Facebook | 2^ parte

Un blogger americano non meglio identificato, tenta un’interessante classificazione razionale degli stati pubblicati dagli utenti-fb. Il criterio principe che articola le categorie, risiede nella percezione dello stato da parte del lettore: «uno stato-fb è “molesto”  se gratifica principalmente l’autore e non offre nulla di positivo a chi lo legge». Esaminando il concetto e il suo campo di applicazione, esplica la sua teoria.

Le qualità di uno stato non molesto sono:
– Interessante / informativo / stimolante
– Divertente / spiritoso / piacevole

Le caratteristiche di uno stato molesto sono indeterminate perché viziate da una molteplicità di significanti:
Costruzione dell’immagine di sé. L’autore vuole plasmare l’idea che le persone hanno di lui
Narcisismo. Forma di autoesaltazione mediante espressione della propria autostima
Bisogno di attenzione. Semplicemente detto
Induzione all’invidia. Evidente di per sé
Solitudine. Diffusione della propria tristezza alla ricerca di conforto o commiserazione

N.B. Tali categorie si riferiscono agli stati e non ai soggetti scriventi, tali criteri non classificano le tipologie di utenti. Mosso da suddette motivazioni chiunque può pubblicare stati molesti, quando fa un uso improprio dello strumento. Lo stesso autore tiene a sottolineare che le motivazioni sono naturali, è invece inadeguato il mezzo di espressione Facebook. Da ogni motivazione scaturisce l’espressione di differenti stati a esse riconducibili, specificati nelle seguenti tipologie di stati molesti:

  1. Vanteria. È l’ingrediente principale dei comportamenti impertinenti su Facebook, tanto da poter essere suddiviso in tre sottosezioni: tipo «ho una vita meravigliosa» sia a un macrolivello (avanzamento di carriera, laurea, evento soglia…) che a un microlivello (bel viaggio, week-end fuori, seratine…); il tipo dissimulato è più sottile di quello smaccato anzidetto, è vanagloria non palese ma camuffata, mascherata o indiretta; tipo «ho una relazione fantastica», declamazione pubblica di sentimenti reciproci
  2. Rivelazione criptica. Annuncio al mondo di un avvenimento della propria vita, precisato solo dopo innumerevoli domande. Il processo di svelamento pone l’autore in posizione di celebrità, protagonista tormentato, principessina adorata da tutti, fidanzata isterica di 800 persone…
  3. Aggiornamento letterale. Informare tutti delle azioni in corso, come confusione tra Facebook e Grande Fratello, o utilizzo del social-network come un’agenda pubblica.
  4. Messaggio privato pubblicizzato. Pubblicazione di uno stato contenente un messaggio per una persona specifica, sull’altrui bacheca o la propria con relativo tag del destinatario.
  5. Discorso da Oscar. Effusione sentimentale verso più persone, senza però motivo evidente al ricevente.
  6. Opinione lapalissiana. Ennesima riproposizione di opinioni altrui
  7. Passo di illuminazione. Perla di saggezza di cui non si intravede il significato attuale

Quando un post non rientra in nessuno dei livelli di interesse individuati dall’autore (tuo, di tua mamma, dei tuoi migliori amici, dei tuoi amici-fb), il suggerimento che diamo al lettore onde evitare le “molestie” mentali, è di non leggere gli stati in oggetto. Se non esiste un tasto ‘non mi piace’, la migliore soluzione è esercitare la facoltà di ignorare. Saranno infatti le persone più care all’utente mittente (in percentuali ridottissime dell’elenco contatti) ad interessarsi a lui, senza che faccia ulteriore mostra del peggio di sé.

Per descrivere un tipo di uso intelligente di Facebook, mi servo dei risultati ottenuti dal Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale 2009 (finanziato dal MIUR), svolto effettuando 120 interviste di profondità su un campione per quote rappresentative delle variabili di genere, età, professione, distribuite in modo uniforme tra nord, centro e sud Italia. Per fare un sunto delle biografie narrate dagli intervistati, si è costruito un quadrante attorno a due variabiliself presentation e social connections. Chi fa un “uso intelligente” del social network sta attento ai contenuti postati e condivisi, realmente connessi con la vita corrente; più o meno consapevolmente adotta delle strategie comunicative che ho riassunto nella terza parte dell’articolo.

Facebook | 1^ parte

Per impostare un discorso serio individuiamo preliminarmente i luoghi comuni sul tema, secondo un esaustivo elenco presentato in un articolo divulgativo della rivista scientifica Erikson. Il decalogo di banalità raccoglie i seguenti punti:

  1. Facebook sostituisce il mondo reale – Senza sviluppare questo pensiero, l’autore afferma che tale spazio web somiglia invece al cortile dellaricreazione, dove gli alunni sono liberi di parlare e giocare.
  2. Non si riflette sui rischi – La percezione di sé è legata alla visibilità, i dati personali sono di pubblico dominio, si apprezza e condivide in maniera acritica…
  3. Gli adolescenti sono molto creativi in Internet – Al contrario si presentano più come pubblico di consumatori che partecipanti attivi, per nonessere esclusi bisogna omologarsi alla moda dominante o i modelli più popolari
  4. Sanno fare tutto senza bisogno di impararlo – Non sono utenti consapevoli e ignorano i meccanismi della rete
  5. Chi usa i social network ha meno rapporti nel mondo reale – Anche se fosse non sarebbe per responsabilità del social. Al contrario, l’uso corretto implementa i contatti esistenti, permette di stabilirne di nuovi, recupera i vecchi persi
  6. I rapporti in rete sono meno autentici che nella vita reale – Il modello di interazione “face to face” dal vivo è più ricco rispetto alle interazioni a distanza. Ma la maggior quantità di informazioni dell’interazione fisica non toglie autenticità all’altra
  7. Facebook rende meno esigenti circa la qualità delle relazioni nella vita reale – Se nella vita reale i rapporti si regolano con la prossimità fisica, al contrario su internet si scelgono secondo interessi condivisi; perciò l’asserto pare fallace
  8. Chi naviga molto nei social network si instupidisce o si deprime – L’idea è che il social network porti alla costruzione di un mondo parallelo e isolato da quello reale. Questo è il principale pericolo dell’uso improprio del social, come si andrà schiarendo nella dissertazione.
  9. Su facebook si perde la stima di sé – Succede quando si fallisce nella costruzione del proprio capitale umano (l’insieme di contatti come risorsautile)
  10. Facebook fa ammalare – Dulcis in fundo, lo strumento digitale può migliorare le competenze sociali attraverso l’esperienza che include appunto gli sbagli da superare

Le antitesi a questi punti critici andranno schiarendosi lungo il discorso. Che l’Uomo sia un essere sociale è un dato comunemente accettato, l’importanza dei rapporti sociali nella vita ha una rilevante influenza sul nostro benessere psicologico. Le interazioni sociali virtuali mediante strumenti telematici sempre più avanzati, rientrano appieno nella comunicativa che intesse le nostre trame relazionali e hanno pertanto il loro peso. Ma quali sono le differenze tra un’interazione online e una in carne e ossa? La quantità di informazioni non verbali è l’aspetto principale, tenendo presente come siano incontrollabili al mittente (e quindi sincere). Altresì l’esperienza reale coinvolge l’intera persona, lasciando un segno più profondo di gratificazione o delusione, ecc. Nei momenti in cui cresce la quantità di relazioni telematiche nella propria vita sociale, aumenta parimenti la quota d’importanza di questa ragnatela virtuale per il benessere succitato. Di contro si potrebbe dire che l’influenzabilità dell’umore sia relativa alla categoria di persone “utenti-fb”, ma vorrebbe dire considerare persone labili tutti coloro che usano costantemente il social.

Un esempio di come il social network influenzi il nostro stato d’animo, ci arriva da uno studio condotto dal Data science team del social network, insieme alla University of California e alla CornellUniversity e pubblicato sull’autorevole rivista internazionale “Proceedings of the National Academy of Sciences”. I ricercatori hanno alterato per un’intera settimana (11-18/01/2012) l’algoritmo che determina cosa veniva mostrato nella bacheca di 689.003 persone. Il gruppo cui apparivano stati negativi, nel periodo successivo pubblicava stati a sua volta negativi. L’esperimento ha dimostrato che le emozioni sono contagiose in ogni caso. Per di più ad avvalorare l’oggettività del risultato c’è il fatto che i soggetti sotto osservazione ne fossero del tutto ignari e, perciò, liberi da ogni condizionamento.

Dolcetto o scherzetto?

La “festa” di Halloween ha origini pagane molto remote, pone le sue radici nella civiltà Celtica. Infatti gli antichi Celti che abitavano in Gran Bretagna, Irlanda e Francia del norde, festeggiavano l’inizio del Nuovo Anno il 1° novembre: giorno in cui si celebrava la fine della “stagione calda” e l’inizio della “stagione delle tenebre e del freddo”. La notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre era il momento più solenne di tutto l’anno druidico e rappresentava per i Celti la più importante celebrazione del loro calendario: la notte di Samhain. Tutte le leggende più importanti in cui si narrano cicli epici, antiche saghe, grandi battaglie e si racconta di re ed eroi, si svolgevano in quella notte. Molte di queste leggende riguardavano la fertilità della Terra e il superamento dell’oscura stagione invernale. Per questo motivo si attendeva la metà più buia dell’anno con grande timore e si celebrava con rispetto cosmico, terrore e panico l’inizio del regno semestrale del Dio delle Tenebre: Samhain (Samain, Samhuin). I Celti credevano che alla vigilia di ogni nuovo anno (31 ottobre) Samhain, Signore della Morte e Principe delle Tenebre, chiamasse a sé tutti gli spiriti dei morti e temevano che in tale giorno tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese, permettendo al mondo degli spiriti di unirsi al mondo dei viventi.
Aldilà dei miti ancestrali, il periodo di halloween è tutt’oggi un periodo particolarmente importante per i satanisti che proprio in quei giorni compiono sacrilegi e profanazioni di ogni genere, rinnovano promesse al demonio, invocano gli spiriti immondi. Di fatto si tengono celebrazioni sataniche e di stregoneria dove, per diverse settimane, gruppi organizzati dediti alle realtà occulte svolgerebbero rituali aberranti, pubblicizzati su internet. Per i guru dell’occulto è la grande occasione per adescare nuovi adepti, fomentando così vittime per obbiettivi nefasti e pericolosi. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti (Ef 6,12).

Si può dunque ridurre halloween a un carnevale fuori stagione per bambini troppo cresciuti? Basta avere una zucca vuota sulle spalle, per riuscirci bisogna eliminare l’elemento trascendente. Nella completa immanenza si considera tutto in un’ottica umana che non considera il divino. Per accettare halloween come niente più che una festa commerciale bisogna non vedere l’aspetto trascendentale, che conoscono bene gli stessi satanisti. Con magistrale esercizio di superficialità si elimina il totalmente altro (Dio) e prende spazio il sé, il soggettivismo. Il cristiano che non coglie il soprannaturale nella realtà, acceca lo sguardo di fede e rende la celebrazione del mistero un convegno di frasi fatte, slogan di contenuti monotoni, belle parole senza sostanza, tanti lite motive. Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo (Col 2,8).

Una teologia che mette in cima alla lista delle priorità i problemi dell’ecosistema, disinteressandosi al destino eterno dell’uomo, ci richiama alla mente l’idea di trascendenza di un certo Karl Rahner: La Chiesa non è davanti al mondo, pur essendo anche nel mondo, ma si fa mondo, perché condivide col mondo il comune orizzonte esistenziale.
Secondo Rahner bisogna ripensare la trascendenza di Dio. Essa non è di carattere metafisico, ma esistenziale. Dio è trascendente nel senso che non è una cosa tra le cose, ma è l’orizzonte che rende possibile la nostra visione interessata, partecipe e libera delle cose.

La comunità credente si oppone alle mode del mondo, perché “non si conforma alla mentalità di questo secolo, ma la trasforma rinnovando la sua mente” (Rm 12,2). Lo insegna proprio la Gaudium et spes, la costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, al n. 28: Il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo. Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l’amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva.

Una lettura assai miope del Concilio – o chissà animata dal fantasmagorico “spirito del concilio” – potrebbe obbiettare che i cristiani abitino la città degli uomini riconciliati con tutti: la Chiesa deve stare in pace con tutti gli uomini, senza contrapporsi a nessuno che abbia pareri diversi, senza creare contrasti con chi ha opinioni diverse, poiché la divisione fomenta discordia che nuoce alla pace e molesta la coscienza sociale. Al che viene da chiedersi: bisogna saper dialogare con tutti, per comunicare cosa? “Credo l’abbiano crocifisso ma questo non significa niente…”? Il bene comune si fonda su cosa se non sulla Verità? La fraternità è animata dalla menzogna? San Paolo ha sostenuto la buona battaglia per la propagazione e difesa della verità rivelata da Cristo, scusandosi per il disturbo?! La riflessione si confronta allora con le stesse parole del Verbo incarnato: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10,34), «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Alla luce di queste parole di Gesù, dovremmo ancora chiederci: “Se il sale perdesse sapore con che cosa lo si renderà salato?”. Se accade che la Chiesa si converta al mondo, metteremo un po’ di pepe col parlare colorito delle scienze umane, ma cristianamente parlando “a null’altro servirebbe che a essere gettata via e calpestata dagli uomini” (Mt 5,13).

Leggere senza rumore e prendersi 5 minuti fuori dal caos

C’è una cosa che facciamo tutti, ogni giorno, quasi senza accorgercene, leggiamo, scorriamo, apriamo, chiudiamo, reagiamo. Una frase, un titolo, un commento. Poi subito altro. E poi altro ancora. Ma fermiamoci un attimo, quella è davvero lettura? O è solo esposizione continua a un flusso caotico di contenuti?

Il rumore dei social

I social non sono progettati per farti leggere. Sono progettati per farti restare. E per farlo usano una miscela potentissima di notifiche, condivisioni, reel, commenti veloci, contenuti sempre nuovi. Il risultato è una bacheca che non è mai davvero tua, ma una combinazione caotica di:

  • amici
  • pagine seguite
  • contenuti suggeriti
  • algoritmi che decidono cosa devi vedere

Dentro questo flusso, ogni contenuto vale pochi secondi. Anche quelli più importanti. E così ci abituiamo a leggere tutto… senza davvero leggere niente.

La lettura ha bisogno di spazio

Per molti, leggere un libro può sembrare impegnativo. A volte persino un mattone. E va bene così. Non è necessario partire da lì. Basta molto meno, scegliere due o tre luoghi sul web dove tornare. Sempre gli stessi. Dove riconosci uno stile, una voce, un modo di vedere le cose. Luoghi dove:

  • non sei sommerso da mille stimoli
  • non vieni interrotto da popup ovunque
  • non stai inseguendo notizie, ma idee

Blog, non caos

Esistono ancora spazi così. Blog dove puoi aprire un menu, scegliere una categoria, scorrere gli articoli uno dopo l’altro. Senza fretta. Senza distrazioni. Dove qualcuno ha già fatto una cosa importante, si è fermato a pensare prima di scrivere. E questo cambia tutto. Perché leggere un articolo lì non è come leggere un post sui social. È entrare in una riflessione che qualcuno ha costruito con tempo e intenzione.

Leggere è anche partecipare

C’è poi un altro aspetto che spesso dimentichiamo: la relazione. Sui social commentiamo tanto, ma comunichiamo poco. Tutto è veloce, sintetico, spesso superficiale. In un blog, invece, può succedere qualcosa di diverso:

  • puoi prenderti qualche minuto per scrivere davvero quello che pensi
  • puoi ricevere una risposta dall’autore
  • puoi sentirti parte di una conversazione, non solo di un flusso

È una differenza sottile, ma enorme.

Una questione anche di salute mentale

Il caos non è neutro. Stanca. E se passiamo ore immersi in contenuti frammentati, veloci, spesso contraddittori, quella stanchezza diventa stress, anche nella lettura. Per questo rallentare non è solo una scelta culturale. È una scelta di benessere.

Prendersi 5 minuti in più per leggere un articolo con calma, senza distrazioni, è un modo per respirare.

Un piccolo invito

Ogni tanto, esci dal flusso. Scegli un posto. Uno di quelli dove puoi leggere senza rumore. Magari proprio qui, su PADD.IT. Facile da ricordare, come le cose semplici che funzionano davvero. Apri un articolo. Leggilo fino in fondo e se ti ha lasciato qualcosa, fermati ancora un minuto:

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  • condividilo
  • oppure portati dietro quel pensiero per il resto della giornata

Non è tempo perso. È tempo tuo. E oggi, forse, è la cosa più preziosa che abbiamo

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Il siciliano non sta scomparendo, lo stiamo lasciando andare.

lingua siciliana

C’è una scena che si ripete sempre più spesso in Sicilia: adulti che parlano in siciliano e ragazzi che rispondono in italiano. Non è solo una differenza generazionale. È il segno di qualcosa che si sta spezzando.

I giovani oggi il siciliano lo capiscono a metà, lo parlano poco e spesso con difficoltà. E intorno a questo fenomeno si è costruita una narrazione pericolosa: che sia normale, inevitabile, quasi naturale.

Ma non è così. Non è il progresso che avanza. È una perdita culturale che stiamo accettando senza reagire. Perché il siciliano non è solo un modo di parlare. È un sistema di pensiero, un patrimonio immenso fatto di storia, letteratura, ironia, visione del mondo. È identità. E quando una lingua si indebolisce, non perde solo parole: perde profondità, sfumature, memoria.

Il falso mito dei “troppi dialetti”

Una delle obiezioni più comuni è sempre la stessa: “Ma quale siciliano dovremmo insegnare? Ce ne sono tanti”. È vero, esistono varianti locali il palermitano, il catanese, il messinese, il nisseno, il trapanese, il ragusano, ma questo non è un limite. È una ricchezza.

E soprattutto: una lingua siciliana “illustre” esiste già da secoli. È quella della tradizione letteraria, del teatro, dei testi scritti, dei dizionari. Non va inventata, va semplicemente riconosciuta. Pensare che uno standard uccida i dialetti è un errore. Succede esattamente il contrario: senza uno standard che dia forza e dignità, le varianti locali diventano fragili e finiscono per scomparire sotto il peso della lingua dominante, cioè l’italiano.

Il vero problema: abbiamo smesso di trasmetterlo

Il punto di rottura non è arrivato oggi. È iniziato quando alle famiglie è stato fatto credere che parlare siciliano fosse un ostacolo. Per anni si è diffusa l’idea che il siciliano fosse “inferiore”, mentre l’italiano rappresentava il progresso. Così molti genitori hanno smesso di parlarlo ai figli. E quando una lingua non passa più naturalmente da una generazione all’altra, entra in crisi. Non perché sia debole, ma perché viene esclusa.

La scuola può fare la differenza

Se la trasmissione familiare si è interrotta, c’è solo un luogo che può colmare quel vuoto: la scuola. Portare il siciliano nelle scuole non significa sostituire l’italiano. Significa affiancarlo, arricchire il percorso educativo, dare strumenti in più. La ricerca sul bilinguismo è chiara: crescere con due lingue migliora le capacità cognitive, la flessibilità mentale e la gestione della complessità. Non è un limite. È un vantaggio. E per un bambino siciliano dovrebbe essere un diritto conoscere e padroneggiare anche la lingua della propria terra.

Non è solo una battaglia locale

Spesso si pensa che il siciliano sia una questione “interna”, che interessi solo chi vive sull’isola. In realtà non è così. La lingua siciliana è studiata anche all’estero. In Nord Africa, ad esempio, esistono esperienze accademiche legate al siciliano: in Tunisia da tempo Presso l’Università de la Manouba di Tunisi è attiva la “Cattedra Sicilia per il dialogo di culture e civiltà Vincenzo Consolo”. Fondata nel 2016 dal professor Alfonso Campisi, è considerata la prima cattedra al mondo dedicata esclusivamente all’insegnamento e alla tutela della lingua e della cultura siciliana. Questo dovrebbe far riflettere: mentre fuori dai confini si riconosce il valore del siciliano come fenomeno linguistico e culturale, in Sicilia rischiamo di trattarlo come qualcosa di marginale.

Il rischio più grande: ridurlo a folklore

Quando una lingua perde forza, non scompare subito. Prima viene svuotata. Rimane nelle battute, nelle espressioni colorite, nei contesti informali. Diventa folklore. Ma una lingua non può sopravvivere se viene usata solo per fare ridere o per “colorare” una frase. Deve poter essere scritta, studiata, insegnata, utilizzata in tutti i contesti.

Oggi sempre più spesso anche chi prova a difenderla fatica a scriverla correttamente. Non per mancanza di volontà, ma perché manca una base solida di apprendimento. E questo è forse il segnale più evidente del problema.

La domanda vera

La questione, alla fine, è semplice. Vogliamo che il siciliano resti una lingua viva o che diventi un ricordo? Perché la differenza non la farà il tempo, né il destino, né il “progresso”.

La faremo noi. Investire nella lingua siciliana, a partire dalla scuola, significa dare alle nuove generazioni qualcosa in più, non qualcosa in meno. Significa permettere loro di pensare, esprimersi e riconoscersi anche nella lingua dei loro padri.

E soprattutto significa non perdere una parte fondamentale di ciò che siamo.

Di seguito mi permetto di condividere l’articolo che nel web che mi ha ispirato, scritto da Eliana Esposito e pubblicato su GDMED.IT di seguito il link https://www.gdmed.it/2026/04/07/latto-finale-di-una-chirurgia-culturale-perche-il-siciliano-deve-tornare-sui-banchi/

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Cose belle dal WEB – Il progetto Theriaké

teriakè

Sono fortemente convinto che fare rete con tutto ciò che è buono e bello sia fondamentale, come fondamentale sia condividere tutto ciò che è buono e bello, perché ci arricchisce e ci rende liberi di poter ragionare.

D’altronde il manifesto di PADD.IT scritto da Francesco Speciale richiama ad una citazione di Fabio RosiniL’uomo dalle informazioni che ha, decide ciò che è

Uscire dall’individualismo dei social, dannati dall’inseguire la crescita dei follower, è per certi versi una via per la salvezza, diventa cosi fondamentale condividere fra il buon piccolo resto di menti liberi e pensanti del web, luoghi e siti ricchi di contenuti riflessivi che ci aiutano a non perdere, anzi a far crescere e a difendere quel sentire che ci rende umani.

E’ per questo che quando ricevo d’affettuosi amici e in questo caso mi riferisco ad un link ricevuto dall’illustre Arch. Ciro Lomonte, non mi fermo a leggere il suo ben fatto lavoro, ma vado oltre, scoprendo realtà piene, solide e fortemente valide e quindi da condividere.

Segnalo quindi “Il progetto Theriaké” un sito ben fatto, con una redazione competente e tanti collaboratori che scrivono articoli di grande spessore di carattere scientifico e culturale. Non mi resta che ringraziare l’Amico Ciro Lomonte che mi ha condiviso un suo articolo e mi ha permesso di conoscere questa realtà editoriale che seguirò con interesse.

In pieno spirito di condivisione riporto il link dell’ Archivio di questa rivista bimestrale dove poter scaricare in PDF e leggere con tutta comodità. https://theriake.it/archivio/

Quando un comunicato stampa diventa un incontro: PADD racconta il cinema di Giovanni Battista Pollina.

Giovan Battista Pollina

C’è un motivo in più, per PADD, per guardare con particolare attenzione alla notizia che oggi pubblichiamo.
Il comunicato stampa dedicato al cortometraggio “L’invisibile” di Giovanni Battista Pollina è infatti il primo comunicato ufficiale che arriva alla nostra redazione. E già questo, da solo, rappresenta un piccolo passaggio simbolico, un segnale di fiducia, una forma di riconoscimento che ci fa piacere sottolineare.

Ma, come spesso accade, le cose più interessanti iniziano proprio quando si decide di andare oltre la superficie. Per questo non vogliamo limitarci a ospitare una comunicazione: vogliamo cogliere l’occasione per raccontare la figura di un autore che, nel suo percorso, sembra custodire una visione ben precisa del cinema, della memoria e dell’identità.

Giovanni Battista Pollina, regista siciliano, classe 1970 nato a Palermo ma vive a Castellammare del Golfo, non è soltanto un autore cinematografico. È, prima di tutto, un uomo che si definisce appassionato e cultore di sicilianità. Ed è una definizione che non suona come semplice appartenenza geografica, ma come dichiarazione poetica. Nel suo lavoro, infatti, la Sicilia non sembra essere soltanto uno sfondo, bensì una materia viva: lingua, paesaggio, storia, ferita, orgoglio, teatro umano.

Pollina si muove tra regia, sceneggiatura e scenografia, abitando il cinema in maniera totale, quasi artigianale, con quella tensione autoriale che appartiene a chi sente la necessità di costruire mondi prima ancora che raccontare storie. A questa vocazione si lega anche il suo impegno culturale: è infatti fondatore e presidente dell’associazione culturale Sicilia Incantata, con sede a Valderice, attiva dal maggio 2018. Un dettaglio che aiuta a comprendere meglio il suo profilo: Pollina non lavora solo per produrre opere, ma per alimentare un immaginario, per custodire e rilanciare un patrimonio culturale che considera ancora fertile, ancora necessario.

Nel corso del suo percorso, il suo nome è stato segnalato anche per un riconoscimento ricevuto nel 2025 a Favara, a testimonianza di un’attività artistica che continua a generare attenzione. Ma è soprattutto guardando alle sue opere che si entra davvero nel cuore della sua ricerca.

Da una parte c’è “Turiddu Sunnaturi”, cortometraggio ispirato alla leggenda di Salvatore Giuliano, realizzato interamente in lingua siciliana e distribuito sui canali YouTube. Un lavoro che già lascia intuire una direzione precisa: recuperare la tradizione, confrontarsi con il mito, restituire dignità narrativa e sonora a una lingua che troppo spesso viene relegata ai margini, mentre qui torna a essere veicolo pieno di drammaturgia e identità.

Dall’altra c’è “IDDA (La Baronessa di Linguaglossa)”, il progetto che oggi appare come il suo lavoro più ambizioso. Un lungometraggio storico, girato tra Linguaglossa e Francavilla di Sicilia nel giugno 2024, tratto dal romanzo di Giovanni Sciara, con un cast che comprende Antonello Puglisi e Mariuccia Cannata. L’anteprima mondiale è prevista per il 12 giugno 2026 a Linguaglossa. Già da questi elementi si coglie una tensione importante: il desiderio di confrontarsi con il grande racconto storico, senza rinunciare alle radici territoriali e a una precisa impronta autoriale.

È dentro questo percorso che si inserisce oggi “L’invisibile”, cortometraggio scritto e diretto da Pollina e selezionato per un concorso nazionale dedicato alla promozione della cultura della legalità, promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. E qui il discorso si fa ancora più interessante, perché il cinema di Pollina sembra spostarsi, senza perdere la propria coerenza, verso un territorio apertamente civile.

Secondo il comunicato ricevuto, L’invisibile affronta “tematiche legate al potere, alle dinamiche nascoste delle istituzioni e al coraggio di chi sceglie di opporsi ai sistemi opachi”. È una descrizione che lascia intuire un’opera dal forte impatto etico e sociale, collocata in quel punto delicato in cui il cinema non si limita a rappresentare, ma prova a interrogare. Non semplice intrattenimento, dunque, ma racconto come esercizio di consapevolezza.

Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti del profilo di Pollina: il tentativo di coniugare radice identitaria e tensione civile. Da un lato la Sicilia come luogo dell’anima, della lingua, della memoria; dall’altro il bisogno di affrontare nodi contemporanei, come la legalità, il potere, la responsabilità individuale. In questo senso, il suo cinema sembra voler tenere insieme passato e presente, appartenenza e denuncia, cultura popolare e coscienza critica.

Per PADD, allora, pubblicare questo primo comunicato stampa non significa soltanto dare spazio a una notizia. Significa anche riconoscere il valore di un autore che prova a fare del cinema uno strumento di espressione culturale e di lettura del reale. E significa farlo nel nostro modo: non come vetrina passiva, ma come spazio che accoglie, osserva, approfondisce.

Per questo scegliamo di accompagnare il comunicato con una riflessione: perché ogni opera merita il suo contesto, e ogni autore merita uno sguardo che sappia andare oltre la scheda tecnica. Giovanni Battista Pollina, con la sua attenzione alla sicilianità, con il suo lavoro tra immagini, scrittura e memoria, con la sua tensione verso un cinema che abbia ancora qualcosa da dire sul mondo, è un nome che vale la pena seguire.

E se questo è il primo comunicato stampa che arriva a PADD, ci piace pensare che non sia soltanto un inizio formale. Ci piace leggerlo come un incontro. E, forse, come un piccolo segnale di direzione.


Comunicato stampa

Il cortometraggio “L’invisibile” di Giovanni Battista Pollina in concorso per la promozione della cultura della legalità

Il cortometraggio “L’invisibile”, scritto e diretto da Giovanni Battista Pollina, è stato ufficialmente selezionato per partecipare al concorso nazionale dedicato alla promozione della cultura della legalità, promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.

L’iniziativa si inserisce in un più ampio progetto istituzionale volto a sensibilizzare le nuove generazioni sui temi della giustizia, del rispetto delle regole e della responsabilità civile, attraverso linguaggi espressivi contemporanei e immediati, come quello cinematografico.

“L’invisibile” affronta con sguardo intenso e attuale tematiche legate al potere, alle dinamiche nascoste delle istituzioni e al coraggio di chi sceglie di opporsi ai sistemi opachi. Il cortometraggio si propone come uno strumento di riflessione critica, capace di stimolare consapevolezza e partecipazione attiva nello spettatore.

La partecipazione al concorso rappresenta un importante riconoscimento per il progetto e per il suo autore, confermando il valore del cinema indipendente come mezzo di denuncia sociale e promozione dei valori fondamentali della convivenza civile.

Regia e sceneggiatura: Giovanni Battista Pollina
Titolo: L’invisibile
Genere: Drammatico / Sociale
Anno: 2026


Giustizia minorile, discrezionalità e tutela dei legami familiari.

famiglianelbosco

Riflessioni a margine del caso della “famiglia del bosco”: una nuova tragedia Antigone?

Il recente caso mediatico della cosiddetta “famiglia del bosco” ha riacceso il dibattito sul funzionamento del sistema della giustizia minorile in Italia. Al di là delle semplificazioni mediatiche e delle contrapposizioni ideologiche, la vicenda offre l’occasione per riflettere su alcuni nodi strutturali che caratterizzano il modello italiano di tutela dei minori.


Il Tribunale per i minorenni, istituito con il Regio Decreto-Legge n. 1404 del 1934, nasce con una finalità fortemente protettiva: garantire l’interesse del minore anche attraverso l’intervento sostitutivo dello Stato nei casi in cui il contesto familiare venga ritenuto inadeguato. Tale impostazione, pur avendo svolto storicamente una funzione importante nella protezione dei minori da situazioni di grave pregiudizio, presenta oggi alcune criticità legate alla natura stessa delle decisioni adottate.


Una delle caratteristiche più rilevanti del sistema minorile italiano è il ruolo centrale attribuito alle valutazioni tecniche di carattere psicologico e sociale. Le decisioni giudiziarie si fondano frequentemente su relazioni redatte da psicologi, psichiatri e assistenti sociali, chiamati a interpretare le dinamiche familiari e a valutare il possibile impatto delle condizioni ambientali sullo sviluppo del minore.


Tuttavia, come è noto, le scienze psicologiche e sociali operano prevalentemente attraverso modelli interpretativi e probabilistici. Non si tratta di discipline fondate su parametri universalmente misurabili, ma di ambiti nei quali approcci teorici diversi possono condurre a valutazioni divergenti della medesima situazione. Ne deriva che il giudizio sul cosiddetto “interesse del minore” può risultare fortemente influenzato dal quadro teorico e culturale dell’esperto incaricato.


Il caso in esame appare emblematico sotto questo profilo. Accanto a perizie che hanno ritenuto necessario l’allontanamento dei minori dal nucleo familiare, altre valutazioni hanno sottolineato la necessità di preservare la continuità dei legami affettivi e di intervenire piuttosto con misure di sostegno alla genitorialità.


In questo contesto assume particolare rilievo la posizione espressa da Vittorino Andreoli, tra i più autorevoli psichiatri italiani, secondo cui la separazione precoce tra madre e figlio può produrre conseguenze psicologiche profonde e durature. Andreoli ha più volte evidenziato come lo sradicamento dal contesto familiare rappresenti una misura estremamente traumatica, capace di incidere negativamente sui processi di sviluppo emotivo e identitario del minore. In tale prospettiva, l’allontanamento dovrebbe costituire una extrema ratio, da adottare esclusivamente in presenza di situazioni di abuso o pericolo concreto e immediato.


Questa posizione richiama una questione centrale: il delicato equilibrio tra tutela del minore e preservazione dei legami familiari. Il diritto alla protezione non può essere considerato isolatamente dal diritto alla continuità affettiva, che rappresenta uno dei pilastri dello sviluppo psichico del bambino.


Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la struttura procedurale dei processi minorili. Diversamente dai procedimenti ordinari, nei quali il contraddittorio tra le parti rappresenta uno dei cardini del sistema, nei procedimenti davanti al Tribunale per i minorenni il peso delle relazioni tecniche può assumere una funzione quasi determinante nell’orientare la decisione giudiziaria. Ciò solleva interrogativi sul grado di equilibrio tra discrezionalità tecnica e garanzie processuali.


La comparazione con altri ordinamenti europei e con i sistemi di tradizione anglosassone evidenzia approcci in parte differenti. In tali modelli, l’allontanamento del minore dalla famiglia è generalmente subordinato alla dimostrazione di un pericolo concreto e attuale per la sua integrità, mentre il processo mantiene una struttura maggiormente improntata al contraddittorio tra le parti.


Un ulteriore profilo spesso trascurato riguarda il diritto del minore all’ascolto. Le convenzioni internazionali, a partire dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989, riconoscono al bambino la qualità di soggetto titolare di diritti e, tra questi, quello di esprimere la propria opinione nei procedimenti che lo riguardano. Nella pratica giudiziaria, tuttavia, l’ascolto diretto del minore non sempre assume il ruolo centrale che tali principi sembrerebbero richiedere.


Il caso della “famiglia del bosco”, dunque, non dovrebbe essere letto soltanto come una vicenda isolata o come un episodio di cronaca giudiziaria. Esso rappresenta piuttosto l’occasione per interrogarsi sul funzionamento complessivo del sistema di tutela minorile e sulla necessità di individuare strumenti sempre più equilibrati tra protezione, garanzie procedurali e rispetto delle relazioni familiari.


Quando si interviene nella vita di un bambino, infatti, non si decide soltanto su una condizione contingente, ma si incide su un percorso di sviluppo umano che accompagnerà quella persona per tutta la vita. Proprio per questo motivo, ogni scelta istituzionale in materia di giustizia minorile dovrebbe essere guidata da un principio di estrema prudenza, nel quale la tutela del minore si coniughi con il rispetto della complessità delle relazioni familiari.

8 Marzo 2026

festa della donna 8 marzo

Le parole scorrono leggere: mimose, sorrisi, auguri rapidi .
Una serata tra amiche ,una foto sui social, un brindisi distratto.
Tutto sembra muoversi dentro il registro della celebrazione come si trattasse di una ricorrenza gentile, quasi ornamentale.
Eppure l‘8 Marzo non nasce dai per festeggiare ma per ricordare.
Nasce dalla fatica delle donne, madri, mogli lavoratrici, infaticabili che hanno chiesto salario quando il lavoro era sfruttamento .
Nasce dalle lotte di chi
ha rivendicato i diritti quando non erano affatto scontati.
Ci sono ancora parole, sguardi, abitudini che portano con sé il peso di un’antica disuguaglianza.
Ci sono ancora lavori in cui la parità è più promessa che realtà.
Ci sono ancora luoghi in cui la libertà delle donne è fragile.
E allora l’8 Marzo non dovrebbe essere un momento di distrazione collettiva.
Dovrebbe essere una pausa di coscienza.
E forse il primo passo per combatterla davvero è proprio questo restituire alle parole il loro peso, alla storia la sua memoria, e al presente la responsabilità di non dimenticare.

Crans Montana

rogo

È avvenuta una tragedia che ha dell’inverosimile a capodanno ragazzi tutti giovani che i familiari avevano messo nelle mani di adulti, che si pensasse fossero consapevoli del loro compito ovvero l’assoluta sicurezza di quei giovani e il totale divertimento di questi.

Ma purtroppo qualcosa va storto e all’improvviso succede l’inferno e il locale prende letteralmente fuoco, ci sono delle vie d’uscita, ristrette da tre metri a un metro e cinquanta e altre bloccate da sgabelli.

Purtroppo, oltre alla negligenza umana e successo l’imponderabile, l’apertura delle porte esterne e la conseguente immissione di aria dall’esterno ha fatto accrescere le fiamme e di conseguenza le vittime.

Succede come al solito lo scambio delle responsabilità, tranne le autorità, che tutti scaricano sugli altri, in primis i proprietari del locale.

Tutti fanno ricadere sugli altri i loro fallimenti nella gestione della serata.
Sono morti giovani che andavano a divertirsi con poco, e senza poter immaginare che sarebbe successo l’inferno.

Stamattina verso le sei è andato a fuoco anche il memoriale alle vittime, non era sorvegliato da nessuno.

Cosa assurda per un memoriale di un evento così drammatico per come sono avvenuti i fatti, anch’esso ha subito la stessa sorte.