casti connubii

Fulton J. Sheen, Tre per sposarsi. La Trinità come base dell’autentico rapporto d’amore, Fede&Cultura, 2018

Tre elementi sono necessari all’amore, perché l’amante e l’amata sono legati sulla terra da un ideale che è al di fuori di entrambi. Se fossimo assolutamente perfetti non avremmo bisogno di amare nulla al di fuori di noi stessi. La nostra autosufficienza ci risparmierebbe di struggerci per quel che non abbiamo, ma l’amore stesso muove dal desiderio di ciò che è bene. Dio è bene, Dio è l’essere, e quindi non abbisogna di nulla all’infuori di Sé. Noi, invece, abbiamo l’essere: la creazione potrebbe definirsi l’introduzione nell’universo del verbo “avere”. Ciò che fa di noi delle creature è la nostra condizione di dipendenza (tutto quello che possediamo l’abbiamo ricevuto), e poiché non siamo perfetti, ci sforziamo costantemente di supplire a quel che ci manca, o d’integrare quel tanto che abbiamo con l’avere di più. (…) Perciò, in sostanza, le cause dell’amore si riducono a tre: il bene, la conoscenza e l’affinità.

È possibile che l’uomo si sbagli riguardo a quel che è bene per lui, ma non è possibile che non desideri il bene. Il figliol prodigo aveva ragione di aver fame, ma aveva torto nel cibarsi di ghiande. Così l’uomo ha ragione quando cerca di colmare di bene la vita, l’intelletto, il corpo e la casa, ma forse può aver torto relativamente a ciò che sceglie come bene. Ma senza desiderio di bene non ci sarebbe affatto amore, sia esso amor di patria, amore d’amicizia o amore coniugale. Attraverso l’amore ogni cuore si studia di acquistare un bene o una perfezione che gli manca, o anche di esprimere quella perfezione che già possiede. Ne consegue che qualsiasi amore è il prodotto della bontà, perché la bontà è amabile per sua natura. Può tornar difficile capire perché alcune persone siano amate, ma di questo possiamo star certi: che quelli che le amano vedono in esse una bontà che gli altri non vedono. Dio ci ama in quanto immette in noi la sua bontà e in noi la ritrova. (…)

Quel che ogni uomo cerca non è il massimo bene, perché, dotato com’è di libero arbitrio, ognuno può sempre scegliere un bene parziale anziché un bene totale, divinizzando così i propri appetiti. Per riuscire attraente, il male deve per lo meno assumere la parvenza della bontà. Bisogna che l’inferno s’indori dell’oro del paradiso, altrimenti gli uomini non desidererebbero mai quel male che esso comporta. Se il male venisse sempre chiamato con il suo vero nome, perderebbe gran parte delle sue attrattive. Quando le esagerazioni e le perversioni sessuali vengono chiamate Kinsey Reports, conferiscono un aspetto di bontà scientifica a ciò che non avrebbe alcuna attrattiva se venisse chiamato “lussuria”.

La bontà, come si è detto, è per sua natura degna di amore, e l’amore trova impossibile non ricercarla, poiché la bontà perfeziona la nostra condizione di esseri e in tal modo supplisce alla meschinità della nostra condizione di aventi. Se si domandasse a qualcuno perché è innamorato di una data persona, costui, se è dotato di logica, riassumerebbe le sue ragioni in una formula più o meno simile a questa: “È proprio della nostra natura amare la bontà”; “Ma X è buono”; “Quindi io amo X”. Come abbiamo detto, questa bontà non è sempre una bontà morale; può trattarsi infatti di una bontà fisica, o anche di una bontà utilitaria. In tal caso, una persona è amata per il piacere che ci dà, o perché ci torna utile, o perché può procurarci un “affare”, ma comunque un qualche bene deve pur esserci in lei, perché altrimenti non sarebbe amabile.

La seconda causa dell’amore è la conoscenza. Una donna non può amare un uomo se non lo conosce almeno un poco. Il “presentatemelo” è appunto l’esigenza preliminare di quella conoscenza che precede l’amore. Anche la “ragazza dei suoi sogni” mitizzata dal giovane ha bisogno d’essere costruita in base ad alcuni frammenti di conoscenza, giacché, come recita il noto adagio, non si può amare ciò che non si conosce (nihil volitum nisi præcognitum). Perfino negli animali l’amore ha inizio da quella conoscenza che procede dai sensi, ma la conoscenza dell’uomo viene dai sensi e dall’intelletto insieme.

E come l’amore proviene dalla conoscenza, così l’odio proviene dalla mancanza di conoscenza, e il bigottismo è frutto dell’ignoranza. Sebbene all’inizio la conoscenza sia la condizione preliminare dell’amore, nelle sue ultime fasi l’amore può accrescere la conoscenza. Un marito e una moglie che abbiano vissuto molti anni insieme hanno un nuovo genere di conoscenza reciproca che supera in profondità qualsiasi parola detta o qualsiasi indagine scientifica: è la conoscenza che nasce dall’amore, una specie di percezione intuitiva di ciò che è nella mente e nel cuore dell’altro. In questo senso, può anche darsi che noi amiamo di più ciò che non conosciamo perfettamente. Una persona semplice e in buona fede può amare Dio più di quanto non lo ami un teologo e avere, quindi, una comprensione più affinata che non quella degli psicologi riguardo ai modi in cui Dio agisce sui cuori degli uomini. Ma al principio la sola bontà isolata dalla conoscenza non solleciterebbe l’amore, bisogna prima che sia proposta alla mente e compresa come bene.

La conoscenza, poi, può essere tanto astratta che emotiva, come la geometria che è una conoscenza astratta, ma la conoscenza del sesso è necessariamente una conoscenza emotiva. Un triangolo isoscele non suscita passioni, ma la conoscenza sessuale può suscitarle. Coloro che invocano un’educazione sessuale indiscriminata per prevenire le promiscuità dei sessi dimenticano che, a causa delle incidenze di carattere emotivo, la conoscenza del sesso può indurre disordini sessuali. Si obietta che se un uomo sapesse che in una casa c’è la febbre tifoidea, gli passerebbe la voglia di andarci. Giusto, ma la conoscenza del sesso non è la conoscenza della febbre tifoidea. Nessuno prova una passione “tifoidea” che lo induca ad abbattere le porte della quarantena, mentre l’essere umano sperimenta una passione sessuale che ha bisogno di controllo. (…)

D’altra parte, coloro la cui conoscenza del sesso non è stata sublimata nel mistero dell’amore, e che sono quindi i più frustrati, sono proprio quelli che incessantemente sentono il bisogno di parlare di questi argomenti. I mariti e le mogli le cui unioni sono caratterizzate dall’infedeltà sono i più loquaci in materia sessuale, mentre i padri e le madri che hanno avuto un matrimonio felice non ne parlano mai. La loro conoscenza, infatti, si è mutata in amore, quindi non sentono il bisogno di chiacchierarne. Coloro invece che presumono d’intendersi profondamente di sesso, in realtà non sanno nulla del suo mistero, perché altrimenti non sarebbero così chiacchieroni in materia.

La terza causa dell’amore, oltre il bene e la conoscenza, è l’affinità. Questo dato smentisce l’assioma tanto spesso ripetuto secondo cui “gli opposti si attraggono”. In effetti i contrari si attraggono, ma solo in maniera superficiale. Gli uomini alti sposano ragazze di piccola statura, i facili parlatori cercano donne che sappiano ascoltarli, e i temperamenti tirannici sposano fanciulle remissive. Tuttavia, in un senso molto più profondo, non è la diversità che attrae, ma l’affinità.

L’affinità tra gli esseri umani può essere duplice: l’una è quella che insorge tra due persone aventi effettivamente una stessa qualità, come, per esempio, la passione per la musica. Da affinità simili sorge il senso superiore dell’amicizia più affettuosa, in cui l’uno desidera il bene dell’altro quanto il proprio. Questo è ciò che s’intende quando si dice che due persone formano “una coppia perfetta” o che “son fatte l’una per l’altra”. Quanto all’altra forma di affinità, questa appare quando l’uno possiede potenzialmente, in forma di desiderio o d’inclinazione, una qualità che l’altro possiede effettivamente, come nel caso di una ragazza povera che voglia sposare un uomo ricco.

L’avaro ama l’uomo generoso perché è attratto e spera da lui qualcosa che gli sta a cuore. Il vizioso può amare il virtuoso qualora consideri la virtù conformemente a ciò che desidererebbe essere. Questo genere di affinità produce la concupiscenza, o l’amicizia fondata sull’utile e sul piacere. In questo genere di amore, il soggetto amante ama se stesso più del proprio amico. Ecco perché il suo amore si tramuta in odio se l’amico gli impedisce di ottenere ciò che lui desidera. Dal fatto poi che siamo creature imperfette cerchiamo di supplire mediante i beni materiali a quel che ci manca, in tal modo la gente che è interiormente “nuda” – nel senso che ha l’anima spoglia di virtù – si sforza di trovare un compenso nell’eccesso del lusso esteriore. In tal modo si spera che ciò che manca all’uno venga sopperito dall’altro. E questo desiderio di compensazione ha una ragione, ossia l’aspirazione del cuore umano alla bellezza come sua perfezione, come il giovane brutto che vuole sposare una ragazza bella piuttosto che una brutta. Parrebbe, da un punto di vista superficiale, che la bruttezza di lui fosse in contrasto con la bellezza di lei, ma in realtà è l’amore che lui nutre per il bello (di cui è praticamente privo) ad attrarlo verso ciò che è dotato di bellezza.

Si dovrebbe già intuire, perciò, che gli amori dei cuori umani sono altrettanti specchi che ne rivelano le rispettive nature. I deboli che occupano posizioni elevate si circondano di piccoli uomini per poter apparire grandi al loro confronto. I capitalisti che si sono arricchiti solamente perché hanno azzeccato sul loro cammino qualcuna delle ricchezze dispensate da Dio sulla terra, amano fondare biblioteche per sfoggiare una cultura che non hanno. E questo perché amano l’apparenza di ciò che è simile alle loro speranze e ai loro desideri. Allo stesso modo, la donna che vuol farsi strada in società coltiverà quelle amicizie che le possono tornare “utili”, sempre a causa di questa somiglianza. Tali amicizie possiedono ciò a cui lei aspira, ossia il prestigio sociale. I Santi amano i peccatori, non perché abbiano in comune con essi il vizio, ma perché amano quella possibilità di virtù che ancora esiste nel peccatore.

Il Figlio di Dio divenne il Figlio dell’Uomo perché amava l’uomo. Su questo argomento nessuno ha scritto con maggior precisione di San Tommaso d’Aquino, il quale, nella sua monumentale sintesi della saggezza divina, rileva che ci sono quattro effetti prodotti dall’amore. E poiché interpreta l’amore come qualcosa di più elevato del sesso o di una mera funzione biologica, le sue osservazioni si applicano in modo differente e proporzionale sia all’amore umano che a quello divino. Questi quattro effetti dell’amore sono: l’unità, la compenetrazione reciproca, l’estasi e lo zelo.

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