La Chiesa ha sempre richiesto ai fedeli rispetto e riverenza verso l’Eucaristia, nel momento in cui la ricevono. Quanto al modo di accostarsi alla Comunione, questa può essere ricevuta dai fedeli sia in ginocchio che in piedi. Quando i fedeli ricevono la Comunione in ginocchio, non è loro richiesto alcun altro segno di riverenza verso il SS. Sacramento, poiché lo stesso atto di inginocchiarsi esprime adorazione. Quando invece la ricevono in piedi, si raccomanda caldamente che, accostandosi all’altare processionalmente, facciano un atto di riverenza prima di ricevere il Sacramento ” (istruzione Inaestimabile Donum)

Pelliccioli Angelo, La liturgia è ancora sacra?, Ed. Fede&Cultura, 2021
[Al Congresso mondiale sulla Sacra Liturgia, tenutosi a Milano dal 6 al 9 giugno 2017] quale esempio di rispetto e devozione alla santissima Eucaristia, il Porporato [Robert Sarah] ha poi riportato i comportamenti tenuti in proposito da San Giovanni Paolo II e da Santa Madre Teresa di Calcutta. Il primo, infatti, non si è mai posto in piedi o seduto davanti al Santissimo Sacramento, nemmeno quando le forze lo avevano abbandonato e ridotto allo stremo. La seconda che, per suo stesso dire, incontrava le membra di Cristo in ogni povero, ammalato o diseredato rinvenuto per strada, al momento di ricevere la santa Comunione si inginocchiava e la prendeva rigorosamente sulla lingua, proclamandosi del tutto indegna di riceverla diversamente.
Quando nel 1969 fu pubblicata l’istruzione Memoriale Domini, Roma riaffermò la Comunione sulla lingua come norma, dopo aver consultato i vescovi di tutto il mondo. Tuttavia, furono concesse delle eccezioni nei luoghi in cui la Comunione sulla mano si era già diffusa. Con il passare del tempo, quella che era nata come un’eccezione divenne una pratica comune. Gli indulti concessi da Paolo VI per la “comunione in mano”: Olanda e Belgio, Francia e Germania, 29 maggio 1969; Sudafrica, 3 febbraio 1970; Canada, 12 febbraio 1970; Rodesia (Zimbabwe), 2 ottobre 1971; Zambia, 11 marzo 1974; Nuova Zelanda, 24 aprile 1974; Australia, 26 settembre 1975; Inghilterra e Galles, 6 marzo 1976; Papua e Nuova Guinea, 28 aprile 1976; Irlanda, 4 settembre 1976; Pakistan, 29 ottobre 1976; Stati Uniti d’America, 17 giugno 1977; Scozia, 7 luglio 1977; Malesia e Singapore, 3 ottobre 1977
Enrico Finotti, Vaticano II 50 anni dopo, Fede&Cultura, 2012, p.386
Rosmini proclama il primato della liturgia nella vita della Chiesa e nelle sue attività fondamentali. Egli afferma l’eminenza del Sacramento sulla stessa Dottrina e sulla Morale:
Furono dunque i Sacramenti… quei riti misteriosi, quelle opere potenti, onde gli Apostoli riformarono il mondo intero… che creavano un’anima nuova dentro l’antica, una nuova vita, de’ nuovi cieli ed una nuova terra. In somma, ciò che gli Apostoli aggiunsero alla loro predicazione, fu il culto cattolico, che nel Sacrificio, ne’ Sacramenti e nelle preghiere annesse principalmente consiste. Le dottrine che colla predicazione si diffondevano, erano altrettante teorie; ma la forza pratica, la forza di operare, nasceva dal culto, onde l’uomo attinger doveva la grazia dell’Onnipossente. (Antonio Rosmini, “Delle cinque piaghe”)
In altri termini egli riconosce che l’annunzio evangelico non potrebbe essere compreso dai popoli, né la norma morale della legge evangelica essere vissuta se il Sacramento non abilitasse la mente dell’uomo peccatore a comprendere il pensiero di Cristo e la sua volontà a vivere la nuova legge dello Spirito. (…)
In tal modo si vede con chiarezza come il Rosmini anticipi quello che è il cuore della Costituzione liturgica del Vaticano II, che afferma che la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (SC 10). La liturgia quindi in Rosmini e poi nel Vaticano II non ha solo un primato logico nella trattazione, ma ha un primato esistenziale, che innerva necessariamente e permanentemente tutti gli aspetti della vita ecclesiale.
Mauro Gagliardi, La liturgia fonte di vita, Fede&Cultura, 2013
Cosciente dell’importanza del momento della sacra comunione eucaristica, la Chiesa ha cercato di trovare un’espressione rituale che potesse testimoniare nel modo migliore la sua fede, il suo amore e il suo rispetto verso le specie eucaristiche. Questo si è verificato a partire almeno dal VI secolo, quando la Chiesa cominciò ad adottare la modalità di distribuire la comunione direttamente sulla lingua. Il sinodo di Cordoba dell’anno 839 condannò la setta dei «casiani», per il loro rifiuto di ricevere la sacra comunione direttamente sulla lingua. Il sinodo di Rouen nell’anno 878 ribadì la norma vigente della distribuzione del corpo del Signore sulla lingua, minacciando i ministri sacri della sospensione dal loro ufficio, se avessero distribuito ai laici la comunione sulla mano. (…) La prassi generale di distribuire la comunione sulla lingua non giunge a maturazione nel tardo-medioevo, ma è già difesa come prassi stabilita e comune, come minimo dal secolo IX. Nel XIII secolo, infine, San Tommaso sostenne che di norma nessun altro se non il sacerdote dovrebbe toccare il corpo di Cristo. (…)
Al di là dei pur incontestabili dati storici, va detto comunque che non conta tanto quando la Chiesa abbia assunto questa prassi; conta di più riflettere sul fatto che essa ha ritenuto opportuno raccomandare quest’uso al posto della consuetudine dei primi secoli. Questo sviluppo si può considerare, infatti, come uno dei frutti della spiritualità e della devozione eucaristica dei Padri della Chiesa. Già nel primo millennio, a causa del carattere altamente sacro del pane eucaristico, la Chiesa ha progressivamente percepito, sia in Occidente sia in Oriente, la grande opportunità di distribuire la sacra comunione direttamente sulla lingua. La comunione sulla lingua non è un tradimento della prassi liturgica antica, ma è la realizzazione dei desideri dei Padri, ossia che l’ostia sia venerata e rispettata il più possibile. Perciò un vescovo argentino ha scritto che «la comunione sulla mano è il modo di comunicare che ebbero i Santi Padri, ma la comunione in bocca è il modo che essi avrebbero voluto avere» (J.R.Laise, Comunion en la mano. Documentos e historia, Vortice, Buenos Aires, 2005, p.70).
Non è questione di “zuppa o pan bagnato” se la Comunione la riceviamo in piedi e sulla mano o in ginocchio e sulla lingua, o se il Santo Sacrificio viene offerto rivolti verso oriente e verso il Sole di Giustizia oppure rivolti verso sé stessi, chiusi nel cerchio dell’assemblea. Non è la “stessa cosa detta in modi diversi”. Sono, nel migliore dei casi, cose simili dette in modi alternativi; a volte, ahimè, cose opposte dette in modi opposti.
Peter Kwasniewski, “Il rito romano di ieri e di domani: Ritornare alla liturgia latina tradizionale dopo settant’anni di esilio”, Os Justi Press
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