in illo unum

III dom. Tempo Ordinario (A)

Di domenica in domenica apprezziamo la continuità del lezionario: domenica scorsa il Vangelo richiamava ancora il Battesimo di Gesù al Giordano, teofania che prelude l’inizio della sua vita pubblica che vedrà a Cana di Galilea il primo dei segni. Un miracolo che lì Gesù compie – nonostante non fosse ancora giunta la sua ora – su richiesta di sua madre, perché non può dire di no a sua madre. Oggi leggiamo il ministero pubblico di Gesù nella Galilea delle genti, dal vangelo di Matteo che cita Isaia: la stessa prima lettura della notte di Natale.

Un brano in versi ma non troppo poetico. In un periodo di oppressione, al popolo che camminava nelle tenebre Isaia annuncia una liberazione dagli assiri che nessuno di loro visse abbastanza da vedere realizzata, perché la nuova luce rifulse, con un discendente della casa di Davide, solo 750 anni più tardi; a Natale veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo. Quegli israeliti vissero una vita afflitti, tra le consolazioni di Dio e le persecuzioni degli uomini. Nelle tribolazioni possiamo scegliere se dubitare e disperarci oppure tenere salda la fede perché chi persevererà sino alla fine sarà salvato e Dio vede molto più lontano di noi che non conosciamo il futuro. Il conflitto luce-tenebre (lotta bene-male) terminerà solo nel giorno senza tramonto quando non vi sarà bisogno di luce di lampada perché il Signore Dio illuminerà (Apocalisse). Intanto noi non possiamo fare altro che vivere il presente, nella gioia e nel dolore, in salute e malattia… E se vogliamo farlo come dei figli di Dio ci facciamo guidare dalla luce del Verbo, la sapienza del Vangelo annunciato da Cristo.

Continuando la lettura di 1Cor sentiamo come San Paolo raccomandi la perfetta unione di pensiero e d’intenti laddove la comunità si era frazionata in diversi partiti, che non erano affatto espressione di carismi e ministeri, erano gruppi separati che andavano ciascuno per conto proprio. La perfetta antitesi alla comunione ecclesiale che garantisce l’unità pur nella diversità. Uniti sotto una medesima fede, seppure manifestata e praticata in vario modo.

San Giovanni Bosco diceva che noi cattolici abbiamo tre tesori: l’eucaristia, Maria SS. e il Papa. Comprendiamo l’importanza del Romano Pontefice se pensiamo alle chiese ortodosse autocefale neanche in comunione tra di loro, oppure all’universo delle chiese c.d. evangeliche sorte nel corso del tempo. La Chiesa Cattolica universale è unita nel riferimento ad un unico capo, pur nelle molteplici differenze esteriori, espressione della multiforme grazia di Dio. Nella stessa chiesa latina coesistono il rito romano, quello ambrosiano, mozarabico, gallicano, ai quali si aggiungono i cattolici di liturgia orientale con vari riti greco, slavo, copto, maronita, ecc. Tutti celebrati in lingue diverse, mentre in Occidente si è sempre stati uniti nella sola lingua latina.

Al termine della sua vita, poco prima di iniziare la Passione nel Getsemani, Gesù disse a Pietro: Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano (vi metterà alla prova); ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede. E tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli. Gesù Sapeva che poco dopo Pietro sarebbe stato capace di rinnegarlo per tre volte (non conosco quell’uomo, non so chi sia) e poi più tardi si sarebbe fatto rimproverare da San Paolo (incidente di Antiochia) che scrisse ai galati: mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente – San Pietro – aveva torto. Ma San Pietro poté morire come un santo martire a coronamento di un percorso di conversione lungo una vita: anche San Pietro era un uomo peccatore che fece degli errori. Proprio a lui il Signore volle consegnare le chiavi del Regno dei Cieli, indicandogli di confermarci nella fede e – come dice Gesù nella preghiera sacerdotale – salvaguardare l’unità della Chiesa; due essenziali compiti di chi svolge il ministero petrino: il Papa della Chiesa non viene eletto da una maggioranza per rappresentare una fazione.

Questa settimana ricorreva la memoria di San Marcello I Papa, un santo che gli storici hanno faticato parecchio a conoscere per carenza di fonti sui suoi primi anni: pareva non fosse stato neanche vero Pontefice, bensì un semplice prete romano, che per qualche tempo fece da reggente della Chiesa, dopo la morte di papa Marcellino nel 304. Scoprendo la storia della Chiesa troviamo un altro Papa eletto al soglio petrino (1294) da sacerdote (non vescovo): San Celestino V la cui tomba Papa Francesco ha visitato, mentre Benedetto XVI ha visitato il monastero in cui è vissuto. Lui rinunciò al papato dopo cinque mesi e nove giorni perché bisogna imparare a farsi da parte al momento giusto, come disse all’angelus Papa Francesco al quale noi facciamo sempre i migliori auguri per il suo cammino di santità.

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