Fase storica di trasformazione dell’ordine mondiale

fase storica

L’attuale fase storica segna una trasformazione profonda dell’ordine mondiale: non siamo semplicemente di fronte a crisi regionali o a conflitti isolati, ma a un vero e proprio mutamento di paradigma.

L’assetto nato nel secondo dopoguerra, fondato su istituzioni multilaterali, diritto internazionale e progressiva integrazione economica, mostra oggi crepe strutturali.

In questa transizione, emergono figure politiche e modelli di governo che, pur differenti per contesto e storia, condividono una medesima tensione: la ridefinizione dell’ordine internazionale in senso post-liberale e, per certi aspetti, neo-imperiale.

Le traiettorie di Trump negli Stati Uniti, Netanyahu in Israele, Orbán in Europa e Putin in Russia non possono essere ridotte a fenomeni contingenti o personali: esse rappresentano sintomi di una più ampia trasformazione sistemica.

Come sottolinea Limes, e in particolare Lucio Caracciolo, il mondo sta evolvendo verso una configurazione multipolare instabile, in cui le grandi potenze non riconoscono più un’autorità superiore capace di vincolarle.

Il principio westfaliano della sovranità ritorna in forma radicalizzata: non più equilibrio tra Stati, ma competizione per zone di influenza, accesso alle risorse, controllo delle catene del valore e dominio tecnologico.

IL RITORNO DELLA POTENZA: DATI E TENDENZE

Questo mutamento non è solo teorico, ma empiricamente verificabile.
Secondo i dati SIPRI, la spesa militare globale ha superato i 2.2 trilioni di dollari annui, con una crescita costante negli ultimi anni e proiezioni che indicano un ulteriore aumento entro il 2030.

Gli Stati Uniti restano il primo attore, ma Cina e Russia accelerano, mentre anche potenze regionali (India, Arabia Saudita, Turchia) rafforzano i propri arsenali.

Parallelamente: le sanzioni economiche sono diventate strumenti ordinari di guerra non militare;

il commercio globale si sta frammentando in blocchi;
le catene di approvvigionamento vengono “regionalizzate” per motivi di sicurezza strategica.

La guerra in Ucraina rappresenta il punto di rottura più evidente: non solo un conflitto territoriale, ma la messa in discussione del principio di inviolabilità dei confini.

Allo stesso modo, il Medio Oriente continua a essere teatro di una ridefinizione degli equilibri, in cui Israele agisce sempre più come potenza regionale autonoma.

In questo quadro, il diritto internazionale appare sempre più come strumento selettivo, applicato o sospeso in funzione degli interessi.

LEADERSHIP E NUOVE LOGICHE IMPERIALI

Le figure di Trump, Netanyahu, Orbán e Putin incarnano, ciascuna a proprio modo, una trasformazione del rapporto tra Stato, diritto e potenza.

Trump ha esplicitamente messo in discussione il multilateralismo, promuovendo una visione transazionale delle relazioni internazionali (“America First”), in cui alleanze e regole sono subordinate all’interesse immediato.


Netanyahu guida una strategia di sicurezza che tende a svincolarsi dai vincoli internazionali, riaffermando una logica di sopravvivenza statale assoluta.


Orbán propone un modello di “democrazia illiberale”, che ridefinisce il rapporto tra sovranità nazionale e valori europei.

Putin agisce in chiave apertamente revisionista, tentando di ricostruire una sfera di influenza russa nello spazio post-sovietico.

Ciò che accomuna queste traiettorie è il primato della decisione politica sulla norma: il diritto non è più fondamento, ma conseguenza della forza.

CACCIARI E LA CRISI DELL’EUROPA

Massimo Cacciari ha interpretato con lucidità questa fase, parlando di una Europa “impolitica”, incapace di pensarsi come potenza e quindi destinata a subire le dinamiche altrui.

L’Unione Europea, pur rappresentando uno dei più avanzati tentativi di costruzione sovranazionale, si trova oggi in una condizione paradossale:
economicamente rilevante,
normativamente sofisticata,
ma geopoliticamente fragile.
Questa fragilità deriva da una contraddizione originaria: voler fondare un ordine sul diritto senza disporre di una potenza capace di sostenerlo.

Per Cacciari, senza decisione e senza conflitto, la politica scompare. E in assenza di politica, il diritto perde la sua efficacia reale.

PROIEZIONE STRATEGICA: IL CASO CINA

In questo scenario, la Cina rappresenta l’attore più sistemico e, per certi versi, più destabilizzante.

Con un PIL che si avvicina a quello statunitense e una crescita prevista tra il 4% e il 5% annuo, la Cina si configura come potenza globale a tutti gli effetti. Tuttavia, ciò che la distingue non è solo la dimensione economica, ma la capacità di proporre un modello alternativo di ordine.
Attraverso la Belt and Road Initiative, che coinvolge oltre 140 paesi, Pechino costruisce una rete di infrastrutture, investimenti e dipendenze che ridefiniscono gli equilibri geopolitici.

Si tratta di una forma di espansione imperiale non militare, ma profondamente incisiva: una proiezione di potenza attraverso economia, finanza e tecnologia.


Sul piano tecnologico, la Cina è impegnata in una competizione diretta con gli Stati Uniti nei settori chiave del XXI secolo:
intelligenza artificiale,
semiconduttori,
telecomunicazioni,
spazio.


Le proiezioni indicano che entro il 2030 la Cina potrebbe raggiungere o superare gli Stati Uniti in alcuni di questi ambiti.

Ma il punto decisivo è un altro: la Cina propone una modernità senza liberalismo. Un sistema in cui sviluppo economico, controllo politico e tecnologia si integrano in una forma di governance che mette radicalmente in discussione l’universalità dei diritti occidentali.

VERSO UN MONDO A BLOCCHI

Il rischio emergente è la formazione di un mondo frammentato in blocchi:
uno occidentale, fondato su democrazia liberale e mercato;
uno sino-centrico, fondato su sovranità, sviluppo e controllo;
una pluralità di potenze intermedie che oscillano tra i due poli.


In tale contesto, il diritto internazionale perde progressivamente il suo carattere universale e diventa diritto di parte, espressione di equilibri contingenti.

COERENZA CON LA TESI: CRISI DELLA VERITÀ E RITORNO DELLA FORZA

Tutto ciò conferma, in modo quasi paradigmatico, la tesi di fondo: quando la Verità viene relativizzata, anche il diritto si relativizza, e lascia spazio alla potenza.


Il ritorno di logiche imperiali non è un’anomalia, ma la conseguenza necessaria di un mondo in cui manca un fondamento condiviso.


Senza un riferimento alla Vita come principio originario e non negoziabile, l’ordine internazionale non può che oscillare tra instabilità e conflitto.


Per questo, la crisi geopolitica contemporanea non è solo una crisi di potere, ma una crisi ontologica: riguarda il modo stesso in cui l’uomo concepisce il vero, il giusto e il possibile.

Un occhio ad un semplice racconto d’ingiustizia tra due stirpi

occhio alla storia

La morale del racconto, il paragone e la perdita di dignità

Nella valle di Arginia, tra colline di ulivi e campi di grano dorato, vivevano da secoli due antiche famiglie: la stirpe Ismare, nota per la sua ricchezza, il suo potere e le sue abilità mercantili, e la stirpe Palès, gente semplice, artigiani, agricoltori e pescatori che conoscevano per nome ogni radice dei loro campi.

Per generazioni le due famiglie avevano condiviso feste, raccolti e perfino matrimoni.
Fino al giorno in cui la stirpe Ismare, divenuta potentissima, iniziò a sostenere che parte delle terre dei Palès un tempo fosse appartenuta ai loro lontani antenati.

All’inizio furono soltanto parole. Poi confini spostati di notte. Poi edifici costruiti a metà sul terreno dei Palès, “per errore”, dicevano gli Ismare.

Quando i Palès protestarono, lo fecero con dignità, appellandosi alle leggi della valle e alla solidarietà dei vicini. Ma la stirpe Ismare era così influente che i giudici temporeggiarono, e le altre famiglie chi per paura, chi per comodo voltarono lo sguardo altrove.

La situazione precipitò quando alcuni membri degli Ismare, sentendosi intoccabili, usarono la forza. Molti Palès persero casa, terra e perfino la vita. Tuttavia, nonostante la disperazione, continuarono a credere che un giorno la giustizia avrebbe parlato, e che i soprusi non avrebbero potuto durare in eterno.

Gli anni passarono, e gli Ismare costruirono perfino una loro piccola milizia privata. Ogni volta che temevano di perdere prestigio, calpestavano nuovamente i Palès, convinti che il potere potesse zittire anche la memoria.

Ma tra le polveri delle case distrutte e i solchi dei campi rubati, la stirpe Palès continuò a tramandare ai propri giovani una sola certezza:

“Nessuna ricchezza fondata sul dolore dei deboli sopravvive al giudizio del tempo.”

La morale

Le civiltà si misurano non dalla forza dei più potenti, ma dalla giustizia con cui trattano i più fragili. Chi prospera opprimendo, costruisce su sabbie che prima o poi crolleranno; chi resiste con dignità, anche se ferito, porta in sé la promessa del domani.

Il paragone con le sostituzioni.

Proviamo adesso a sostituire le parole famiglia con popoli o nazioni e i nomi delle famiglie Ismaele con Israele e Palès con Palestina, il racconto ci sembrerà purtroppo tristemente reale, ed è questo il vero racconto che sta alle origini di tutto il male che oggi assistiamo.

La perdita della dignità.

Non voglio offendere l’intelligenza di nessuno anche perché sono convinto che la verità è una sola e chi sostiene il falso o lo fa per una totale ignoranza o perché avalla l’ingiustizia e per cui è senza alcun dubbio privo di dignità. Quando si giustifica il comportamento di certe famiglie chiamando in causa perfino l’antisemitismo, sappiate che proprio davanti a voi c’è esattamente l’antisemita per definizione. I popoli semiti per definizione sono gli Arabi e quindi i Palestinesi e anche gli Ebrei, appoggiare quindi il sionismo radicale che è l’equivalente se non peggiore del nazismo germanico, vuol dire essere per definizione anche antisemiti.

Per correttezza riporto anche questa cattura di Google che non stravolge il concetto di ingiustizia e sopraffazione con la violenza di un popolo su un altro popolo.

Mi permetto in questo mio articolo che sfocia su paragoni e senso etico, di condividere un video documentario in risposta ai tanti cittadini del mondo che ormai non approfondiscono più determinati temi e si fermano a vedere solo gli ultimi episodi di un reality sanguinoso, dove il regista in quella puntata ha deciso di far passare il carnefice per vittima e lo spettatore illuso non può che prendere le sue difese, peccato che mancano da vedere le prime 400 puntate.