Giornata mondiale della famiglia

15 Maggio 2026

La casa non è fatta solo di pareti, ma di parole dette e non dette.
Ed è proprio in questo disordine emotivo che troviamo le radici di ciò che siamo.
Natalia Ginzburg, mette in luce il potere intimo della lingua familiare, quella che resta con noi anche da adulti.
Ogni famiglia è una piccola patria linguistica, dove ogni parola assume un significato unico e irripetibile.
“La lingua di mio padre era aspra, aggressiva, ma per noi era casa”.
Ogni famiglia ha la sua ritualità, le sue conoscenze, le sue espressioni.
Nonostante il tempo e la distanza basta una parola per ricordarsi e riconoscersi fratelli, genitori, figli.
IL linguaggio ruvido del padre non annulla l’amore.
Anzi, lo incarna. Gli affetti familiari spesso si trasmettono in modo non convenzionale: non con gesti dolci, ma con ruvidità che diventano carezze a posteriori.
Ed è così anche per Eugenio Montale quando l’amore per la moglie diventa poesia, la sua follia, la sua ispirazione, la sua intuizione. La sola arte di cui si sia mai voluto lasciare attraversare.

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A MIO PADRE

Padre e Figlio

Ho visto arrivare un treno

carico di militari reduci di guerra.

Che impressione! Pianti di gioia, abbracci!

Ho visto un uomo

uno sconosciuto per me,

che mi ha preso tra le braccia,

mi ha stretta forte,

mi ha portata in braccio

fino a casa.

Era il 1947 ed io

avevo sette anni!

Mi fu detto: “questo è papà”!

Potevo mai amarti?

Potevo mai capire i tuoi sentimenti?

Povero papà! Scusami!

Quanta fatica per farti accettare!

Troppo tardi ho capito

il tuo affetto straordinario

i tuoi principi,

i tuoi valori

che non ho mai dimenticato!

Ho cercato nella vita di mettere in atto il tuo

“Qualunque cosa tu svolga, ricorda di fare sempre e comunque il tuo dovere”.

Nota:

Due mesi prima che io nascessi (ottobre 1940) mio padre fu richiamato in stato di allerta a Taranto.

Poi scoppiò la guerra in Libia e nella disfatta di Tobruk fu preso prigioniero dagli Inglesi e deportato prima in India e poi in Australia per ben sette anni (!!).

Io perciò ho conosciuto mio padre all’età di sette anni nel 1947 quando hanno rimpatriato tutti i prigionieri di guerra.

Il nome Francesco

il nome Francesco

Mi trovo a casa, comodamente seduto davanti al camino acceso, leggendo un libro ricevuto in regalo.

Parla di un Santo che porta il mio nome, Francesco.

Mi piace leggerlo, è scorrevole e man mano diventa sempre più interessante.

Sembra che il Santo sia stato il primo a ricevere questo nome.

Fuori piove, guardo le gocce che tratteggiano delle righe sui vetri, sembrano scrivere il mio nome, Francesco.

Nel ripeterlo ad alta voce, distinguo in quell’unica parola due suoni diversi.

Il primo quasi femminile, ottenuto pronunciando “Fran”, mi fa pensare a un cielo azzurro con nuvole bianche, un’immagine chiara e luminosa.

Il secondo dato da “cesco” è un suono forte che mi richiama alla mente un imperatore seduto sul trono, con scettro e mantello.

È un nome bello, duale, mi evoca la dicotomia dell’uomo: debole e forte al tempo stesso.

Questo è qualcosa su cui non avevo riflettuto.

Si dice che il nome ti rappresenti e forse è vero.

Chiamerei volentieri mio figlio Francesco, ma in Italia non è permesso che i figli abbiano lo stesso nome dei genitori.