XIV dom. Tempo Ordinario (A)
Oggi Dio ci rivolge una Parola così bella che se la lasciassimo risuonare tutto il giorno, mi chiedo chi altri potrebbe meglio riempire di senso la nostra domenica, quale bagnino o gelataio…
Il profeta Zaccaria parla nel periodo successivo alle conquiste di Alessandro Magno: Israele era un popolo colonizzato e oppresso da nazioni straniere, la dinastia di Davide era scomparsa da secoli, le sue glorie erano un lontano ricordo. In questa situazione il profeta invita alla speranza: esulta grandemente figlia di Sion, giubila figlia di Gerusalemme. Sion sappiamo essere la collina sulla quale sorse in origine Gerusalemme; “figlia di Sion” si intendeva il quartiere più povero sorto come una propaggine a nord, ove si insediarono i fuggiaschi della Samaria distrutta dagli assiri. Allora non si aspettava più alcun altro re capace di liberare Israele e riportare gli antichi splendori, soltanto Dio avrebbe potuto adempiere nuovamente le profezie inviando il Messia. La sorpresa è che il Salvatore non si presenterà come un condottiero, verrà umile, cavalcando un asino, un puledro figlio d’asina. Il Re d’Israele tanto atteso, predetto dai profeti, avrà in realtà l’aspetto umile, sarà addirittura un “servo sofferente”, reietto dagli uomini (Isaia). Viene per servire non per essere servito. La sua potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza (Corinzi).
Saranno proprio gli ultimi, i poveri, più bisognosi a riconoscere in lui il Salvatore. Nel Vangelo appena letto Gesù ci ha detto che più dei sapienti e intelligenti, saranno i piccoli a conoscere meglio i segreti del Regno dei cieli. Ove “conoscere” nella Sacra Scrittura non vuol dire sapere le teorie, la conoscenza certa si dà per esperienza spirituale. Chi non vive questo incontro col Dio vivente può passare una vita a dichiararsi agnostico per tanti motivi culturali alieni alla relazione con Gesù. Gli umili che riconoscono la propria creaturalità sono capaci di accogliere noi, Gesù, chi lo ha mandato (domenica scorsa), nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Crediamo in Cristo, una persona viva e vera, la fede scaturisce da questo incontro, non da altri studi…
Chi riconosce in lui la via, la verità, la vita, volentieri prende il suo giogo su di sé. Nell’AT già il Siracide chiamava la Legge di Dio un “giogo” per tenersi sulla retta via, per non andare fuori strada. I maestri d’Israele l’avevano però resa piuttosto opprimente e chi non riusciva a rispettare tutti i precetti di loro invenzione si sentiva sfiduciato perché irrimediabilmente impuro, perduto. Gesù può dire che il suo giogo sia dolce e il carico leggero non perché proponga l’anarchia, piuttosto torna all’essenziale: qualunque norma deve essere conforme a carità. Quella che ci ha mostrato lui quando per primo si è sottomesso alla volontà del Padre fino alla morte e a una morte di croce.
Gesù vero uomo è andato incontro alla morte (vita materiale finita), ma poiché vero Dio è pure risorto (vita divina continua). Continuando la lettera ai Romani, San Paolo oggi ci dice che per noi è preparata la stessa sorte, grazie allo Spirito di Dio che abita in noi: darà la vita anche ai nostri corpi mortali. Solo chi non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene ed è sotto il dominio della carne in rivolta contro Dio, perché non si sottomette alla sua legge e neanche lo potrebbe. La carne, il mondo, il diavolo, sono in lotta contro Dio. La nostra vita spirituale è un costante combattimento per fuggire tentazioni e riparare peccati. In chi è colmo di Spirito Santo non rimane spazio per gli spiriti cattivi.
Se in estate Nostro Signore non va in vacanza – non si addormenta non prende sonno
il custode d’Israele – stiamo attenti che non ci va neppure il Signore delle mosche.


