Nella Fraternità San Pio X si è passati progressivamente dall’idea secondo cui la sua irregolarità canonica è un’ingiustizia che si è subita, un male da tollerare in circostanze straordinarie ma da regolarizzare se ce n’è la possibilità, a quella secondo cui sarebbe invece quasi un bene da desiderare, una condizione privilegiata voluta dalla Provvidenza che ci si dovrebbe guardar bene dal perdere, anche laddove la Santa Sede le propone di riconoscerla “così come è”. Si tratta senz’altro di un problema di vecchia data: questo spirito, infatti, era già prima abbastanza diffuso tra i suoi membri e alcuni dei suoi superiori maggiori. Tuttavia, fino al Capitolo generale del 2018, non aveva influenzato in modo così profondo i suoi vertici più alti.
Riconciliazione e regolarizzazione
Il rifiuto di una regolarizzazione canonica anche di fronte a proposte della Santa Sede, che non contengono nulla che pregiudicherebbe l’identità della Fraternità, porrebbe ai suoi membri un vero problema di coscienza. È, infatti, legittimo domandarsi se si può ancora considerare lecito un apostolato esercitato al di fuori della regolarità canonica, quando viene offerta la possibilità di esercitare questo stesso apostolato, senza alcun compromesso, all’interno di un quadro giuridico normale (una prelatura), che loro rifiutano per mancanza di fiducia nei confronti delle attuali autorità della Chiesa e per il fatto che queste continuano a fare proprio lo spirito del Concilio Vaticano II
Un’analisi spassionata e oggettiva dell’evoluzione degli ultimi decenni – in particolare nell’approccio della gerarchie della Chiesa verso i tradizionalisti da una parte, e nelle reazioni alla crisi dall’altra – porta a concludere che l’ottenimento di un quadro giuridico regolare che preservi l’identità della Fraternità sarebbe stato possibile.
Stato permanente
Il problema più grave con il quale la Fraternità si trova oggi a confrontarsi non è, tuttavia, la sua irregolarità canonica in quanto tale, ma piuttosto le conseguenze che ha causato l’eccessivo prolungamento nel tempo di questo stato irregolare. Infatti nell’intenzione del fondatore la separazione doveva essere temporanea, per la durata dello “stato di necessità” dato dalla crisi della Chiesa. Lefebvre non ha mai pensato di porre la Fraternità in uno stato di irregolarità permanente e guardava con preoccupazione all’idea che la situazione creatasi con le consacrazioni del 1988 potesse protrarsi troppo a lungo. La testimonianza più significativa viene dal giornalista Stefano Maria Paci, che lo intervistò il giorno dopo le ordinazioni episcopali: «Il giorno dopo, monsignor Lefebvre mi confidò, in un’intervista “a cuore aperto”: “Queste ordinazioni ho dovuto farle, altrimenti la mia opera sarebbe scomparsa […]. Ma entro quattro, cinque anni al massimo, Roma finirà per trovare un accordo con noi”» (30 Giorni, n. 9/2001, p. 37; l’intervista originale integrale si trova nel n. 1988/7-8 del luglio-agosto 1988).
Coesistenza e diversità
Tra il Consiglio generale eletto nel 2018 e quelli dei decenni precedenti qualcosa è cambiato: se prima mettevano in guardia dal pericolo dell’autoreferenzialità e rifiutavano una proposta di regolarizzazione solo se contenesse condizioni sfavorevoli alla Fraternità, i superiori attuali, invece, considerano l’idea stessa di fare «l’esperienza della Tradizione in mezzo a tutte le esperienze che si fanno attualmente» (mons. Lefebvre), prima che Roma sia ritornata alla “Tradizione integrale”, come un male e una cosa pericolosa. Il ritorno alla “Tradizione integrale” significa, per loro, la restaurazione dello status quo ante l’ultimo Concilio ecumenico.
Divisione totale
Così la FSSPX stabilisce oggi la propria indipendenza dall’autorità della Chiesa Cattolica, costituendo un organismo a sé stante e, di fatto, una Chiesa parallela. È l’ultimo stadio dell’autoreferenzialità e dell’esclusivismo, vale a dire la tendenza ad atteggiarsi come l’unica depositaria della Tradizione; esprimere dei giudizi quasi sempre negativi su coloro che operano nella regolarità canonica ma con un bagaglio argomentativo e dei giudizi parzialmente diversi da quelli della Fraternità; proibire la communicatio in sacris ed evitare ogni contatto con loro, spingendo i fedeli a fare altrettanto. Questa tendenza era già stata considerata molto pericolosa, secondo le parole di mons. Fellay e di don Pfluger e don Nély (membri del Consiglio generale degli anni 2006-2018): «in futuro condurrà logicamente ad un vero scisma». Nel 2026 possiamo constatare l’esattezza della predizione.
Proselitismo e fidelizzazione
La preoccupazione di non sostenere comunità tradizionali diverse dalla FSSPX ha probabilmente la sua scaturigine nel timore di vedere i fedeli e le vocazioni allontanarsi a vantaggio di istituti consimili.
Questo fenomeno è ormai così radicato che chi osa toccare l’argomento e parlare degli altri istituti tradizionali con maggiori sfumature, si attira subito l’accusa o il sospetto di voler cedere sulla dottrina. Gli istituti ex Ecclesia Dei sarebbero i peggiori nemici, in quanto la loro colpa non confessata sarebbe quella di costituire una sorta di concorrenza alla Fraternità.
In tal modo si impone anche alle famiglie di scegliere tra la Fraternità San Pio X o gli altri, come una scelta politica, “di campo”. Si tratta di evidente fidelizzazione che nega la libertà, esclude alternative e coesistenza pacifica, radicando la divisione. Il caso di coscienza ha riflessi anche sul calo delle vocazioni di Écône: sempre più giovani, anche se provenienti da cappelle della Fraternità, scelgono di entrare in istituti canonicamente riconosciuti; non è dovuto ad un presunto cedimento nel “denunciare gli errori”, ma proprio alla contrapposizione con la Chiesa.
«È scismatico colui che si rifiuta di agire come parte della Chiesa. Poco importano i motivi: a partire dal momento in cui si arriva a rifiutare di comportarsi come parte di un’unica Chiesa cattolica, si cade nello scisma. Per quanto variegate possano essere le ragioni e i sentimenti che spingono i cristiani a sottrarsi alla comunione, a voler santificare ed essere santificati, istruire ed essere istruiti, dirigere ed essere diretti […] non più come parti della Chiesa cattolica, ma come se fossero essi stessi un “tutto a parte”, coloro che agiscono così sono scismatici»
Gaetano, IIa-IIæ, qu. 39, a. 1, n. 2


