XXVI dom. Tempo Ordinario (A)
Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
La scena del Vangelo vede Gesù nel tempio di Gerusalemme attorniato dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo, i quali detestano questo rabbì e profeta proveniente dalla Galilea, e perciò lo mettono alla prova, chiedendogli con quale autorità egli insegni e operi guarigioni. Gesù, in risposta, domanda loro se il battesimo di Giovanni veniva dal cielo oppure dagli uomini; e di fronte al loro imbarazzato silenzio conclude: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose» (cf Mt 21,27). A questo punto egli narra una parabola nella quale i protagonisti sono due figli. A costoro il padre chiede di andare a lavorare nella vigna: il primo, dopo aver risposto negativamente – «non ne ho voglia» -, si pentì e andò a lavoro; l’altro, invece, acconsentì a parole – «Sì, signore» -, ma non fece ciò che il padre aveva chiesto. A questo punto Gesù chiede: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». È il secondo ad aver compiuto la volontà del padre, ammettono gli interlocutori di Gesù. Ed egli commenta: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Loro hanno creduto al Battista. Voi, al contrario, avete visto le opere che io compio, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». Con queste parole Gesù rivela che la salvezza può essere accolta solo da chi è disponibile a far ritorno a Dio, pentendosi del male fatto e abbandonando le proprie vie di peccato.
Chi pecca di nascosto continua a essere stimato per ciò che della sua persona appare all’esterno, si sentono migliori dei peccatori manifesti, semplicemente perché non vogliono o non sanno riconoscersi peccatori come loro. Chi invece è un peccatore pubblico si trova costantemente esposto al biasimo altrui, e in tal modo è indotto a un desiderio di cambiamento. Ebbene sì, il vero miracolo, dunque, consiste nel riconoscersi peccatori!
San Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa d’Oriente (IV secolo), così scriveva: «Che cos’è il peccato davanti alla misericordia di Dio? È una tela di ragno che un soffio di vento basta a far volare via». È questo il grande messaggio che sprizza da ogni pagina della Sacra Scrittura. Non dimentichiamo ciò che proclama il profeta Isaia: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana» (cf Is 1,18). A tal proposito san Giovanni Paolo II diceva: «L’amore di Dio è capace di chinarsi su ogni figlio prodigo, su ogni miseria morale, sul peccato. Quando ciò avviene, colui che è oggetto della misericordia non si sente umiliato, ma come ritrovato e rivalutato»
La prima lettura di oggi risale allo stesso periodo di domenica scorsa. Isaia invitava gli israeliti ad avere sentimenti secondo il cuore di Dio (non di vendetta), come peraltro dice a noi oggi San Paolo: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Oggi sentiamo che i lamenti degli israeliti sono arrivati a: non è retto il modo di agire del Signore. Ezechiele in esilio parla alle generazioni seguenti la deportazione a Babilonia, invitandole a promuovere loro stesse un cambio di rotta nella storia, non piangersi addosso per il passato che ancora subiscono (colpe dei padri), bensì adoperarsi per l’avvenire.
Se io facessi una personale lectio divina su questo brano, cosa mi direbbe? Un ingegnere da tempo in pensione, che fece la sua tesi di laurea sul quartiere dell’Olivella, dopo essere cresciuto all’Oratorio fin da bambino come chierichetto e poi ancora da giovane, mi aveva raccontato che con la riforma liturgica in chiesa «ci fu la rivolta». Ho risposto: Noi oggi paghiamo i danni di quegli anni, in cui ci fu “euforia di cambiamento” – come disse un sessantenne due giorni dopo. Io posso pure credere che si arrivò all’epoca con una prassi liturgica decadente, già revisionata da San Pio X e Pio XII. Ma se davvero quella liturgia non comunicava più niente al mondo che cambiava rapidamente, da cosa dipendeva? Secondo l’interpretazione di un biblista affatto tradizionalista, il Vangelo di oggi ci dà una risposta. Pubblicani e prostitute riescono a riconoscere il proprio peccato e se ne pentono; i farisei invece nonostante la loro pratica religiosa non danno frutti di conversione. Era una religiosità formale, esteriore, non vivificata dallo Spirito Santo, elemento essenziale per pregare anziché scadere nel ritualismo. È soltanto un aspetto della questione.
La Parola di Dio oggi a me dice che è possibile e necessaria una “riforma della riforma”: correggere le deviazioni cui siamo giunti oggi e riscoprire il valore della tradizione precedente. Questo era il sogno di Papa Benedetto. Senza negare i pregi dell’innovazione (se la novità viene dallo Spirito), tenere comunque a fondamento il rito antico. La riforma che ignora o nega la tradizione precedente lui la chiamava rivoluzione, credendo invece possibile l’arricchimento reciproco. La storia della Chiesa ci mostra sempre quanto lunghi siano i tempi per l’avverarsi di certi auspici/prospettive, oltre che sofferti per contrasti dati dai giudizi erronei che non vogliono dare ragione a Papa Benedetto.


