XXIV dom. Tempo Ordinario (A)
Sir 27,30–28,7; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35
Lo stesso libro del Siracide nell’A.T. sembra proprio riecheggiare l’insegnamento evangelico. L’uomo che non ha misericordia per il suo simile, osa pregare per i suoi peccati? Gesù proclama Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia, perdonate e vi sarà perdonato. Israele nel tempo aveva svolto una cammino di maturazione nella fede. L’antica legge “occhio per occhio, dente per dente” (Es 21) era servita per evitare faide sproporzionate, cioè punizioni eque. Già nel Levitico si era superato lo spirito di vendetta e, senza ricambiare le offese con altro male, il libro diceva: non serberai rancore, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Al tempo di Gesù la legge prevedeva l’obbligo di accordare il perdono a chi riconosceva il proprio errore e chiedeva perdono. Non più di tre volte, secondo i rabbini; alla quarta si poteva chiedere giustizia per vie legali.
Gesù che non è venuto per abolire ma portare a compimento l’antica legge, ai suoi discepoli richiede più impegno anche nella riconciliazione; secondo la perfezione cristiana che cerca di realizzare il comandamento dell’amore al massimo grado. Alla Maddalena sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco. La Maddalena fino all’incontro con Gesù viveva nel peccato, quando si converte cambia mestiere e scopre l’amore vero.
Nel discorso iniziato la settimana scorsa, il Maestro ci ha indicato l’importanza della correzione fraterna e oggi continua parlando del perdono. Per chiarire il messaggio formula una parabola; non la racconta così per intrattenere il pubblico che si trova davanti: vuole esplicitare col racconto di una parabola perché per la gravità del discorso ne va della nostra salvezza. Fate conto che un talento all’epoca equivaleva a 36kg di oro; moltiplicando per diecimila si ha una cifra spropositata, l’ammontare di capitale che non sarebbe bastato il lavoro di una vita. Il servo sarebbe rimasto insolvente in eterno, solo un condono poteva salvarlo. San Paolo ai Colossesi scrive proprio Dio ha annullato il documento scritto del nostro debito le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Non avremo mai potuto salvarci solo con le nostre buone opere, al nostro peccato deve sovvenire la misericordia di Dio.
Bisogna saper chiedere perdono e saperlo donare. Il padrone della messe vuole rimettere gratuitamente il debito all’operaio. Lui invece cosa fa con un debitore che gli doveva molto meno? Lo fa gettare in carcere… I figli di Dio invece sono misericordiosi come il Padre loro celeste, perché – dice San Paolo nell’inno alla carità – l’amore non tiene conto del male ricevuto, tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta. Diceva San Giovanni Bosco: La vendetta del vero cristiano è il perdono e la preghiera per la persona che ci ha fatto del male. Ricevendo l’opposto, il malvagio, può ravvedersi e imparare qualcosa che non conosce, ovvero l’amore dimostrato da Gesù in croce quando ha perdonato i suoi carnefici. Dopo la risurrezione ha istituito gli apostoli “ministri della riconciliazione” per amministrare il perdono sacramentale che cancella le nostre colpe per tornare in comunione con Dio che non aveva comunque smesso di amarci.
A Pietro Gesù dice di perdonare Non fino a sette volte (ben più di tre, sempre) ma settanta volte sette (cioè all’infinito). Sono parole con un preciso riferimento scritturistico al libro della Genesi, dove Lamech – figlio di Caino – cantava: Sette volte si è vendicato Caino ma io fino a settanta volte sette. “Perdonare le offese ricevute” è la 5° opera di misericordia spirituale, che traduce in pratica il Padre nostro quando diciamo rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
La prima lettura ci ha detto ricordati della corruzione e della morte perché, nell’ultimo giorno, se non perdonerete di cuore al vostro fratello neanche il padre vostro celeste perdonerà a voi – dice Gesù – Sarete giudicati con la stessa misura con cui giudicate. E San Paolo chiede: Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna! (1Cor). Il supremo giudice è da temere più di qualunque tribunale umano, perché non dà ergastoli, dà il premio o la pena eterna (che non finisce, a differenza di questa vita che passa).


