Monreale: porto, nave, montagna

Arcad i Noè nel Duomo di Monreale

Nella navata principale del Duomo di Monreale, sulla parete meridionale, campeggiano alcuni grandi pannelli musivi che raccontano le vicende relative all’Arca di Noè.

Una rappresenta la fine del Diluvio Universale (è il capitolo 8 di Genesi, versetto 4): Nel settimo mese, il diciassette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat. La descrizione dell’epico epilogo fa pensare alla montagna del Re (Mons regalis), allora boscosa propaggine della grande riserva reale di caccia, all’interno della quale Guglielmo II d’Altavilla ordinò di costruire il nuovo monastero e la nuova cattedrale, sede della nuova grande arcidiocesi (corrispondente ai territori nei quali si erano rifugiati i contadini musulmani), a soli otto chilometri dalla cattedrale di Palermo.

È su questo monte che attracca la nuova arca metaforica. Del resto “navata” viene proprio da “nave”, è una carena rovesciata e trasformata in copertura di protezione: la nuova arca è la Chiesa, la barca di Pietro, il veliero sul quale i fedeli sono aiutati a raggiungere la meta finale del Cielo.

C’è nella metafora dell’Arca di Noè un singolare parallelo con la Lettera 71 di Seneca a Lucilio: Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est (Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuole approdare). Questo è forse il nocciolo della questione quando si pensa a Monreale. Dal Settecento in poi si insiste, in monografie e opere d’arte, sul sogno di Guglielmo, al quale la Madonna sarebbe apparsa mentre dormiva sotto un carrubo, in una pausa fra una battuta di caccia e l’altra.

La Madre di Dio gli avrebbe rivelato che sotto quel carrubo era nascosto un tesoro, con il quale avrebbe potuto costruire un santuario da dedicare a Lei. Si tratta di una leggenda tardiva, giustificata dalla meraviglia di fronte ad uno dei più sontuosi complessi religiosi del mondo, costruito in appena vent’anni. Guglielmo non era semplicemente un sognatore, era il giovane erede di una dinastia assolutamente straordinaria: Ruggero I, Ruggero II. Guglielmo I e infine lui, che purtroppo era sterile e non passò il testimone ad un rampollo con lo stesso sangue e le stesse doti.

Condivideva le grandi strategie degli Altavilla, anche lui voleva conquistare Costantinopoli e diventare imperatore del Mediterraneo. Era soprannominato “Il Buono”, eppure ad agosto del 1185 inviò la flotta siciliana e conquistò Tessalonica. Non era tuttavia spietato come l’altro Guglielmo, quello della battaglia di Hastings del 1066, quello che strappò l’Inghilterra agli Angli. Monreale è frutto di un disegno audace del Re di Sicilia, ben elaborato e ancor meglio eseguito. Come pure Erice, che deve la sua genesi come città allo stesso Guglielmo II. E dire che questo ammirevole Re visse solo 36 anni!

A cosa possiamo applicare dunque il titolo del documentario di Lorenzo Mercurio, “Il grande sogno. Monreale e il suo tesoro”, presentato nel Duomo la sera del 7 settembre 2026? Il sogno è quello di mons. Gualtiero Isacchi, l’attuale giovane e dinamico Arcivescovo di Monreale. Il sogno è quello di trasformare tutta Monreale in una città d’arte. Tutta l’Arcidiocesi è ricca di testimonianze. Il sogno è quello di moltiplicare i visitatori (viaggiatori, non turisti mordi e fuggi) per 10 o per 100, in quantità e soprattutto in qualità.

Perché il Duomo di Monreale è un sorprendente sogno di pietra, è una porta verso il Cielo, assolutamente unica. Il sogno di mons. Isacchi è stato interpretato con grande maestria e partecipazione interiore – fino alla commozione – da Lorenzo Mercurio, il creatore di EsperienzaSicilia.it. Questo documentario è un bel pezzo di bravura. Ma è solo il primo di una serie di documentari, che aiuteranno ad aprire gli occhi su un capolavoro che è troppo bello per consentire a cuor leggero il perpetuarsi di stereotipi privi di fondamento.