un filone culturale-musicale senza precedenti, l’Hardcore Old School, che da lì ebbe il suo exploit, ma inesorabilmente anche il suo naturale declino.

Band storiche come Indigesti, Kina, Negazione e Raw Power già suonavano da diversi anni, ma Palermo stentava ad abbracciare il movimento, seppur in limitate e singole occasioni. Si racconterà in breve, dimenticando necessariamente qualcuno, il punto d’osservazione diretto, su ciò che ha cambiato la vita di centinaia di persone, che in egual modo, vissero quegli anni in modo intenso. 

A Palermo, fino a quel momento, la scena musicale cosiddetta “underground”, contava diverse band emergenti, perlopiù orientate su sonorità metal, hip hop e punk rock; ciò lo constatavo soprattutto tra i banchi di scuola, quest’ultima metro di giudizio insindacabile sulle nuove ondate musicali in voga tra le nuove generazioni. L’hardcore Old School era poco più di un miraggio.

I PRIMI PASSI

Agli inizi degli anni 90, si ricordano Tagliamidettagli e Nullafacenti di Bizio e Giovanni Ziino, gli Shout Downard di “Peppe 100”,  tra le poche formazioni hardcore/punk che sfornavano autoproduzioni su classiche e indimenticabili “demo-tape” artigianali; ma anche storiche band “noise” come gli Airfish del veterano Rodan.

L’hardcore-punk, soprattutto quello di stampo americano, influenzava sempre più il nostro continente e a Palermo, quello che fece  breccia, fu lo stile californiano (Pennywise, No use for a name, Nofx). Quest’ultimo, unito a nostalgiche sonorità di “punk 77” (Sex Pistols, Clash, Ramones) creò varie contaminazioni, generando band come “F.u.g”,,“Merrygoround”, “Flat Denial” e “Semprefreski” tuttora considerati punti di riferimento dell’ hardcore-punk del capoluogo siciliano. Personaggi come Ciaccio, Giugi, Bizio, Ecumenicus, Giacomazzi, Pitingaro, contribuirono fortemente alla scena di quegli anni, ricoprendo diversi ruoli anche in band collaterali. 

LA SVOLTA STRAIGHT EDGE (SXE)

La fine degli anni ‘90, è il periodo della svolta per l’Hardcore Old School palermitano, nel 1996 nascono i By the Way gruppo di amici storici e compagni di liceo, i cui membri fondatori, Maurizio Iozzia e Andrea “The Edge” faranno da ponte levatoio, insieme all’amico XjovyX, per le formazioni delle successive band di punta del genere.

Il piccolo focolaio cresce sempre più; la passione per l’hardcore made in USA diventa contagiosa in un ristretto numero di amici. Il nuovo progetto amatoriale è figlio del nascente “germe” che da lì a breve avrebbe “contaminato” il punk palermitano, ovvero lo “Straight Edge” hardcore e la “Real positive Crew”.

La band ha ancora sonorità grezze e artigianali, ma si intravedono già nuove idee e ambizioni, che determinarono un incessante ardore e dedizione, una sana detonazione, tale da spingere molti di quei giovani a chiudersi in box insonorizzati creando musica, tra un compito di latino e un’interrogazione di matematica.

Lo “Straight Edge HC” nasce da band come “SSD” e “Minor Treath”, in contrapposizione al punk autolesionista, cercando di divulgare valori positivi anti-sistema, rinnegando ciò che allontana dal pieno controllo di sé, come droga e alcol. Band leader della nuova cultura musicale saranno, oltre i già citati Minor Threat, gli Unity, Uniform choice, No for an Answer, dell’ ”Orange County Scene” e l’intera youth crew newyorkese, movimento che influenzerà l’intero filone più degli altri, su tutti band come Sick Of It All, Gorilla Biscuits, Youth of Today, Judge, Side by Side e Bold.

REAL POSITIVE CREW

Dalle ceneri dei By the Way, nel 1997, Maurizio Iozzia fonda gli Injustice, in quegli anni infatti sia Maurizio che Alex Falsone abbracciarono quella filosofia di vita, i loro testi rispecchiano totalmente princìpi e virtù del movimento musicale. Nel 1999 incidono i brani che andranno a comporre: “XPositive LifestyleX”, primo album Straight Edge palermitano. Poco dopo anche No Way Out e Once Again aderirono al movimento, cristallizzando una vera e propria crew.

Nel 2001, i Once Again registrano la loro demo-tape “S/T”; nel 2003 i No Way Out pubblicano l’EP “Livin’ Today”. Le tre band inizieranno una serie di live, spesso suonando insieme, grazie a cui il collettivo “SxE” comincia a mettere radici ben salde nel substrato hardcore dell’epoca.

Brani come “Make Your Choice” e “Libero Stato Mentale” degli Injustice, “Livin’ Today, Into My Mind” dei No Way Out, “Antisocial To The Core”, “All We Ask” dei Once Again diventano vere e proprie pietre miliari. Le tre band, daranno il via alla scena locale, che per diversi anni sarà al centro della Palermo hardcore. Lo “SxE” in città si limiterà in quegli anni a queste poche band, ma con una prolifica attività concertistica; oltre le già citate, si uniranno in seguito anche i For The Cause e Wise Guys dell’eclettico XturyX.

Il segno distintivo che ogni Straight Edge aveva impresso sulle mani era una “X” disegnata con un pennarello, ostentata con fierezza ad ogni concerto. Il simbolo ha origine nell’America degli anni ’80, quando con questo simbolo si identificavano coloro che all’interno dei locali non potevano consumare alcol.

È questa l’epopea d’oro di questo filone musicale palermitano a cui, anche diverse band oltre lo stretto guardavano come esempio da seguire, non tanto per le sue band, ma per l’attaccamento e la dedizione che le stesse peroravano alla causa. 

In Italia in quel periodo diverse sono le formazioni “SxE”, su tutte Strenght Approach e By All Means, le sonorità cambiano, chi suona un “old school” di stampo americano, chi è più legato al punk degli esordi, chi alla vecchia scuola italiana; i temi comuni sono sempre gli stessi:  gridare valori positivi di amicizia, famiglia e rispetto. I live della “Palermo Hardcore” sono vere e proprie réunion della crew, vi si riuniscono tutti, l’energia sprigionata da quei ragazzi contagia una moltitudine di persone, riunite dalla stessa voglia di musica e aggregazione.

I LIVE

Molti sono i luoghi in cui si esibiscono i giovani musicisti, tra piccoli locali, pub e centri culturali, ma quello che resterà il più emblematico e simbolico è sicuramente l’ ”Ex carcere C.S.O.A”, in cui ciò che accomunava era una sola passione; in quel palco si sfogavano i propri sentimenti, si esternavano le proprie emozioni, in un contesto di sana amicizia e rispettosa condivisione.

Ogni settimana si svolgeva un concerto, le sole “pubblicità” a disposizione erano il passaparola, il volantinaggio e alcune “fanzine” locali; niente a che fare con la tecnologia odierna, certo più utile, ma meno affascinante. Come non ricordare i fantastici “Banchetti” improvvisati, dove le band vendevano merchandising e dove potevi trovare vinili, cd, toppe, spillette e quant’altro. Un “micromondo” sotterraneo dove regnava gioia e spensieratezza. 

Con la scena hardcore “Straight Edge” (SxE) convivevano collateralmente gruppi Hardcore Punk (180 in opposity, F.U.G, Semprefreski, Flat Daniel) crust (Istinto Repellente, Sonny Corleone), pop-punk (Popsters), trash metal (Shock Trooper), crossover (Filthy Sunday Circus, Reflections), ska-punk (Magilla Gorilla, Cheech Skaos) e Hip-Hop ( Stokka & MadBuddy).

In quegli anni, la musica underground a Palermo, era un carosello di generi e sottogeneri; tutti avevano i loro esponenti rappresentativi. La prima decade degli anni 2000 si caratterizza per l’avvento di nuove sonorità, che mixano la tradizione old school con melodie strappalacrime. 

L’EMOCORE SXE

Arriva l’ ”Emotional Hardcore” dei pionieri locali Keep The Faith, fondati da Maurizio Iozzia, con Daniele Marsana, Alessio Falsone e Vincenzo Bandiera, ex membri di Injustice e Once Again. Essi formeranno quella che sarà la prima band emocore palermitana. Le band cambiano ma i ragazzi restano i medesimi; è questa la bellezza del movimento, come una sostanza che cambia forma ma resta immutata nella sua essenza.

Nel 2003 incidono “See your Tears” per Vacation House records, storica etichetta di Rudy Medea, cantante degli Indigesti.  Questo sarà un album di svolta per la scena; i KTF uniranno l’hardcore più classico orange county a venature emo-rock, sulla scia di band come Further Seems Forever, Thrice, Noise Ratchet, riuscendo a concepire brani originali e fortemente emozionali come “Sacrifice”See your tears” e “Stop us Now”.

EPILOGO DI UN’EPOPEA D’ORO 

I KTF daranno l’input a tutta una serie di band locali Emo-core/pop/Rock/Screamo di nuove generazioni, che si adageranno esclusivamente sulle nuove ondate “modaiole” strettamente legate al genere; non si percepiva più l’ardore della vecchia fiamma hardcore, si preferiva più l’ aspetto esibizionistico; stava diventando una “Necessaria Consuetudine”. Anche l’hardcore Old School muterà forma, diventando più duro, più “metallaro”, più politico, anche qui sotto l’influenza di nuove band post hardcore d’oltreoceano (Terror, Converge).


A Palermo i maggiori esponenti del genere saranno i Values Intact, nati dalle ceneri dei No Way Out, che incideranno nel 2005 “Dead HomeTown” per Godwill Records. Con loro termina quel periodo nostalgico della scena hardcore Straight Edge A Palermo. A seguire poche altre band cercheranno di imitare il filone ma senza riuscirci, lasciando impronte sbiadite a fievole memoria, gettando definitivamente le basi per la fine di un’epoca.

IL CAMBIAMENTO

L’hardcore-punk e lo Straight Edge (SxE) di quegli anni, a Palermo, si fondevano in un movimento  paragonabile ad altre scene più blasonate, sicuramente per la passione e il senso di condivisione che caratterizzava l’intera scena.

Il periodo storico in cui versava la città ha detonato le coscienze, molti giovani volevano far sentire la propria voce, la città si rialzava dalle proprie macerie, nutriva il bisogno di urlare al mondo una sana rabbia attraverso la musica; tutto ciò sarà preludio di cambiamento.

Non voglio sprofondare nell’abisso dittatore, voglio restare in superficie da padrone, ma con rispetto, tolleranza, amici ed onestà, voglio tentare di cambiare ma con dignità, fai la tua scelta la mia mente è libera”…” Make Your ChoiceInjustice,  1998.

Un “sì” che continua a fiorire: gli auguri dell’ALAS di Palermo per il 25° anniversario di professione religiosa

Auguri dal gruppo ALAS di Palermo

Tre cuori, un’unica chiamata, un solo amore donato a Cristo.

Ci sono ricorrenze che meritano di essere celebrate non soltanto con una festa, con dei fiori o con una bella fotografia, ma soprattutto con la preghiera, la gratitudine e il silenzio del cuore.

Il 28 agosto 2026, a Genzano di Roma, Suor Veronique Amisi Mwamini, Suor Virginie Ntumba Lufulwabo e Suor Mary Mathalaimuthu, Suore Agostiniane Serve di Gesù e Maria, celebreranno il 25° anniversario della loro professione religiosa.

Ventotto agosto 2026: venticinque anni di un “sì”.

Un “sì” pronunciato un giorno e poi rinnovato, giorno dopo giorno, attraverso la vita, il servizio, la preghiera, le difficoltà, le gioie, le persone incontrate e quelle accompagnate nel cammino.

Per noi del gruppo ALAS di Palermo – Associazione Laici Agostiniani Spinelliani, questa ricorrenza non può passare inosservata.

Vogliamo infatti unirci idealmente alla loro celebrazione e far giungere a queste care Suore il nostro più affettuoso augurio, assicurando loro ciò che per noi rappresenta uno dei doni più preziosi che possiamo offrire: la nostra preghiera.

Venticinque anni di fedeltà

Venticinque anni sono una parte importante della vita.

Sono migliaia di giorni nei quali quel primo “sì” ha dovuto diventare concretezza. Sono mattine iniziate nella fiducia e sere concluse nella gratitudine. Sono passi compiuti nella certezza che la chiamata ricevuta non è semplicemente un ricordo del passato, ma una realtà viva che continua a chiedere disponibilità, coraggio e amore.

La professione religiosa non è soltanto una data da ricordare.

È una storia da raccontare con la vita.

E forse proprio per questo un anniversario come il 25° non guarda soltanto indietro, ai tanti anni trascorsi, ma guarda soprattutto avanti: verso ciò che ancora il Signore vorrà affidare, verso nuove persone da incontrare, nuove vite da accompagnare, nuovi semi da piantare.

È il mistero bellissimo di una vocazione: Dio chiama, l’uomo risponde e poi, giorno dopo giorno, quella risposta diventa vita.

In un tempo in cui le vocazioni sono una sfida, un “sì” diventa ancora più prezioso

Viviamo in un tempo nel quale la vita consacrata attraversa una stagione non semplice.

Le vocazioni diminuiscono, le comunità religiose invecchiano, tante realtà che per generazioni hanno rappresentato un punto di riferimento rischiano di diventare sempre più fragili.

E proprio per questo, davanti a una professione religiosa che raggiunge il traguardo dei venticinque anni, sentiamo ancora più forte il bisogno di dire grazie.

Grazie perché una vocazione vissuta con fedeltà continua a essere una luce.

Grazie perché, anche in un mondo nel quale sembra sempre più difficile scegliere una strada definitiva, esistono ancora donne e uomini capaci di consegnare la propria vita a Dio.

Grazie perché il loro “sì” ci ricorda che non tutto ciò che conta può essere misurato in termini di successo, carriera, visibilità o possesso.

Ci sono vite che acquistano il loro significato più profondo proprio nel dono.

E una vita donata a Cristo, quando è autentica, non è una vita sottratta al mondo: è una vita offerta per il mondo.

Come ALAS di Palermo, vogliamo esserci

Noi laici agostiniani spinelliani sappiamo bene che la famiglia spirituale alla quale apparteniamo non è fatta soltanto di persone consacrate.

È una famiglia nella quale vocazioni diverse possono camminare insieme, sostenersi, incoraggiarsi e condividere la stessa fede e lo stesso amore per il carisma ricevuto.

Per questo, nel giorno della loro festa, vogliamo sentirci particolarmente vicini a Suor Veronique, Suor Virginie e Suor Mary.

Non potremo forse essere tutti fisicamente presenti a Genzano di Roma, ma la distanza non impedisce alla preghiera di arrivare.

E allora sarà proprio attraverso la preghiera che l’ALAS di Palermo desidera stringersi attorno a loro.

Pregheremo perché il Signore continui a custodire la loro vocazione.

Pregheremo perché doni loro forza quando il cammino sarà faticoso, gioia quando il servizio sarà fecondo, pazienza nelle difficoltà e sempre un cuore capace di ricominciare.

Pregheremo perché Maria, alla quale guardiamo con particolare affetto, continui ad accompagnarle con la sua materna protezione.

E pregheremo anche per tutte le vocazioni.

Per quelle che stanno nascendo e magari ancora non hanno trovato il coraggio di pronunciare il proprio “sì”.

Per i giovani e le giovani che cercano una strada.

Per coloro che sentono nel cuore una chiamata e hanno paura di seguirla.

Per le famiglie, perché sappiano riconoscere e accompagnare i germogli di una vocazione.

E per la Chiesa, perché non smetta mai di pregare il Signore affinché mandi operai nella sua messe.

Un grazie che viene dal cuore

Care Suore,

oggi, attraverso queste poche righe, vorremmo dirvi una cosa semplice: grazie.

Grazie per questi venticinque anni.

Grazie per il vostro “sì”.

Grazie per la vostra fedeltà.

Grazie per tutto ciò che avete vissuto e donato, anche per quello che forse nessuno ha visto e conosciuto.

Perché nella vita religiosa esistono tanti gesti nascosti che soltanto Dio conosce: una preghiera pronunciata per qualcuno, una parola di conforto, una giornata faticosa offerta in silenzio, una persona accolta, una sofferenza consegnata al Signore.

Sono quei piccoli gesti che, agli occhi del mondo, possono sembrare invisibili e che invece, agli occhi di Dio, possono diventare migliaia di rose sbocciate lungo il cammino.

Nel vostro anniversario, dunque, non vogliamo soltanto augurarvi altri anni di vita consacrata.

Vogliamo augurarvi altri anni pieni di Dio.

Pieni di quella gioia profonda che nasce dal sapere di essere al posto giusto, nella strada che Lui ha indicato.

Pieni di persone da amare e servire.

Pieni di speranza.

Pieni di nuove vocazioni.

Pieni di quel coraggio necessario per continuare a dire ogni giorno:

“Signore, eccomi.”

Il nostro augurio

Da Palermo a Genzano di Roma, dalla nostra realtà di laici agostiniani spinelliani alla vostra comunità religiosa, vogliamo farvi arrivare il nostro abbraccio.

Un abbraccio che vorremmo fosse quello di tutta la famiglia ALAS.

Con l’immagine iniziale opportunamente elaborata di questo articolo, abbiamo voluto rendere visibile anche attraverso una fotografia questo nostro sentimento di vicinanza: una fotografia del gruppo ALAS di Palermo che possa accompagnare questo articolo e diventare un piccolo segno concreto del nostro affetto.

Perché anche una fotografia, a volte, può raccontare qualcosa di grande: persone diverse, storie diverse, ma unite da una stessa fede e da un legame che va oltre le distanze.

E allora, care Suore, nel giorno del vostro 25° anniversario, vogliamo dirvelo tutti insieme:

Buon anniversario di professione religiosa!

Il Signore vi benedica e vi custodisca.

Sant’Agostino vi accompagni nel cammino.

La Venerabile Madre Maria Teresa Spinelli, madre e ispiratrice della nostra famiglia spirituale, continui a intercedere per voi.

E Maria, Madre del Signore e Madre della Chiesa, vi tenga sempre sotto il suo manto.

Che il vostro “sì” continui a fiorire.

E che, attraverso la vostra vita, altri cuori possano trovare il coraggio di pronunciare il proprio.

Con affetto e nella preghiera,

il Presidente e tutto il gruppo ALAS di Palermo
Associazione Laici Agostiniani Spinelliani

Auguri, care Suore, per i vostri 25 anni di professione religiosa.

Il vostro “sì” è ancora una volta un dono per tutti noi.

Sacra Famiglia

Dio che poteva attuare in qualsiasi modo il suo piano di salvezza, dopo il peccato originale decide di compiere la redenzione di noi sue creature, rispettando lo stesso disegno della creazione che vide una coppia (Adamo&Eva) all’origine della famiglia umana.

La famiglia è il contesto naturale in cui si viene al mondo e si accoglie la vita nascente, è un elemento pre-giuridico e pre-politico. Non è inventata dallo Stato di diritto, è un elemento oggettivo di natura che precede, in tutti i sensi, ogni altra istituzione umana.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo definisce «la famiglia nucleo naturale e fondamentale della società che ha diritto a essere protetta dallo Stato». E la Costituzione italiana all’art. 29 usa un verbo interessante quando afferma che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». “Riconosce” significa prendere atto di qualcosa che preesiste. La Costituzione italiana non afferma che la Repubblica istituisce la famiglia, non è una creazione dello Stato.

Semplicemente osservando la realtà, Aristotele, dopo aver definito che la natura è sessuata (due gameti formano uno zigote), diceva che «la società è costituita dall’insieme delle famiglie»; non i singoli individui, le famiglie formano la società. Aristotele ha delineato cinque caratteristiche della famiglia: autorità indiscussa dei genitori, unione di un uomo e di una donna, procreazione, economia domestica, la famiglia è la prima e più importante agenzia educativa della società.

Cicerone diceva che la famiglia è la «prima societas». I romani pensavano che se la natura non avesse donato questa possibilità di una sperimentazione quotidiana della convivenza in famiglia, gli stessi uomini non avrebbero saputo vivere insieme nella società. Poiché nella grande famiglia umana ci sono uomini e donne, era importante per i romani che si apprendesse nella famiglia le funzioni di questi due sessi.

Ecco perché, per esempio, nonostante nell’antichità classica l’omosessualità fosse tollerata e diffusa, nel diritto romano non esiste alcun istituto giuridico per la categoria degli “omosessuali”, né le loro unioni erano pensate come famiglie. I romani pur non conoscendo nessun condizionamento religioso nella morale, sapevano distinguere tra la sfera privata (orientamenti personali, vizi, sghiribizzi) e l’aspetto pubblico, ovvero ciò che può avere effetti negativi sulla società e il vivere civile.

Avevano loro ben chiara la funzione che solo la famiglia può svolgere. Quando non c’è più una famiglia che infonde valori per apprendere come stare al mondo, imparare a vivere in modo sano le relazioni, sviluppare per esperienza un senso morale, un’intelligenza emotiva, ecco che si delegano anche gli aspetti più delicati ad altri enti come la scuola, che però non può fare da padre e madre, non può curare la vita affettiva con la LIM; può solo fare educazione sessuale per insegnare le tecniche di contraccezione, anziché investire il tempo studiando amor gentile e amor cortese, Dante&Beatrice, Laura&Petrarca, Leopardi&Silvia…

All’inizio della nostra epoca, era il 1968 quando Paolo VI pubblicava l’enciclica Humanae Vitae per ricordare natura, beni, fini del matrimonio. L’unione dell’uomo e della donna risponde al piano della creazione descritto nella genesi; il matrimonio Gesù lo ha elevato a dignità di sacramento perché Dio non è affatto estraneo a questa unione. L’amore coniugale si fonda sulla roccia della fede per essere alimentato e sostenuto dallo Spirito Santo. Altrimenti lontano da Dio scade nei peccati. Proprio quelli cui si è giunti ai nostri giorni, dopo che la Madonna a Fatima aveva avvertito: lo scontro finale sarà sulla famiglia, oggi colpita da aborto, divorzio, fecondazione artificiale, gender…

Come ci siamo arrivati? La rivoluzione culturale degli anni ‘70 del secolo scorso, ha voluto demolire la morale tradizionale allora vissuta come imposizione. Quando non ci sono più paletti che vincolano nessuno e si è liberi di lasciarsi e fare e disfare, persevera con serietà solo chi ci crede. Indipendentemente dalle leggi – che non stabiliscono la verità delle cose, come diceva il card. Carlo Caffarra -, riscoprire oggi il senso profondo della morale cristiana ci farà riconoscere il vero bene per aderirvi liberamente. Non è facile ma è questa la sfida in questo tempo di crisi provocata negli anni ‘70.

Lo scontro finale sarà sulla famiglia scrisse suor Lucia di Fatima al cardinale Cafarra. E lui prima di partecipare al Sinodo sulla famiglia nel 2015 disse: è ciò che si sta compiendo. Oggigiorno in una società in cui si sono normalizzate forme di unione semi-coniugale a tempo e senza impegno (che scimmiottano il matrimonio), si è svuotato di significato l’amore sponsale. I risultati li vediamo per esempio nell’inverno demografico. Il rapporto 2023 del Censis ha registrato tra l’altro un aumento dei single prospettando che nel 2040 solo una coppia su quattro avrà figli. I c.d. nuclei unipersonali (single e vedovi) in Italia aumenteranno fino a 9,7 milioni (37% del totale). La natalità, al valore minimo nella storia della Repubblica, è ben al di sotto del normale ricambio generazionale: se una coppia non genera altre due persone la popolazione decresce e il sistema pensionistico diventa insostenibile. Si fa la fine dell’Impero romano in crisi demografica, invaso da altri popoli in espansione.

Se noi crediamo davvero che la Santa Famiglia di Nazareth sia il vero modello della famiglia umana, dovremo saper prendere posizione quando qualcuno vuole eliminare dal dizionario il vocabolo “famiglia”, oppure considera “famiglia” l’unione col proprio animale domestico, o ancora chiama “famiglia” unioni che non rispondono a quel modello voluto da Dio. Il coraggio di testimoniare la fede in questo nostro tempo è una priorità in difesa dell’ordine della creazione.


La storia non erra quando addita nella manomissione delle leggi del matrimonio e della procreazione la causa prima della decadenza dei popoli.

Papa Pio XII, Discorso ai dirigenti e rappresentanti delle associazioni delle famiglie numerose, 20 gennaio del 1958

Come scrisse Cicerone, è «la prima forma di società». È il fondamento della società, la dimora naturale della vita, il primo educatore dei figli e una scuola di virtù e di relazioni. Garantisce il futuro. Per questo motivo, lo Stato deve impegnarsi a sostenerla economicamente e a difenderla culturalmente. È quindi un’istituzione incomparabile e indispensabile.Oggi, invece, c’è una volontà sistematica di ampliarne e diluirne il significato, come avviene con ogni punto di riferimento. L’obiettivo è lasciare le giovani generazioni nella confusione per poterle manipolare a fini di potere e profitto. Il nichilismo predica il vuoto dell’anima, e questo vuoto ha un peso insopportabile: genera ogni forma di fuga, dipendenza e violenza, e alimenta il consumismo.

Intervista rilasciata dal card. Angelo Bagnasco a AdVaticanum, 8 luglio 2026

L’illusione del megafono: come i tag di massa stanno uccidendo il dialogo su Facebook

Sindrome di al lupo al lupo su Facebook

C’è un silenzio strano, quasi innaturale, che sta avvolgendo i nostri diari di Facebook. Entri sul tuo profilo, guardi le tue condivisioni, pensieri complessi, riflessioni nate da una sensibilità profonda e non trovi più commenti. Eppure gli amici veri ci sono, i conoscenti storici pure. Dove sono finiti tutti? Perché quel tessuto connettivo fatto di scambi di opinioni reali sembra essersi dissolto?

La risposta si nasconde dietro un abuso tecnologico diventato ormai sistematico: l’introduzione e l’uso compulsivo di funzioni come @follower e @inprimopiano.

La sindrome del “Lupo, al lupo” nell’era digitale

Nate teoricamente per aiutare i creatori di contenuti a raggiungere il proprio pubblico, queste menzioni collettive sono sfuggite di mano. Oggi, chiunque scriva un post sente il bisogno di attivare il “megafono”, costringendo l’intero elenco contatti a ricevere una notifica prioritaria.

Il risultato è una gestione impossibile delle notifiche. Veniamo continuamente trascinati dentro discussioni in diari di conoscenti che magari non seguiamo affatto, per post in cui non siamo mai entrati. Questo eccesso ha generato una saturazione cognitiva. Di fronte a centinaia di falsi richiami personalizzati, l’utente medio ha sviluppato una naturale difesa: ignorare tutto.

È la classica favola del “Al lupo, al lupo!” applicata agli algoritmi. A forza di gridare per attirare l’attenzione su ogni minima sciocchezza, il giorno in cui c’è un contenuto vero, valido e profondo, nessuno si gira più a guardare.

Il sospetto: un isolamento voluto dall’algoritmo?

L’esasperazione di questi tag ha dato risalto a un individualismo tossico. Ha generato l’illusione ottica che tutti ci leggano, che la nostra voce arrivi ovunque. Ma è, appunto, solo un’illusione.

Viene da avanzare un’ipotesi più profonda e forse cinica: e se questo cambiamento strutturale di Facebook fosse ampiamente voluto dalla piattaforma stessa?

Spingere gli utenti a gridare nel vuoto, convinti però di essere ascoltati, è il modo perfetto per anestetizzare il social network. Ci si ritrova isolati in tante piccole bolle egoriferite, dove ognuno parla e nessuno ascolta. Un social frammentato, dove il rumore di fondo copre i messaggi importanti, è un social politicamente e socialmente innocuo. Non crea massa critica, non unisce le persone attorno a cause comuni, non disturba.

Il coraggio della condivisione vera contro i “politicanti da strapazzo”

Il sano espandersi di un contenuto genuino dovrebbe avvenire in un solo modo: attraverso la condivisione spontanea e coraggiosa.

Oggi condividere pensiero critico richiede coraggio. Non è da tutti pubblicare immagini o riflessioni che esprimono una posizione politica netta, o una sensibilità umana che urla contro i genocidi e le ingiustizie nel mondo. Spesso si preferisce il silenzio per paura di essere etichettati come “complottisti” o “eversivi” da una narrazione mainstream che tende a normalizzare l’orrore.

Ma la vera eversione non sta nei cittadini che usano la propria voce per indignarsi. L’eversione morale appartiene al potere, a quelli che possiamo definire politicanti da strapazzo. Personaggi squallidi, capaci di vendersi l’anima e il futuro della collettività per un briciolo di potere e vantaggio personale.

Condividiamo solo cose buone, condividiamo pensieri che ci aiutano a riflettere e a capire gli inganni, in questa società sempre più allo sbando, essere orgogliosamente normali, capaci di discernere e di non essere manipolati è un dono prezioso, cerchiamo di coltivare questo dono con coraggio.

“IDDA – La Baronessa di Linguaglossa” conquista Campobello di Mazara: cinema, identità e solidarietà per una serata speciale

IDDA

Campobello di Mazara (TP) – Grande partecipazione e calorosa accoglienza al Cinema Olimpia di Campobello di Mazara per la prima proiezione siciliana di “IDDA – La Baronessa di Linguaglossa”, il nuovo film del regista Giovan Battista Pollina, tratto dall’omonimo romanzo storico di Giovanni Sciara.

La serata ha registrato una significativa presenza di pubblico, confermando l’interesse e l’affetto verso un’opera che racconta una storia di coraggio, dignità e riscatto ambientata nella Sicilia dei primi del Novecento. Il film, interamente realizzato in lingua siciliana, rappresenta un importante strumento di valorizzazione dell’identità culturale e linguistica dell’Isola, rivolgendosi in particolare alle comunità siciliane sparse nel mondo.

Tra gli ospiti più applauditi della serata il regista Giovan Battista Pollina, che ha incontrato il pubblico condividendo il percorso artistico e culturale che ha portato alla realizzazione dell’opera. Nelle immagini che accompagnano questo articolo sono ritratti alcuni dei momenti più significativi dell’evento, insieme agli interventi del regista e degli organizzatori.

Un aspetto particolarmente significativo della manifestazione è stato il suo valore sociale e solidale. L’intero incasso della serata è stato infatti devoluto a Mariella Gullotta, presidente dell’Associazione CI.TU.LE.VI., realtà impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne e nel sostegno alle vittime. Un gesto concreto che ha aggiunto ulteriore valore a un appuntamento culturale già ricco di significati, unendo cinema, sensibilizzazione sociale e impegno civile.

Un film che parla alle comunità siciliane nel mondo

IDDA – La Baronessa di Linguaglossa racconta la vicenda di Carmela, donna forte e determinata che, dopo aver sposato il barone Emilio Mendola, si trova a combattere contro soprusi familiari e ingiustizie sociali. Una storia di emancipazione femminile che conserva ancora oggi una straordinaria attualità, affrontando temi come la dignità, la libertà e la tutela delle donne.

L’opera si inserisce in un più ampio progetto di promozione della lingua e della cultura siciliana, con l’obiettivo di rafforzare il legame tra la Sicilia e le numerose comunità di emigrati che continuano a custodire le proprie radici culturali.

Il tour europeo 2026

Dopo il successo delle prime proiezioni in Sicilia, il film proseguirà il proprio percorso internazionale attraverso una serie di appuntamenti che coinvolgeranno importanti comunità siciliane in Europa.

Le tappe europee risultano collegate alla Rete dei Siciliani in Europa, coordinata da Giuseppe Arnone, con particolare attenzione alle numerose comunità siciliane presenti in Germania e Belgio, da sempre protagoniste nella promozione delle tradizioni, della lingua e della cultura dell’Isola.

Calendario delle proiezioni previste

  • Lippstadt (Germania) – Prima visione europea – Giugno 2026
  • Favara (Agrigento) – Prima visione locale – 24 agosto 2026
  • Colonia (Germania) – Seconda visione europea – Agosto 2026
  • Dortmund (Germania) – Quarta visione europea – Ottobre 2026
  • Bruxelles (Belgio) – Quinta visione europea – Novembre 2026

Questi appuntamenti rappresentano un’importante occasione per far conoscere il patrimonio culturale siciliano oltre i confini nazionali e per rafforzare il senso di appartenenza delle comunità siciliane residenti all’estero.

Cultura, memoria e futuro

La serata di Campobello di Mazara ha dimostrato come il cinema possa diventare un potente strumento di aggregazione, memoria e solidarietà. Attraverso IDDA, Giovan Battista Pollina propone non solo un racconto storico, ma anche una riflessione contemporanea sul ruolo delle donne, sull’importanza delle radici culturali e sulla necessità di mantenere vivo il legame tra la Sicilia e i suoi figli nel mondo.

Un successo di pubblico e di contenuti che lascia ben sperare per il prosieguo del tour e per la diffusione di un’opera destinata a rappresentare con orgoglio la cultura siciliana in Europa e oltre.

Il linguaggio universale della musica come ponte di pace: L’Ave Maria di Bartolomeo Cosenza unisce i popoli

Ave Maria di Bartolomeo Cosenza

La musica possiede il potere straordinario di superare le frontiere geopolitiche, i conflitti e le divisioni umane per toccare direttamente le corde dell’anima. In un momento storico segnato da profonde tensioni internazionali, l’arte sacra si riscopre come uno dei canali più potenti per veicolare un messaggio universale di speranza. Un esempio tangibile di questa forza spirituale e creativa ci viene offerto dal maestro compositore Bartolomeo Cosenza, la cui Ave Maria risuona oggi in tutto il mondo come una preghiera corale e incessante.

Un’armonia che supera i confini del conflitto

La capacità creativa del Maestro Cosenza si manifesta nel tradurre la devozione in note capaci di parlare a culture e popoli differenti. Proprio durante il recente mese mariano, la sua Ave Maria è stata eseguita cosi come riportato da Radio Taormina sia in Russia che recentemente in Ucraina. Questo evento assume un valore simbolico straordinario: mentre le armi e le complesse dinamiche geopolitiche continuano a dividere i territori, la stessa melodia sacra ha unito le comunità di entrambe le nazioni in un unico afflato spirituale.

La musica, legata al valore sacro della vita, lancia così un messaggio inesorabile. Essa dimostra che la via per superare le paure reciproche tra i popoli consiste nel volgere lo sguardo verso il Creatore, aprendo i cuori alla grandezza dell’amore divino.

La necessità di una guida spirituale

L’attuale scenario internazionale vede spesso il dibattito pubblico focalizzato su strategie diplomatiche complesse e mediazioni politiche affidate a figure tradizionali dai cuori troppo aridi. In questo contesto, emerge la riflessione sulla necessità di una mediazione guidata da una personalità di profonda statura morale e spirituale, sul modello di grandi figure storiche, quale oggi potrebbe essere Papa Leone XIV, nessuno dimenticherà i continui richiami alla diplomazia e al dialogo promossi da Papa Francesco.

Di fronte alle sofferenze delle popolazioni e alle dure realtà vissute dalle generazioni più giovani nei territori del conflitto, l’arte e la fede si pongono come baluardi di umanità. L’auspicio è che note nate dall’ispirazione spirituale possano raggiungere i cuori dei leader mondiali e di chi detiene il potere decisionale, risvegliando un profondo senso di onestà, giustizia e rispetto per la vita umana.

Un’opera di respiro internazionale

Il valore dell’opera di Bartolomeo Cosenza è testimoniato non solo dalla sua diffusione globale, ma anche dal prestigio delle occasioni in cui viene eseguita. Oltre a risuonare nelle aree di crisi, la sua composizione ha accompagnato momenti di grande rilevanza storica e spirituale, come le celebrazioni per l’ottavo centenario della Chiesa di Sant’Antonio Abate a Palermo, che per l’occasione fu cantata dal Soprano Antonella Urso

L’opera del maestro Cosenza si conferma così non solo come un prodotto di altissimo valore artistico, ma come un autentico veicolo di armonia. Una preghiera in musica che, per intercessione della Madre Celeste, continua a invocare il dono della pace e della riconciliazione tra i popoli.

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Peter Kwasniewski. La vera obbedienza nella Chiesa: Una guida al discernimento in tempi difficili, trad.it. Carlo Schena, Fede&Cultura, Verona 2023, p.55

Le prove a disposizione mostrano che, ai più alti livelli della Chiesa, siamo di fronte a una nuova “pornocrazia”, il regno di un pugno di malviventi dalla mente ottusa, meschini e vendicativi, a cui nulla importa della teologia e della storia, della tradizione o del diritto canonico, né di alcuna altra cosa se non della propria ideologia, fin troppo spesso riconoscibile dalla sua nauseante tonalità arcobaleno. Ecco perché nessun argomento avrà successo con loro: nessun appello alla gentilezza, all’equità, alla giustizia, alla misericordia; nessuna petizione, nemmeno se firmata da milioni di persone.

Fabio Bernabei, Chiesa e omosessualità (Collana Quaderni), Fede&Cultura, 2008

Il dibattito che agita il nostro tempo non è solo di natura politica o economica, ma anche culturale, morale e, in ultima analisi, religiosa e tratta del conflitto tra due visioni del mondo: quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nel cuore di ogni uomo, e quella di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, affermando che tutto è relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e dei gruppi diventa l’unica legge della società e si costituisce quella che Benedetto XVI ha recentemente definito la “dittatura del relativismo”. Siamo di fronte a quella “confusione tra il bene e il male” su cui si soffermò Giovanni Paolo II nella sua enciclica Evangelium Vitae del 30 marzo 1995, affermando che quando la coscienza, questo luminoso occhio dell’anima, chiama ‘bene il male e male il bene’, è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della sua più tenebrosa cecità morale.

Le radici di questa confusione vanno ricercate, secondo l’allora regnante Pontefice, in quel relativismo etico e filosofico per cui scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili, venendo a perdere nella coscienza collettiva il carattere di ‘delitto’, per assumere paradossalmente quello di ‘diritto’, al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato. L’unico peccato che grida vendetta al cospetto del mondo deve essere quello dell’omofobia.

Nella Sacra Scrittura, com’è noto, le relazioni omosessuali sono condannate come gravi depravazioni […]. Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati (Congregazione per la Dottrina della Fede, “Dichiarazione Persona humana”, 29/12/1975, n.8).

dalla risposta di Papa Leone IX al Liber Gomorrhianus di San Pier Damiani

Carissimo figlio, la tua lettera contro i quattro modi di contaminare la carne, che hai scritto con stile sincero, ma con ancor più sincero sentimento, dimostra chiaramente il tuo desiderio di giungere al luminoso altare della pudicizia. […]
In verità, gli uomini di Chiesa della cui condotta totalmente disgusto la tua saggezza ha trattato con accenti di compassione, ma al tempo stesso con grande raziocinio, non meritano alcunché della Sua eredità, dalla quale si sono allontanati dedicandosi a godimenti voluttuosi. […]
questo genere di uomini di Chiesa rivela, se non con le parole, con il comportamento, di non essere ciò che è creduto. […] Come tu hai chiesto, è necessario che su questo argomento Noi interveniamo con la Nostra autorità apostolica per togliere a chi legge qualsiasi, pur ragionevole dubbio


Parole che il 20 maggio 1951 la Madonna disse alla stigmatizzata Serva di Dio Teresa Musco: Vedrai molti cambiamenti nella Mia Chiesa. Cristiani che pregano ne rimarranno pochi, molte anime vanno all’inferno. Pudore, vergogna non ci sarà più per le donne: satana si veste di esse per far cadere molti sacerdoti. Crisi comuni ci saranno nel mondo. I preti, vescovi, cardinali sono tutti disorientati.

La società occidentale

Noi, come società occidentale cosiddetta avanzata, abbiamo progressivamente smarrito il senso del limite. La natura è stata ormai ridotta, nella nostra visione culturale, a semplice strumento da consumare fino all’esaurimento, non è più percepita come spazio di vita e di coabitazione, ma come insieme di risorse da sfruttare in modo totale, in ogni sua forma e qualità.
Occorre riconoscere che le ferite inflitte alla Terra non riguardano soltanto l’individuo come cittadino di uno Stato, ma l’essere umano in quanto appartenente alla specie. Le crisi del pianeta non mi interpellano perché faccio parte di una nazione, ma perché appartengo all’umanità nel suo insieme.

La specie umana può essere preservata solo a una condizione: che venga preservata la Terra, altrimenti anche la specie è destinata al declino.
Non va interpretata in modo estremistico l’idea del superamento degli Stati, perché in realtà la tecnica ha già oltrepassato questi confini. Ogni innovazione tecnologica, appena nasce, diventa immediatamente globale e non resta mai circoscritta a un solo territorio.
Il modello tecnico ha già superato la logica statuale; allora ci si può chiedere perché non estendere lo stesso principio anche a una logica di fraternità.

Orizzonte cosmopolita di fraternità

Tuttavia questo passaggio non può avvenire solo a partire dai valori, perché i valori cambiano tra culture ed etnie diverse, mentre può essere costruito su un interesse comune, dato che la salvaguardia della Terra è interesse di tutti. Non è possibile salvarla con politiche “verdi” isolate se poi grandi potenze come la Cina non adottano criteri simili.
Ci troviamo già in una condizione di rischio elevato, perché manca una vera cultura ecologica: non si comprende fino in fondo che la biosfera è minacciata non solo dalle emissioni di anidride carbonica, ma anche e soprattutto dai conflitti armati.


L’essere umano deve superare una visione culturale fondata sull’opposizione e avvicinarsi a un orizzonte cosmopolita di fraternità. Questa impostazione deve necessariamente includere anche gli enti naturali, perché da essi dipendiamo. Diventa quindi inevitabile abbandonare una prospettiva antropocentrica per adottarne una biocentrica, altrimenti ogni programma resta insufficiente e il destino della Terra appare compromesso.

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Facebook | 4^ parte

Possiamo quindi considerare il social strumento sussidiario e propedeutico all’incontro nella realtà concreta. La differenza nella vita è data dalla prossimità, dal farsi prossimo. Profonde e veraci parole le ha espresse anche Sommo Pontefice, nel messaggio per la 48^ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Riferendosi ad internet ha scritto che «non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati […] La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale».

In un altro articolo, Chiara Giaccardi commenta lo stesso messaggio del Papa dicendo: «la comunicazione è una conqui­sta umana, non un prodotto della tecnologia. La tecnologia può facilitare od ostacolare, ma non ci determina. Non usiamola quindi come alibi o come capro espiatorio di responsabilità che sono nostre». Alla luce di queste parole è presto svelato l’arcano delle domande iniziali: Facebook non è intrinsecamente malvagio, ha una qualità morale indifferente e finanche buona a seconda di come se ne servono gli utenti. A contraltare delle parole del Papa don Domenico Pompili aggiunge: «Per noi cristiani poi, chedel “farsi prossimo” dovremmo aver già fatto una ragione di vita, il messaggio è anche un altro e non meno impegnativo: non è possibile farsi prossimo senza “comunicare”! Senza tenerezza, senza silenzi e parole, senza gesti e presenza reale, non può esserci vera prossimità»; vicinanza e comunicazione si integrano vicendevolmente.

Se noi rientrassimo nei suddetti “stati a tipologia molesta”, contraddiremmo essenzialmente l’assunto espresso dal Papa. Alla vanagloria si aggiunge il bisogno di approvazione, una malintesa solidarietà, per scaricarsi la coscienza che si concentra in cose amene, sì da distrarsi da ciò che si fa sentire come più importante. Quello che si cerca in modo errato nel mondo di oggi, però, ha una nuova proposta sempiterna in Gesù attraverso un momento in cui solo il Signore ha accesso alla nostra nudità, dove le apparenze svaniscono, dove si scopre il cuore, dove contano solo la Grazia e il perdono amorevole del Signore: il sacramento della Riconciliazione. Non è il luogo del rimprovero ma della comprensione, non quello dell’apparire ma quello dell’essere, non quello del giudizio ma quello della misericordia; lì si capisce cosa significano le braccia aperte del Padre celeste. Lì si permette che le lacrime scorrano sulle guance e ripuliscano l’anima; esse saranno testimoni di ciò che Dio realizza dentro ciascuno per poter vivere una relazione intima affettiva con lui e sperimentare cosa significa sentirsi amati davvero, perdonati, accolti e non condannati. Ci sono spazi e momenti della vita in cui è così necessario essere noi stessi che non possiamo fare altro che stare davanti a Dio con tutto ciò che abbiamo voluto nascondere agli occhi del mondo. È lì che ci abbraccia con la tenerezza che gli è propria e accosta la sua guancia sulla nostra come un padre che prende in braccio il figlio, e ci dice sussurrando all’orecchio: «A me non devi nascondere nulla, ti amo semplicemente come sei».

Facebook | 3^ parte

Sull’asse delle ascisse la presentazione di sé all’audience non anonimo dei propri amici può essere:

  1. selettiva orientata all’esclusione, l’esigenza di tenere separate le diverse appartenenze sociali (hobby, sport,volontariato, lavoro…) distingue il pubblico e il privato, producendo contenuti rivolti a un target definito
  2. unitaria orientata all’inclusione, usa una retorica della trasparenza, spontaneità e autenticità come scelta riflessiva consapevole, accettando le logiche del social-network senza preoccupazioni di privacy

Le attività comunicative hanno la loro ragion d’essere nelle connessioni sociali (c.d.“friendazione” telematica) sull’asse delle ordinate:

  1. alta eterogeneità, nelle cerchie di contatti sitrovano reti sociali appartenenti a diversi ambiti di vita
  2. bassa eterogeneità, i propri contatti appartengono a omogenei contesti di relazione

I – Sono utenti che comunicano con un pubblico eterogeneo ma vogliono preservare degli ambiti di sé ricorrendo a due possibili strategie: pubblicare solo contenuti che vadano bene per tutti, oppure utilizzare le visualizzazioni personalizzate
II – Con la massima riservatezza di sé si rivolgono ad un pubblico selezionato, chiudendo all’esterno
III – Si rivolgono apertamente a network ampi e differenziati, senza mantenere una sfera privata
IV – Il network limitato e omogeneo permette di presentarsi senza filtri

La visione teorica così ordinata tuttavia non azzera la complessità del reale. Esempi eloquenti sono il caso del preside ligure che ha vietato ai docenti del suo istituto di essere amici-fb degli studenti, oppure Obama che ha disattivato il profilo-fb delle figlie per motivi di privacy. La domanda torna perentoria considerando quanto c’è di vero nelle criticità messe in luce all’inizio: sono attribuibili a Facebook in se stesso? Oppure all’uso che ne fanno gli utenti?

Casca a fagiolo per pertinenza ed efficace realismo, uno stato che mi è casualmente capitato di leggere. Entrando nel merito del discorso, abbraccia appieno tutte le categorie di stati molesti e rispettive motivazioni, riassumendo importanti aspetti etici delle tecniche comunicative suddette. Rappresenta una perfetta sintesi del discorso, col pregio di esprimersi secondo il medesimo codice comunicativo, al punto da potersi considerare uno status modello: Appena vi fidanzate lo annunciate su facebook e non pubblicate altro che foto assieme, il tutto condito con cuoricini, bacini e fiorellini. Poi vi lasciate e pubblicate solo massime su quanto è bello essere single, stati in cui sputtanate i vostri neo-ex e foto di voi in palese coma etilico intitolate “bella vita dasingle” o “gli amici sono tutto x me, la vodka pure”. Dopo 2 settimane circa trovate un nuovo “grande amore”, mollate gli amici (che erano tutto fino a ieri) e ricominciate a fracassare le palle con foto, cuoricini e fiorellini… Da parte mia comprensione zero

Una trattazione a sé stante meriterebbero altre operazioni cui si presta il sistema, come l’attività di spionaggio diogni ‘mi piace’, tag, commento, partecipazione e condivisione. Tale attività comporta significativi risvolti sul piano relazionale che dovrebbero appunto essere approfonditi separatamente.

Un altro aspetto importante non ancora considerato è la funzionalità comunicativa. L’inarrestabile progresso tecnologico ha portato al potenziamento dei servizi, evolvendo la stessa natura del socialnetwork come si configurava in origine. Facebook può essere anche tascabile se usato dal cellulare negli interstizi di quotidianità. Chi lo usa come meromezzo di comunicazione, fa della chat un’alternativa alla telefonata, magari utile per organizzare appuntamenti last-minute. È aggiornamento in tempo reale e a portatadi mano, anche senza esporsi a pubblicare. Permette di conoscere il racconto mediale che gli altri fanno della propria vita, cogliendo l’evoluzione biografica (“lifestream”) come un flusso cronologicamente ordinato di pensieri, messaggi, immagini.

Da ultimo uno studio dell’Università del Colorado riportato dal corriere.it (il 25/04/2014), sistematizza iprincipali motivi delle rimozioni dai contatti (“unfriend”): i commenti di parte su religione o politica, i contenuti non interessanti (v. sopra), comportamenti paralleli nella realtà; Facebook è infatti un ambiente di “relazionalità ancorata” (Zhao 2006) in cui le relazioni online si basano anche su quelle offline e si miscelano con nuovi rapporti. Per quest’ultimo punto andrebbe sviluppato l’aspetto di come la comunicazione telematica (diretta e indiretta) si correli all’incontro nella vita reale, ma la portata dell’argomento non lo consente in questa sede. Lo studio americano ha evidenziato anche l’impatto emotivo della rottura di un’amicizia, che potremo definire semplicemente devastante.