Il suo nome si è indubitabilmente meritato un posto degno di rispetto nella storia della Chiesa contemporanea. Il laico senza studi teologici, con un livello culturale di base, capace di fondare dal niente una comunità monastica sui generis in quel di Bose ai pié di monte. Nei decenni di lavoro è cresciuta la nomea di Bose, in modo proporzionale a dimensioni, volumi e profitti del monastero e della casa editrice. La linea teologica portata avanti rappresenta in modo paradigmatico la migliore espressione del Concilio Vaticano II. Enzo Bianchi è stato uno dei maggiori punti di riferimento riguardo lo spirito e l’attuazione del Concilio, emblema del declamato rinnovamento ecclesiale.
Durante l’anno di postulato che trascorsi coi frati della mia parrocchia di allora, lessi il primo storico libro pubblicato dal sig. Enzo Bianchi (ora non più priore del “monastero” di Bose): Pregare la parola. Conservo ancora la fotocopia tutta ben evidenziata e annotata. Il libro si compone di tre parti: la prima redatta dall’autore in 70 pagine, la seconda riporta degli appunti schematici sulla lectio divina, la terza parte pubblica due lettere. Il lavoro del curatore è consistito nell’arte di taglio e cucito di testi estrapolati da libri diversi, secondo la tecnica comunemente detta “copia-incolla”. È pure l’orientamento di lavoro realizzato dall’editore Qiqajon, con la riedizione di tante opere della tradizione monastica che erano finite del tutto fuori stampa e fuori commercio.
Il pregevole intento ha reso nuovamente leggibili testi di profonda sapienza spirituale. Talvolta la rielaborazione dei testi si completa inserendo nella parte superiore della copertina il nome “Enzo Bianchi” a mo’ di autore del libro. Il tuttologo che senza uno straccio di titolo accademico, quando viene invitato a parlare in una Facoltà teologica tiene lectio magistralis a liturgisti, biblisti, moralisti ed espone la sua teologia da carpentiere (con competenze trasversali da elettricista e idraulico) con una saccenza che presenta il proprio pensiero come se fosse il Vangelo. È senz’altro vero che San Giuseppe fosse falegname, ma non mi pare appunto che ammaestrasse scribi e dottori della legge.
Le vicende che dal 2020/21 colpiscono Enzo Bianchi – le controversie sorte con la Santa Sede in seguito alle fratture interne a Bose – hanno mostrato una parabola in fase discendente fino a toccare il fondo. Le notizie di cronaca mostrano un epilogo indegno per uno dei più ferventi e devoti figli della Chiesa conciliare, mentre lui lancia un colpo di scena degno di un Deus ex machina al termine della tragedia greca:
I tradizionalisti non conoscono la sterilità di vocazioni presbiterali e religiose che conosce oggi la Chiesa: basti pensare che in Francia su una media di poco più di 100 preti ordinati all’anno la metà provengono da movimenti e comunità tradizionaliste. Anche i monasteri tradizionalisti sono fiorenti, con una vita rigorosa e seria. Li conosco personalmente stesso sono andato e ho mandato alcuni miei fratelli a sostare presso il monastero di Barroux, dove io stesso sono rimasto edificato dalla qualità evangelica e fraterna della vita che vi si conduce. Ora, come non riconoscere un posto anche per loro nella chiesa, con un atteggiamento inclusivo e non esclusivo, con una volontà di vivere una comunione plurale?
Lo Spiffero – UCCR – NBQ – FSSPX

