Dal libro-intervista di Peter Carter a Robert Sarah, Il Cantico dell’Agnello, ed. Cantagalli, Siena 2026, capp. 1-4

La liturgia terrestre che celebriamo è la nostra partecipazione a quell’actio Dei in Cielo. Noi non facciamo altro che partecipare all’assemblea celeste dove è presente Cristo quale Agnello eterno. “Partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste” (SC n.8).
Poiché la liturgia eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito, il suo fondamento non è a disposizione del nostro arbitrio e non può subire il ricatto delle mode del momento (Benedetto XVI, Esort.Ap. Sacramentum Caritatis 22/02/07, n.37)

De gustibus non est disputandebus?
La musica si dà in innumerevoli forme, secondo un ampio ventaglio quanto alla sua origine e alla sua qualità. C’è la musica per l’intrattenimento, il tempo libero, e la danza, la quale spazia dai generi popolari a quelli classici, per arrivare a quella che si potrebbe definire musica diabolica. La musica sacra comprende varie espressioni musicali, nate dalla stessa fonte spirituale ma manifestatesi in contesti e periodi storici differenti […] Esistono poi altre forme musicali che soddisfano in parte i criteri per la musica sacra, anche se non sempre sono adatte, quanto alla forma o allo stile, al culto liturgico.
Parentesi storica
Gli sconvolgimenti politici e sociali fortemente anticlericali scaturiti dalla Rivoluzione francese in poi, puntavano alla secolarizzazione della società, sfavorendo l’arte cristiana. Al momento dell’ascesa al papato di San Pio X, la condizione della musica sacra era stata pesantemente influenzata da quella secolare e profana tipica dell’opera e del teatro. Tra le sollecitudini ha condannato l’impiego in chiesa della musica operistica e teatrale, affermando che tale musica non fosse sacra in sé stessa e che quindi non fosse adatta all’uso liturgico.
Da cardinale, Giuseppe Sarto aveva già intrapreso alcuni sforzi per riformare la musica sacra durante il suo mandato come Patriarca di Venezia, in collaborazione con padre Angelo De Santi e il compositore italiano Lorenzo Perosi. Quando fu eletto papa con il nome di Pio X, il documento che aveva preparato per l’Arcidiocesi di Venezia fu esteso a tutta la Chiesa, e contribuì a ispirare un diffuso rinnovamento della musica sacra. Così, la musica operistica, la musica per bande, i tamburi, i registri d’organo “a usignolo”, e altri effetti teatrali furono esplicitamente proibiti nel contesto liturgico.

I criteri per determinare l’idoneità della musica all’uso liturgico sono stati stabiliti da papa San Pio X nel suo motu proprio sulla musica sacra Tra le sollecitudini, considerato la magna charta della musica sacra fin dalla sua promulgazione nel 1903. Il passaggio chiave del testo (n.2) delinea tre criteri essenziali per la musica sacra: santità, bontà delle forme, universalità. Per prima cosa dobbiamo riconoscere che sussiste una genuina distinzione tra sacro e profano. In secondo luogo dobbiamo essere consapevoli di quali sono le nostre preferenze e i nostri desideri, ed essere disposti a metterli da parte se non sono degni del tempio.
Il concetto di “bontà delle forme” sottolinea la necessità che la liturgia sia improntata alla bellezza, e che la musica liturgica attragga le persone verso Dio, piuttosto che verso i musicisti o la loro esecuzione virtuosistica. […] Secondo San Tommaso d’Aquino la bellezza consta di tre elementi essenziali: la proporzione (il rapporto armonioso tra le parti), l’integrità (la coerenza dell’intero), e lo splendore o luminosità (il potere radioso e attraente della verità). […] Discernere la bellezza oggettiva nella musica sacra è possibile attraverso l’analisi della sua struttura musicale e armonica. […] La funzione primaria della musica sacra consiste nel dare gloria a Dio ed elevare a lui la persona umana. Il discernimento della bellezza esige la contemplazione degli attribuiti di Dio. […] La Chiesa ci offre dei principi che richiedono un approccio contemplativo, una considerazione orante degli attributi di Dio e di come essi si riflettano nella musica.
Nel suo riflettere la bellezza e la verità che scaturiscono da Dio, l’arte possiede un fascino universale e senza tempo. […] La liturgia è qualcosa che ci viene tramandato e donato, non qualcosa da creare ex-novo a ogni generazione o per ogni cultura. Siamo invitati a partecipare alla bellezza e alla sapienza che è stata plasmata e affinata nel corso dei secoli. Anche se il repertorio e l’esecuzione della musica sacra si sono evoluti nel tempo, e continueranno a farlo, i suoi principi fondamentali e i suoi insegnamenti sono rimasti saldi nel corso dei secoli. Tali insegnamenti possono essere chiariti e approfonditi, ma la loro essenza rimane immutabile.
Negli ultimi sessant’anni circa abbiamo assistito a numerosi esempi di stili musicali nati al di fuori della Chiesa che sono stati incorporati nella liturgia. In primo luogo è importante riconoscere che non tutto ciò che ci fa sentire bene è adatto al culto: può farci sentire bene perché ci è familiare, ma non ci dispone alla preghiera. […] Tale musica è dominata da un ritmo forte e regolare, mentre il canto gregoriano e la polifonia del Rinascimento possiedono solitamente un ritmo che è subordinato a quello del testo che la musica cerca di interpretare. […] Papa Benedetto osserva che la musica pop si allinea con la cultura delle masse, è parte di una cultura che valorizza ciò che è misurabile e commercializzabile, e si rivolge a un minimo comune denominatore per evitare di turbare qualcuno o di essere troppo impegnativa. Il Vangelo cerca di liberarci dalla tirannia del denaro, dell’attivismo e della mediocrità, per condurci verso la disciplina della verità, ciò che la musica pop non ha interesse a fare.
Ci sono anche stili di musica religiosa che non sono liturgici nella loro essenza o nella loro intenzione, ma possono essere comunque ritenuti adatti all’uso devozionale o per la preghiera privata. Allo stesso modo, sinfonie o opere strumentali solistiche, originariamente destinate alla sala da concerto, potrebbero contenere elementi religiosi, ma sono incompatibili con la liturgia a motivo della loro forma musicale o per l’inclusione di elementi profani. In epoca contemporanea discernere la musica adatta alla liturgia può essere difficile, ciò purtroppo porta talvolta a una situazione di anarchia in cui tutto è permesso nella selezione musicale liturgica. Da un lato c’è la necessità di accogliere e rispettare le legittime espressioni e i desideri delle persone; dall’altro c’è l’essenziale responsabilità di non opporsi alla liturgia e alla sua essenza.
Nel corso della storia, il ruolo dei grandi compositori è stato quello di esaltare i testi liturgici, trasformandoli in meravigliose opere d’arte. Essi hanno edificato sulla tradizione, talvolta ampliandone i confini e i limiti musicali, ma rimanendo sempre radicati nel ricco patrimonio musicale della Chiesa. […] Oggi siamo alla prese con l’importante sfida di integrare la ricchezza della nostra tradizione musicale sacra con le forme e le espressioni musicali contemporanee. Tuttavia, indipendentemente dalla forma della liturgia celebrata, l’essenza della musica sacra deve rimanere la medesima: un’offerta di quanto l’uomo ha di meglio, radicata nella tradizione viva, e orientata alla glorificazione di Dio e alla santificazione dei fedeli. Avendo in mente tali principi, possiamo essere certi che la musica sacra composta ed eseguita nella liturgia rimanga fedele alla tradizione della Chiesa, pur essendo aperta all’ispirazione dello Spirito Santo nel nostro tempo.
La familiarità gioca spesso un ruolo significativo nel plasmare le nostre preferenze personali. Ogni volta che sperimentiamo qualcosa di estraneo, abbiamo bisogno di tempo per abituarci a esso e comprenderlo prima di poter imparare ad apprezzarlo profondamente. Spesso è più facile prendere le distanze da ciò che non capiamo, e concludere frettolosamente che qualcosa non ci piace, piuttosto che dedicare il tempo e l’energia necessari per dedicarvici pienamente. Dobbiamo assumere un atteggiamento di umiltà nei confronti di ciò che non comprendiamo, ed essere pazienti con noi stessi e con il processo di familiarizzazione e apprendimento.
Uno dei problemi di oggi è che molti cristiani non si sono mai imbattuti nel canto gregoriano; di conseguenza, non possono nemmeno apprezzarlo. Questo scollamento tra la nostra ricca tradizione musicale e liturgica e l’esperienza comune della liturgia è una grande perdita, che determina una separazione dalla tradizione musicale condivisa, nel corso dei secoli, dai molti santi che ci hanno preceduto. Tutto ciò mostra l’importanza dell’educazione per poter apprezzare la musica sacra e comprenderne lo scopo come via per raggiungere Dio. Se ci siamo abituati alla presenza di stili di musica profana nella liturgia, il canto gregoriano e altre forme di vera musica sacra possono suonare freddi o distanti. […] Quando si cerca Dio si entra nel linguaggio del sacro, l’iniziale estraneità e persino l’antipatia possono sciogliersi e trasformarsi in amore. […] Non dobbiamo aggrapparci alle nostre preferenze e alle nostre esperienze personali con troppa ostinazione, siano esse conseguenze di ignoranza oppure siano frutto di raffinata istruzione, se ciò consente loro di frapporsi tra noi e la nostra partecipazione ai divini misteri.
E se ognuno fa qualcosa… (3P)
Scriveva nel 1978 il cardinale Ratzinger: “Una delle parole-guida della riforma liturgica conciliare è stata a ragione la actuosa participatio, la partecipazione attiva alla liturgia di tutto il popolo di Dio”. Tuttavia, è sorta poi una discussione circa l’interpretazione e l’applicazione dell’aggettivo “attiva”, invece di “effettiva”. La resa di actuosa con “attiva” invece che “effettiva”, ha portato molti a presumere che i fedeli debbano costantemente fare qualcosa. Questo malinteso riduce la partecipazione a mera attività fisica e impegno visibile, un’attività comunitaria priva della sacralità e della solennità proprie dello spirito della liturgia, che compromette il significato profondo della partecipazione effettiva ai Sacri Misteri. La partecipazione “attiva” dev’essere intesa come comprensiva sia della dimensione esteriore sia di quella interiore, e l’ascolto attento e orante può essere una forma di partecipazione tanto quanto il canto. Sempre il card. Ratzinger chiedeva: “Come mai solo il parlare e non anche l’ascoltare, il percepire con i sensi e con lo spirito, dovrebbe costituire una compartecipazione spirituale attiva?” (Lodate Dio con arte. Sul canto e la musica, Venezia 2010, p.45).

[…] Storicamente il coro – noto anche come Schola Cantorum -ha sempre cantato gran parte della musica della Messa, spesso troppo complessa per essere cantata dall’intera assemblea. L’enfasi post-conciliare sul canto assembleare non intendeva sostituire la funzione originaria della Schola Cantorum. La partecipazione attiva dei fedeli può essere espressa sia con il silenzio che con l’ascolto. Il numero 114 di Sacrosanctum Concilium deve essere inteso come un richiamo a un equilibrio tra la preservazione del patrimonio musicale della Chiesa attraverso la Schola Cantorum e il canto dell’intera assemblea nella liturgia. La Schola Cantorum può cantare da sola la musica corale più complessa e guidare l’assemblea nei canti più semplici, nelle risposte, e nelle acclamazioni. Quando il coro canta da solo, l’assemblea partecipa giustamente attraverso l’ascolto attivo e la preghiera silenziosa.
Istruzione Musicam Sacram 05/03/1967 (n.15)
Questa partecipazione: a) deve essere prima di tutto interna: e per essa i fedeli conformano la loro mente alle parole che pronunziano o ascoltano, e cooperano con la grazia divina [SC 11]; b) deve però essere anche esterna: e con questa manifestano la partecipazione interna attraverso i gesti e l’atteggiamento del corpo, le acclamazioni, le risposte e il canto [SC 31]. Si educhino inoltre i fedeli a saper innalzare la loro mente a Dio attraverso la partecipazione interiore, mentre ascoltano ciò che i ministri o la «schola» cantano.
La Chiesa consente che alcune antifone della Messa siano sostitute da altre forme legittime di musica sacra durante l’ingresso, l’offertorio, e la Comunione. Tuttavia la Chiesa presenta il canto dei testi liturgici di questi Propri come l’opzione principale nella scelta della musica adatta alle celebrazioni liturgiche. Se scegliamo di cantare un brano qualsiasi purché l’assemblea canti, allora perdiamo l’essenza di ciò che stiamo celebrando nella liturgia, che viene esplicitata in modo speciale precisamente attraverso il testo del Proprio della Messa. E benché la partecipazione dell’assemblea non debba essere simile a quella di “muti spettatori”, essa non consiste nemmeno primariamente nel canto assembleare, come se fosse richiesto di trasformarsi in “spettatori musicali”, quasi si trattasse del pubblico di una partita sportiva. Piuttosto la loro partecipazione consiste nel penetrare nel vero spirito della liturgia, e si esprime nei suoi diversi momenti attraverso il canto, l’ascolto attento, e il sacro silenzio.
Joseph Ratzinger, “Cantate al Signore un canto nuovo”, Jaca Book, Milano 1996, p.169
Se in essa c’è il coro, che la può attirare più fortemente che il suo proprio balbettare nella liturgia di lode cosmica e negli aperti orizzonti di cielo e terra, allora proprio in questo istante la funzione rappresentativa del coro è particolarmente opportuna. Per esso può venir donata una maggiore trasparenza verso il canto di lode degli angeli e perciò una più profonda capacità interiore di unirsi al canto, di quanto non possa fare in tanti luoghi il proprio acclamare e cantare
Ibidem, p. 148
Il divenir musica della Parola è da un lato incarnazione, un trarre a sé forze prerazionali e metarazionali, che vengono anche rese sensibili, il trarre a sé il suono nascosto del creato, lo scoprire il canto che riposa sul fondo delle cose. Ma così questo stesso divenire musica è anche già la svolta del movimento: non è soltanto incarnazione della Parola, ma nello stesso tempo spiritualizzazione della carne.
Benedetto XVI, Udienza generale del 26 settembre 2012
Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità, verso l’amore, verso Dio. (…) Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo “fare qualcosa”, farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre.
Collegamenti ad altri articoli
- relativi ai lefebvriani:
- relativi al Concilio Vaticano II:
- relativi alla riforma liturgica:


