Dal libro intervista di Peter Carter al card. Robert Sarah, Il Cantico dell’Agnello, Cantagalli, Siena 2026, capp. 6-10
La funzione dell’arte
Se la Chiesa custodisce l’integrità artistica della sua musica sacra, essa si fa testimone di bellezza nel mondo, e quella bellezza ci orienta e ci conduce a Cristo, alla pienezza della verità. […] La transizione di Roma da cuore del mondo pagano a centro della Chiesa cristiana riflette il potere trasformativo della cultura cristiana. Proprio come il Verbo ha assunto la carne umana per rivelare il volto del Padre al mondo, così l’artista cerca di incarnare il Divino attraverso la materia della propria arte. In definitiva il fine ultimo sia dell’arte sia della vita spirituale è permettere alla bellezza divina di risplendere nel mondo.
La musica, le celebrazioni, l’arte, e i paramenti formano un tutt’uno, un ricco banchetto per i sensi che parla ai fedeli in molti modi. L’incenso che sale simboleggia le nostre preghiere portate in cielo, le Scritture proclamate nel canto, lo splendore dei riti: tutto questo ci attrae nel mistero dell’opera salvifica di Cristo e arricchisce il nostro incontro con lui. La liturgia, però, non è un palcoscenico sul quale mettere in mostra i nostri talenti e le nostre capacità. Qualsiasi visione della liturgia che ponga al centro l’espressione artistica o personale dell’uomo è fondamentalmente errata. […] Occorre tornare continuamente al punto: la musica liturgica, e di fatto ogni aspetto della liturgia della Chiesa, deve possedere un carattere universale, una bellezza trascendente che ci sollevi dai nostri ristretti orizzonti terreni per condurci alla presenza di Dio. […] L’antico assioma latino lex orandi, lex credendi esprime questa verità: la legge della preghiera è la legge del credere. In altre parole, il contenuto e la modalità del nostro culto liturgico plasmano in profondità la nostra comprensione e il nostro approccio alla fede in Cristo.
La bellezza nella liturgia non ha natura commerciale. E’ un sacrificio, un tributo offerto davanti al Signore. Tutto ciò che compiamo per Dio, inclusa la creazione della bellezza, deve trarre origine da lui, per essergli poi restituito al fine di glorificare il suo nome. […] La bellezza presente in una chiesa – i dipinti, l’architettura, la musica – concorre a innalzare le menti e i cuori per condurli a contemplare il Signore. […] Il termine “bello” inteso secondo i soli criteri mondani differisce radicalmente dal concetto cristiano, il quale postula che ogni bellezza creata sia un riflesso della bellezza di Dio e, in modo speciale, di Cristo, che è la Bellezza incarnata. Un fenomeno analogo si riscontra nei concetti di “piacere” o di “libertà”: il piacere che scaturisce dall’edonismo non coincide affatto con la “sobria ebbrezza dello Spirito”, così come la “libertà” cristiana, che sgorga dalla verità di Dio, non ha niente a che vedere con l’idea illusoria di libertà che conduce inevitabilmente all’anarchia.
Nel caso di compositori “non-credenti”?
La Chiesa ha sempre indicato il canto gregoriano e la grande polifonia dell’epoca della Riforma cattolica come ideali per la musica liturgica; ciò, tuttavia, non implica l’esclusione automatica delle opere composte da non cattolici o da non credenti. La dimensione dei valori trascendentali, in quanto assoluti e comuni a tutte le epoche e culture, eleva le creazioni che ne scaturiscono a una sorta di “incarnazione” in cui si sperimenta la presenza di Dio, persino laddove l’artista non ne sia pienamente consapevole.
Tuttavia dobbiamo sempre essere consapevoli dei pericoli che sorgono quando la bellezza viene isolata dalla bontà e dalla verità. L’estetismo che la persegue come fine a sé stessa, e l’edonismo, che cerca di piacere come fine ultimo, rischiano di allontanarci dal vero scopo dell’arte sacra. Per evitare tali insidie, gli artisti devono sforzarsi di dare vita a opere radicate nella fede e nell’amore a Dio, permettendo alla loro creatività di riflettere la bellezza divina, sorgente di ogni vera arte. Se ricercata come fine a sé stessa, la bellezza conduce a una distorsione dello splendore del recato, poiché essa dovrebbe sempre condurci a colui che è la Bellezza.
Benedetto XVI, saggio Cantate artisticamente per Dio
Secondo la fede cristiana (…) appartiene all’essenza dell’uomo che egli viene dall'”arte” di Dio: egli è proprio un “tassello” del grande disegno creativo di Dio; e come creatura razionale, capace di intendere e di volere, egli può conoscere le idee creatrici di Dio, contemplarle, tradurle nella dimensione di ciò che si vede e si sente. […] Il banco di prova della vera creazione artistica sta esattamente nel fatto che l’artista esce dai circoli esoterici e sa dar forma alla propria intuizione in modo tale che gli altri siano in grado di percepire che cosa egli ha percepito. […]
Sopra abbiamo già schizzato brevemente la problematica del concetto moderno di creatività, nella quale è presente in forma condensata l’intero problema antropologico della modernità. Con la svolta idealistica in filosofia, lo spirito umano non viene più considerato come primariamente recettivo; si afferma che esso è solo più produttivo. Nella radicalizzazione esistenzialistica di quest’impostazione si vuole che prima dell’esistenza umana non ci sia niente che abbia in sé senso alcuno. L’uomo proviene da una fatticità priva di senso ed è gettato in una libertà priva di ragioni. Così egli diviene puro creatore; la sua creazione diviene nel contempo puro arbitrio e proprio per tale motivo vana e vuota.
Ecclesia semper reformanda
Non abbiamo bisogno di nuovi sacramenti per realizzare l’ideale della santità: la chiamata e i mezzi per raggiungerla restano immutati e accessibili a chiunque abbia “orecchi per intendere”. Il fascino della novità rischia di diventare fine a sé stesso. Si insinua così l’idea che nella liturgia si debba sempre fare qualcosa, introducendo, inventando, o cambiando […] Da un punto di vista teologico, invece, riformare significa tornare alle sorgenti, tornare sulla retta via. Certo, la riforma è necessaria, ma non occorre inventare un nuovo modo di essere Chiesa. […] Un sacerdote privo di radici, che ignori questo patrimonio, sarebbe come un san Paolo che avesse preteso di seguire Cristo in solitudine, prescindendo dagli altri Apostoli. Proprio come Paolo dovette incontrare i Dodici e apprendere da loro la Tradizione. […] E’ un errore quando i sacerdoti introducono innovazioni arbitrarie, e sono privi di conoscenza o riferimenti alla Tradizione. La crescita non può avvenire nell’isolamento; un albero necessita di radici per recare frutto. […]
In molti contesti si è smarrita la genuina comprensione dell’essenza stessa della liturgia, nonché della natura e del fine sacro del ministero sacerdotale. […] Incoraggerei i sacerdoti ad affrontare le sfide come opportunità per imitare Cristo abbracciando la croce. Proprio come il Signore ha affrontato ostilità e incomprensioni, anche da parte delle autorità religiose, così i sacerdoti devono essere pronti oggi a incontrare resistenze e scoraggiamento nel loro sforzo di rinnovare la liturgia e la musica sacra nelle proprie parrocchie. Non dobbiamo lasciarci piegare dai venti mutevoli dell’opinione pubblica o dalle pressioni a conformarci alle egemonie culturali. Occorre, invece, il coraggio di procedere controcorrente, puntando tutto sul Signore e sulle sue promesse.
Quando la natura trascendente e divina della liturgia non viene più compresa o apprezzata, diventa inevitabile accontentarsi della mediocrità o persino della banalità nel culto. Laddove le liturgie sono celebrate con la cura per la bellezza, con dignità, e attenzione per la musica sacra, ciò è quasi sempre il frutto del lavoro coraggioso e controcorrente di sacerdoti devoti, di artisti autentici e fedeli – musicisti e artigiani – che offrono devotamente i propri talenti e la loro stessa vita con grande generosità, talvolta operando per anni in circostanze difficili e con scarso sostegno.
Il contesto liturgico
Il Concilio auspicava un uso equilibrato del latino e delle lingue volgari: il latino doveva rimanere la lingua sacra, parte integrante della liturgia; mentre il volgare veniva introdotto per facilitare ai fedeli la comprensione delle Sacri Scritture nelle celebrazioni liturgiche. Quando nel 1969 papa Paolo VI promulgò il Novus Ordo Missae, estendendo l’uso della lingua volgare all’intera celebrazione della Santa Messa, egli intendeva favorire una più ampia partecipazione alla liturgia. La conseguenza fu, tuttavia, che in molti contesti – se non nella maggior parte – il latino scomparve quasi del tutto dalla vita liturgica della Chiesa, disattendendo l’appello del Concilio alla sua conservazione. Il Concilio considerava l’apertura al volgare quale strumento di evangelizzazione, ma ciò a cui assistiamo oggi è un uso molto più esteso del volgare rispetto alle intenzioni del Concilio stesso. La completa volgarizzazione della liturgia ha contribuito a questa perdita del senso del sacro che la Chiesa oggi sperimenta. Ritengo che alla base di questa avversione per il latino ci sia il risultato di generazioni segnate da scarsa formazione, radicate in un’ideologia secondo la quale la Tradizione della Chiesa debba essere accantonata a vantaggio di qualcosa di totalmente nuovo.
Dinnanzi a tale sfortunata deriva, e avvertendo l’urgente necessità di sostenere le direttive conciliari sulla salvaguardia del latino e del canto gregoriano, nel 1974 la Sacra Congregazione per il Culto Divino pubblicò la lettera Voluntati obsequens (14/04/1974), accompagnata dal libretto intitolato Jubilate Deo, che delineava un repertorio minimo di canti gregoriani latini da eseguire nelle cattedrali e nelle parrocchie di tutto il mondo. La Voluntati obsequens costituì un accorato appello perché la Chiesa traducesse in atto il desiderio di Paolo VI, “che sia conservato per tutti i Paesi il canto latino e gregoriano del Gloria, del Credo, del Sanctus, dell’Agnus Dei“, che era a sua volta un’eco delle parole del Concilio Vaticano II (cfr. Sacrosanctum Concilium n.54). Spetta a noi adeguarci alla liturgia, non viceversa. I fedeli potrebbero non essere sempre in grado di spiegare il significato preciso di determinati vocaboli o gesti sacri, eppure ne possono comunque intuire il senso grazie al loro contesto nella sacra liturgia. Non ci si deve accostare alla liturgia con preconcetti ideologici. Al contrario, quando si prega, è necessario avere profonda umiltà, “perché non sappiamo pregare come si conviene” (Rm 8,26). Si tratta di misteri che non potremo mai comprendere appieno su questa terra. Il latino, come la musica, è un linguaggio universale capace di unire i popoli al di là del nostro livello di comprensione del significato delle parole.
Tale orientamento garantisce che la liturgia possa rimanere una forza unificante all’nterno della Chiesa, capace di oltrepassare i confini locali e culturali. […] In Guinea, in Francia, come nelle Fiji, la liturgia dovrebbe essere inconfondibilmente cattolica, parte della Chiesa universale, celebrazione di una fede condivisa, anziché frammentata dalle identità culturali. […] Immettere nello spazio sacro elementi quali tamburi e danze, tipici dei contesti festivi popolari, rappresenterebbe una profanazione del sacro. […] Benché oggi in Africa capiti talvolta di assistere ad alcune danze liturgiche, nella mia esperienza esse non costituiscono affatto la modalità con la quale gli africani comunicano autenticamente con Dio. Non si tratta in questo caso di una genuina inculturazione. […] Noi non dobbiamo inventare alcunché! Siamo chiamati unicamente a conservare ciò che abbiamo ricevuto dalla Sacra Tradizione e dai nostri padri nella fede.
L’orientamento ecclesiale
Se la Chiesa non si fa guida attraverso la bellezza, è la sua stessa missione evangelica a soffrire, e il grande tesoro della tradizione musicale ecclesiale corre il grave pericolo di essere dimentica e perduto. […] Il mecenatismo che ha segnato un’epoca di straordinario splendore per l’arte sacra, rimane una soluzione valida, ove possibile nello sforzo mirato a far rinascere la cultura musicale ecclesiale. […]
La realtà della vita ecclesiale odierna è complessa e sofferta, perché la società occidentale agisce e vive in un’apostasia silenziosa, come se Dio fosse morto. Una profonda crisi di fede e di vocazioni sta portando alla chiusura dei seminari in Europa e sovraccaricando di lavoro molti sacerdoti […] Le chiese chiudono, vengono vendute e, in alcuni casi, sono demolite o sconsacrate. Il numero di fedeli praticanti nella maggior parte dei paesi occidentali è in calo e la partecipazione alla Messa domenicale è percepita come qualcosa di facoltativo. […]
Per gli errori e le infedeltà che assediano la Chiesa, il rimedio risiede nel tornare alle sorgenti della nostra fede, attingendo profondamente ai pozzi della Scrittura e della Tradizione. Se ci immergiamo nella verità della Parola di Dio, permettendole di penetrare nei nostri cuori e nelle nostre menti, allora essa trasformerà gradualmente le nostre esistenze e, di riflesso, l’intera Chiesa. Dobbiamo infatti ricordare che, in fin dei conti, è Dio che edifica la sua Chiesa, non noi con i nostri modesti sforzi. Tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che siamo proviene da lui. La fede che professiamo, i sacramenti che celebriamo, la Tradizione che abbiamo ereditato: tutti questi sono doni del Signore, affidati a noi affinché li custodiamo e li trasmettiamo. Non siamo chiamati a inventare una nuova fede o una nuova Tradizione a ogni generazione, bensì a riceverle umilmente e con gratitudine, lasciando che esse plasmino la nostra vita e il nostro culto.
Quando gli artisti si dedicano alla via della bellezza e alla creazione, essi stanno in definitiva orientandosi verso la fonte di ogni bellezza e partecipando al genio creativo dell’uomo, che è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Le esperienze della bellezza nell’arte e nella cultura sono vere e proprie vie di grazia che elevano l’anima, orientandola costantemente verso il mistero trascendente di Dio.



