Come glossa del titolo si precisa che il presente articolo tratta di musica che si fa in chiesa. L’attributo indicativo dell’epoca contemporanea fa riferimento alla normale accezione epistemologica. Le virgolette sono d’obbligo poiché, per ciò che siamo abituati a sentire oggigiorno, tra canti tradizionali e GEN verde-rosso-blu, la musica classica pare di epoca storica a noi lontana.
STORIA
Per servire la liturgia il musicista/compositore deve ben conoscere ciò che sta accompagnando. Il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar diceva: La grande musica è sempre drammatica, crea continuamente delle tensioni e le risolve ad un livello più alto. Proprio perché esiste questa drammaticità del fatto musicale, questa sua sorta di “irrequietezza”, ecco che la indispensabile relazione con la liturgia non deve essere soltanto quella del contenitore (la liturgia) con il contenuto (la musica), ma deve esserci una correlazione, consustanzialità di fatto.
𝐄𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐚𝐬𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐞-𝐜𝐨𝐧𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞. La riforma ceciliana promossa sotto il pontificato di San Pio X cercò di restaurare la sana musica liturgica dopo che l’indebita commistione di musica sacra (non liturgica) si era diffusa in tutta la Chiesa, con l’esecuzione durante le celebrazioni di brani lirici (sostituendo Il testo). Coi “teatrali allettamenti” si era arrivati al punto che la musica era spesso intesa, nella prassi diffusa, come un elemento decorativo sovrapposto all’azione liturgica. A scapito dell’esecuzione in gregoriano di parti dell’Ordinario e del Proprio della Messa, si era progressivamente consolidata una prassi in cui il coro eseguiva brani di ampia estensione — talvolta estranei allo stile liturgico e di derivazione operistica o sinfonica — durante momenti fondamentali, rischiando di assumere una funzione di intrattenimento che distoglieva dal Mistero. In tale contesto, si creava una separazione tra il testo rituale e la sua veste musicale, dove l’assemblea era spesso spettatrice di un’esecuzione che procedeva parallelamente, anziché in simbiosi, con l’azione del sacerdote. Per esempio si vedano le composizioni prodotte da Mascagni e Rossini.
Le produzioni vocali modellate sulle teatrali, non invitavano certo al raccoglimento e alla preghiera; e l’orchestra e l’organo (la prima sostituendosi spesse volte al secondo) mettevano in evidenza la cattiva educazione musicale dei maestri di cappella e degli organisti”. “Una grande nebbia, dorata magari dalla genialità lirica di compositori profani grandi e piccini, incombeva su tutto quello che riguardava la vita musicale nelle chiese cattoliche d’Italia. Ormai la confusione più assurda fra chiesa e teatro, fra tempio e piazza, era arrivata ad un grado di sviluppo sì organico da far temere che più nessuna forza sarebbe bastata a svellere d’intorno alla liturgia cattolica la selva oscura delle male piante. Sono parole di L. Bottazzo e G. Tebaldini citati in un articolo su “La scuola cattolica” del 1934 e ripresi da Salvatore Marsili nel suo libro “Il Movimento liturgico italiano”, quando scrive: La decadenza dello spirito liturgico durante il secolo XIX, in Italia si sente e si avverte soprattutto come profonda decadenza della musica sacra.
Bolla pontificia Inter sollicitudines
Questo documento non è una semplice raccolta di suggerimenti, ma è stato definito dal Magistero successivo come il vero e proprio “codice giuridico della musica sacra”. Esso rappresenta la prima, organica risposta della Chiesa alla necessità di proteggere la santità del tempio dalle distrazioni del mondo.
Agli inizi del Novecento, la musica nelle chiese stava attraversando una profonda crisi di identità. Sotto l’influsso del melodramma e dell’opera, le celebrazioni erano spesso segnate da uno stile teatrale, profano e virtuosistico, che trasformava la Messa in un concerto e i fedeli in spettatori. San Pio X, mosso dal suo motto programmatico «Instaurare omnia in Christo» (Ricondurre tutto a Cristo), sentì l’urgenza di intervenire per «mantenere e promuovere il decoro della Casa di Dio». La grande intuizione di San Pio X fu quella di ristabilire un principio allora dimenticato: la musica sacra non è un abbellimento esterno, ma è «parte integrante della solenne liturgia». Essa non serve a intrattenere, ma a rivestire di «acconcia melodia» il testo sacro affinché la preghiera sia più efficace e i fedeli ricevano con più abbondanza i frutti della Grazia.
Qual è il genere musicale liturgico per eccellenza?
𝐒𝐚𝐜𝐫𝐨𝐬𝐚𝐧𝐜𝐭𝐮𝐦 𝐂𝐨𝐧𝐜𝐢𝐥𝐢𝐮𝐦, 𝐧. 𝟏𝟏𝟔 «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30*»
𝐒𝐚𝐜𝐫𝐨𝐬𝐚𝐧𝐜𝐭𝐮𝐦 𝐂𝐨𝐧𝐜𝐢𝐥𝐢𝐮𝐦, 𝐧. 𝟏𝟏𝟕 «Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole»
𝐀𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐢 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞. Definire il gregoriano canto «proprio» significa che esso non è un “ornamento” aggiunto, ma è parte necessaria e integrante dell’azione sacra. Privare la liturgia romana del suo canto proprio non è un adattamento, ma una mutilazione dell’identità del rito.Spesso si oppone la difficoltà tecnica del gregoriano al dovere di utilizzarlo. La norma risponde su due fronti: il n. 116 impone il posto principale al gregoriano, mentre il n. 117 obbliga alla preparazione di edizioni adatte anche alle “chiese minori”. Questo significa che il Concilio ha previsto strumenti per permettere a ogni comunità, anche la più piccola, di attingere al repertorio gregoriano senza dover ricorrere a surrogati profani. Il Graduale Simplex ne è l’applicazione pratica più alta.
Il gregoriano deve guidare i momenti cardine del rito. La polifonia è ammessa unicamente se risponde allo «spirito dell’azione liturgica», esigendo che la musica favorisca la preghiera e non la performance. Ogni nuova composizione — sia essa polifonica o di altro genere — deve essere pervasa dallo stesso spirito del gregoriano: se ne è difforme, si preclude da sé l’ingresso nel tempio.
LA NORMA ODIERNA
𝐒𝐚𝐜𝐫𝐨𝐬𝐚𝐧𝐜𝐭𝐮𝐦 𝐂𝐨𝐧𝐜𝐢𝐥𝐢𝐮𝐦, 𝐧. 𝟏𝟏𝟐: «La tradizione musicale della Chiesa universale costituisce un patrimonio di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, principalmente per il fatto che, unita alla parola sacra, è necessaria o parte integrante della liturgia solenne». I documenti chiariscono che la musica sacra sarà «tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica», sia rendendo più gradita la preghiera, sia favorendo l’unanimità, sia rendendo più solenni i riti sacri. La Chiesa ammette al culto tutte le forme di vera arte dotate delle qualità necessarie.
𝐀𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨. Al numero seguente (n. 113) la Sacrosanctum Concilium, nel definire la “forma più nobile” della celebrazione, rinvia esplicitamente ad altri articoli fondamentali del medesimo documento. È doveroso specificare che tali rinvii non annullano la norma generale sulla lingua latina, ma ne disciplinano l’applicazione in funzione dell’edificazione dei fedeli:
- 𝐀𝐫𝐭. 𝟑𝟔: Ribadisce fermamente il mantenimento della lingua latina nei riti latini, stabilendo al contempo che, laddove la lingua volgare possa risultare più utile al popolo, è possibile concedere il suo uso secondo criteri stabiliti.
- 𝐀𝐫𝐭. 𝟓𝟒: Disciplina le modalità di introduzione della lingua volgare nella Messa, nel rispetto del principio che deve essere previsto che i fedeli possano recitare o cantare insieme anche in latino le parti dell’ordinario della Messa che spettano loro.
- 𝐀𝐫𝐭. 𝟔𝟑: Estende i medesimi criteri di prudente adattamento alla celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali, confermando la centralità della lingua latina pur aprendo spazi per una comprensibilità più diretta.
PRINCIPI TEORICI
𝐃𝐢𝐬𝐭𝐢𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚 𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐭𝐢𝐧𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐞𝐫𝐭𝐨𝐫𝐢: È necessario operare una distinzione netta tra musica sacra, intesa come arte composta specificamente per la celebrazione del culto e dotata di intrinseca santità, e musica religiosa o devozionale. Sebbene quest’ultima possa esprimere sentimenti pii o religiosi, essa non è ordinata al culto liturgico in senso stretto. Pertanto, ciò che non risponde pienamente alla natura dell’azione liturgica e non possiede i requisiti di aderenza testuale e formale richiesti dalla Sacrosanctum Concilium deve essere riservato esclusivamente alle celebrazioni della Parola o ai pii esercizi, evitando l’inserimento di brani di natura concertistica o meramente devozionale nei momenti centrali del rito.
𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐚𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐨: Ogni scelta musicale non deve mai essere concepita come un momento di esibizione tecnica, ma deve essere vagliata rigorosamente in base alla sua reale capacità di servire l’azione sacra. L’esecuzione non deve degenerare in una performance soggettiva che pone l’attenzione sulla bravura dell’esecutore o sull’effetto sonoro: il coro e l’organista sono al servizio del mistero, e l’esecuzione non deve mai mettere in secondo piano la centralità della celebrazione, che rimane sempre l’azione di Cristo e della Chiesa.
𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚, 𝐚𝐝𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐥 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: La santità della musica nel rito è direttamente proporzionale alla sua aderenza al testo sacro e alla sua funzionalità rituale. È fondamentale privilegiare i canti legati alle acclamazioni e alle risposte del popolo, poiché essi favoriscono l’unanimità dell’assemblea. Di conseguenza, va esclusa ogni espressione che cerchi l’emozione fine a sé stessa, il compiacimento estetico o l’artificio estraneo alla liturgia: la musica deve sostenere la solennità, favorire la preghiera e garantire che l’assemblea partecipi in modo attivo, consapevole e fruttuoso, come richiesto dalla norma. In sintesi, la musica sacra partecipa allo stesso fine della liturgia: la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli.
LITURGIA PRATICA
𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐡𝐢 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚: La gerarchia della celebrazione in canto non si realizza attraverso l’innesto di brani musicali estranei, ma attraverso la valorizzazione delle componenti intrinseche del rito. La priorità deve essere accordata al canto dei dialoghi rituali tra il celebrante e l’assemblea (es. il saluto iniziale, il prefazio, l’orazione conclusiva). Tale prassi, fondata sulla natura responsoriale della preghiera, assicura che il canto sia intrinsecamente legato alla parola, permettendo al sacerdote di presiedere la celebrazione non solo attraverso la voce parlata, ma mediante quella “forma nobile” che il Concilio indica come modello preferenziale.
𝐒𝐢𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐝𝐚𝐠𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚: È necessario che il sacerdote celebrante, il diacono e i ministri si dedichino a un’accurata preparazione tecnica per assolvere le parti loro riservate, con una grazia che non sia fine a se stessa, ma funzionale all’annuncio. Il canto dei ministri non è una performance individuale, bensì un atto di servizio che fornisce il riferimento tonale e ritmico per l’intera assemblea, garantendo coerenza e unità alla celebrazione.
𝐏𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥 𝐦𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨: La solennità liturgica non si misura attraverso la mera estensione dell’apparato musicale o la complessità esecutiva, poiché la partecipazione attiva, così come intesa dal Concilio, non è un’attività puramente esteriore o un’espressione di soggettivismo assembleare. Essa consiste, primariamente, nella piena, consapevole e fruttuosa adesione dei fedeli all’azione rituale, in cui il canto funge da strumento necessario per manifestare l’unità della Chiesa in preghiera. Tale partecipazione è autentica solo se rispettosa della natura gerarchica del rito, nella quale ciascun ministro — sacerdote, diacono, cantori e popolo — compie il proprio ufficio in un’armonica distinzione di ruoli. 𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐨, 𝐝𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐞 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐬𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐜𝐨𝐢𝐧𝐯𝐨𝐥𝐠𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐨, 𝐦𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐭𝐮𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐬𝐭𝐞, garantendo che ogni voce si unisca in un’unica offerta, ordinata e solenne, alla gloria di Dio. La musica sacra, intesa secondo queste applicazioni, cessa di essere un elemento decorativo per divenire la sostanza stessa della liturgia, armonizzando la tecnica con la finalità ultima dell’azione sacra: la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli.
𝐈𝐧 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 – La musica sacra non è un “contorno” alla celebrazione, ma ne costituisce la sostanza solenne. Accogliere la “forma più nobile” significa spogliarsi di ogni visione estetica o utilitaristica per riscoprire il canto come atto liturgico essenziale. In questa prospettiva, la riscoperta dell’Ordinario della Messa in latino rappresenta una via privilegiata per custodire l’universalità della preghiera della Chiesa, permettendo all’assemblea di unirsi in un’unica voce che trascende i confini del tempo e dello spazio. Ordinando la tecnica alla disciplina conciliare, ogni ministero — dal celebrante all’assemblea — contribuisce a rendere visibile, attraverso l’armonia delle voci, l’unità e la gloria del Corpo mistico di Cristo.


