Ricordi di pandemenza

Durante la quarantena da Sars-Cov-2 era comparso in un gruppo facebook che tratta storia di Palermo, un post illustrato con foto affermante che in Sicilia nasceva una “specialità invidiata da tutto il mondo”: le iris con la ricotta. Evitai di commentare tale contenuto asserente che tutto il mondo invidi Palermo per le iris alla ricotta, ritenendo che mentre il mondo seppellisce migliaia di morti, invidierebbe di più chi cura il Covid. Non dico di trovare finalmente la cura del cancro, ma al momento l’umanità cerca altro che le iris alla ricotta. Ciò detto con rispetto per gli emigrati in America, che cercarono la fortuna rinunciando tragicamente a cassate, cannoli, sfincione, panelle, arancini, ma forti del motto “cu nesci arrinesci” (“chi esce riesce”).

In Occidente le epidemie appartenevano a capitoli storia passata. L’avvento di una pandemia nel terzo millennio ci ha come riportato indietro nel tempo.

La peste, arrivata in Europa dall’Asia, si scatenò violentemente da metà del ‘300, per riemergere poi a più riprese con epidemie più o meno estese. Il cristianesimo pone di suo l’accento sulla carità, sicché la Chiesa medioevale diede impulso all’assistenza dei malati con la fondazione degli “hospitali”. Il più importante ordine religioso furono da sempre gli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, ai quali sovvennero le confraternite laicali e gli ordini militari cavallereschi. Negli ospizi od ospitali di allora la scienza medica era ancora in una fase piuttosto arcaica; l’ospedale si configurava come un’istituzione di carità con un carattere misto laico-religioso in cui esercitavano pure medici esterni.

Sul finire del ’300, dopo l’infuriare della pestilenza in Europa furono introdotte pratiche di disinfezione pubblica e forme di quarantena per le navi provenienti da località infette. Nel 1423 fu aperto a Venezia il primo lazzaretto in cui isolare i malati infettivi. In epoca rinascimentale la politica del principe in materia assistenziale fece sorgere in città accanto agli enti elemosinieri e ospedalieri anche istituzioni complesse come gli ospedali generali (per es. nel 1456 l’Ospedale Maggiore di Milano). Il gran numero delle persone ricoverate all’interno di queste strutture provocava però più celere diffusione del contagio. Nel ’500 la fiducia nelle capacità terapeutiche dei medici non era certo aumentata, se Michel de Montaigne (1533-1592) parlando di loro sosteneva: Sono dei privilegiati. I loro successi li vedono tutti e i loro errori sono coperti dalla terra.

Il giovane Filippo Neri, giungendo a Roma da Cassino, dopo aver trovato sistemazione dal fiorentino Galeotto Caccia come precettore dei figli, entra a far parte della “Confraternita della Carità” con sede di riferimento in nella comunità presbiterale di San Girolamo della Carità al rione la Regola, dove abitava p. Persiano Rosa che dirigeva l’attività e divenne presto padre spirituale di Filippo Neri. La confraternita prestava servizio presso gli ospedali della Consolazione, San Giacomo degli incurabili, Santo Spirito in Sassia, San Giovanni all’isola tiberina. Erano luoghi in cui prestava servizio anche la Compagnia del Divino Amore, di cui faceva parte San Gaetano da Thiene. L’opera della confraternita romana intanto raggiunse dimensioni tali da valergli nel 1548 il titolo di Compagnia, mutando denominazione in “Compagnia della SS. Trinità del sussidio”. In vista del grande giubileo dell’anno 1550 il Papa assegna alla compagnia la chiesa di San Salvatore in Campo, perché potesse avere una sede adeguata per l’accoglienza dei pellegrini, con refezione, pernotto, servizi igienici, dispensario medico… Si arriva così alla “Compagnia di SS. Trinità dei Pellegrini” che, terminato il giubileo, aggiunge l’epiteto “dei convalescenti” e si insedia nella chiesa di San Benedetto alla Regola.

Ancora laico Filippo fece la conoscenza di un ex-soldato spagnolo claudicante, che a Roma predicava privatamente i suoi “esercizi spirituali”. Come Sant’Ignazio di Loyola era soldato pure un altro giovane che p. Filippo incontra più tardi a San Giacomo degli incurabili. Tra gli infermi assistiti, diverrà padre spirituale di Camillo de’ Lellis. Fu proprio San Filippo ad illuminare San Camillo sulla sua vocazione specifica e indicargli a chiare lettere cosa il Signore voleva da lui.

Quattro anni prima di San Filippo, nel 1591, moriva a Roma contagiato dagli appestati che assisteva, il giovane San Luigi Gonzaga. Studente dei gesuiti, aveva solo 23 anni quando lavorava al fianco di San Camillo, durante l’epidemia di peste che in quindici mesi aveva steso tre Papi (Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV). Padre Filippo ormai anziano, non lo si vedeva più tanto in giro per Roma; a 76 anni proprio dal pontefice ebbe il permesso per celebrare privatamente in cappella alla Vallicella. Il Signore gli scansò le malattie, nonostante i malori fisici che patì nel 1595 sul letto di morte.

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