“Libera Chiesa in libero Stato”

M. Antonietta – Emilio Biagini, Le storie più brutte: Come raccontare al nipotino le menzogne della storia contemporanea, Fede&Cultura, 2018

Nel 1848, quando la “Prima Guerra di Indipendenza” che opponeva il regno di Sardegna all’Austria stava già andando male, che faceva il parlamento savoiardo di Torino? Discuteva forse su come difendere il regno? Ma quando mai? La grande questione all’ordine del giorno era l’abolizione dei Gesuiti, insultati dai deputati come fossero spazzatura e portatori di malattie vergognose.

Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del regno di Sardegna, aveva escogitato l’ipocrita formula di propaganda “libera Chiesa in libero Stato”, che di fatto significava che lo Stato aveva il diritto di spogliare la Chiesa di tutti i suoi averi che permettevano ai preti di vivere, di soccorrere i poveri e di pagare gli artisti che producevano opere d’arte sacra. Sarebbe stato molto più sincero dire: “Chiesa schiava in Stato tirannico”. Nemmeno un tetto sulla testa dovevano avere gli Ordini religiosi. Vescovi, preti e frati furono incarcerati in gran numero senza processo. Cavour e i suoi seguaci volevano una “costituzione civile del clero” per ridurre i preti a servi strettamente controllati dallo Stato: proprio lo stesso obiettivo dei giacobini al tempo della Rivoluzione francese.

Nel 1855 si presentava il problema di persuadere il governo massonico inglese che il regno di Sardegna, e così pure il futuro regno d’Italia sarebbe stato nemico della Chiesa: era la condizione essenziale per ottenere l’appoggio di Londra alle ambizioni sabaude di conquista dell’Italia. In quell’anno, infatti, fu presentata e approvata al parlamento di Torino l’infame legge Cavour-Rattazzi per la soppressione degli Ordini religiosi. Questo fatto, e non l’insignificante partecipazione dei bersaglieri sabaudi all’aggressione imperialistica di francesi e inglesi in Crimea contro la Russia in quello stesso anno, permise al regime massonico sabaudo di ottenere il desiderato appoggio dei potenti regimi massonici che dominavano l’Inghilterra e la Francia.

Il grande santo torinese Don Bosco ebbe due sogni premonitori sulla punizione divina che stava per abbattersi su casa Savoia se il re Vittorio Emanuele II avesse promulgato quella legge. Nell’ultimo vide un valletto vestito di rosso uscire di corsa dalla reggia gridando in latino: “Mala super mala in domo regis” (Sciagure su sciagure nella Casa reale). Immediatamente dopo, nell’arco di un mese, Casa Savoia fu colpita da ben quattro lutti. Morirono: la regina madre Maria Teresa di 54 anni, la regina Maria Adelaide di 32 anni, Ferdinando fratello del re Ferdinando e duca di Genova di 33 anni, e il piccolo Vittorio Emanuele di quattro mesi ultimogenito del re.

Don Bosco ammonì più volte il re, e fra l’altro gli ricordò la terribile profezia contenuta nella carta di fondazione dell’abbazia di Novalesa. In quel documento, che risale al 726, quando l’abbazia fu fondata, si ammonisce che se casa Savoia avesse osato rubare alla Chiesa, e quindi a Dio, non avrebbe “superato la quarta generazione”. I consiglieri del re, da perfetti incoscienti laicisti e atei, ridicolizzarono gli ammonimenti di Don Bosco, dicendo: “Il tempo delle rivelazioni è passato”. Ma la profezia si realizzò in pieno: con la Seconda Guerra Mondiale, i Savoia persero disastrosamente il trono prima di arrivare alla quarta generazione come re d’Italia.


ANTONIO GRAMSCI, grande pensatore comunista morto in un carcere fascista, sulla Questione Romana scriveva così:

Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia – in piccolo – a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola, facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu la facile vittoria contro un avversario che – militarmente – non esisteva più. Politicamente, Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione – violenta e artificiale – del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica.

Le belle frasi “Terza Roma” sono completamente vuote di senso. Roma è città imperiale e città papale: in ciò solo sta la sua grandezza universale. La Terza Roma non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma, l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato fra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea.

Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale […]. Il bisogno religioso, il fatto religioso sono essenzialmente fenomeni universali, internazionali. Perciò nonostante tutte le declamazioni della pseudosociologia democratica e di qualche socialista da loggia o da sinagoga, la Chiesa cattolica è societas perfecta assai più meglio che lo Stato nazionale massonico e borghese. Il potere temporale dei papi, a torto vituperato dai semianalfabeti del Libero pensiero, è stato un modus vivendi storicamente necessario e inevitabile, è stata l’unica forma che potesse, nei secoli passati, garantire la libertà della chiesa. L’unità nazionale poteva avere un corso diverso da quello che ha avuto.

L’unificazione d’Italia in una monarchia accentratrice non ebbe altra giustificazione che la forza delle armi e gli intrighi diplomatici dei Savoia. Della serietà dei famosi Plebisciti non è nemmeno il caso di parlarne: roba simile alle acclamazioni dei fiumani a D’Annunzio. In verità, sarebbe stato più conforme alle esigenze della situazione storica e ai bisogni del popolo italiano il programma federalista repubblicano del Cattaneo o anche il programma federalista del Balbo o quello neoguelfo del Gioberti. Malgrado le differenze degli storici aulici a democratici, i cattolici italiani erano in fondo più patrioti dei patrioti.

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