Credendo speret, sperando amet

Nel brano del vangelo (Gv 6,59-66) Gesù diventa quasi provocatorio per quei discepoli che trovano duro il suo linguaggio: “Conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: Questo vi scandalizza?”. Cioè, non sapete che la fede è una cosa seria e difficile? Che capirla e viverla richiede scelte precise e coraggiose? Anche voi – dice rivolto ai più vicini, i Dodici- forse anche voi volete andarvene? Il contenuto della fede ha contorni ben precisi, e Gesù non cede in niente anche quando la gente dice: “Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?” e lo abbandona. Proprio ai più vicini Gesù non fa complimenti: o è così, o… andatevene anche voi, se volete!

Seguire Gesù è impegnativo, la scelta per Lui è un rischio. Nel suo nocciolo credere è una RESA: un arrendersi alla scoperta dell’amore di Dio, alla esperienza che di Dio si ha bisogno e ci si può fidare, alla consapevolezza che Lui ha fatto proprio di tutto per conquistarci, e ci offre molto più di quello che noi stessi possiamo sognare. Vi è resistenza anche della nostra intelligenza che non “vede” e non capisce fino verità e scelte, a volte sconcertanti, di Dio su noi e sulla storia.

«Le parole che vi ho detto – prosegue Gesù – sono spirito e vita». Pietro lo riconosce: «Tu hai parole di vita eterna». Gesù propone una parola di vita, ha un progetto di riuscita umana, che è l’unico vero perché è quello di Dio Creatore. I veri discepoli di Gesù lo seguono come unico modello di umanità, sul quale misurare ogni altra scelta e valore. Come diceva San Francesco: “Tutto il bene, il sommo bene…”, “Il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene”.

Questo “credo” non è atto da poco, perché significa scartare e svalutare gli altri modelli proposti dal mondo. L’esperienza fallimentare di umanità che ci sta attorno e le nostre stesse illusioni ci spingono a dire: Signore, da chi mai andremo se non da Te? Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio.

Si è fatto conoscere, si è fatto uomo per condividere le nostre sofferenze. E’ stato provato in tutto, anche nelle tentazioni, ma non ha ceduto al peccato. Il suo amore è così grande che, se avesse potuto, avrebbe condiviso anche il peccato, ma Egli non può andare contro se stesso. Si è sobbarcato della pena conseguente al peccato di tutta l’umanità, per rendere giustizia al Padre.

Ha pagato duramente quello che sosteneva, cioè essere Figlio di Dio, di natura divina. Non ci troviamo di fronte ad un ciarlatano, intenzionato a incantare le folle per ottenere il potere. Non annacqua la fede per avere più pubblico, così come la Chiesa non corre dietro a mode moderne per avere più consenso. Gesù non è uno dei tanti filosofi che si son susseguiti nel corso della storia. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto (Mt 5,25); a differenza di tutte le correnti di pensiero, succedutesi una dietro l’altra, la Parola di Dio non è mai caduta nel dimenticatoio.

Signore, da chi andremo? Quale saggio ha condiviso così crudamente il nostro dolore? Moltissimi saggi prima di Cristo hanno scritto, hanno diffuso belli insegnamenti, hanno indicato la via della saggezza. Ma nessuno si è sottoposto ad una tortura così atroce come Gesù Cristo. Nessuno ha affermato quello che ha affermato lui di sé stesso, dichiarandosi Figlio di Dio. Nessuno ha detto: Venite a me o voi tutti che siete affaticati e stanchi, ed io vi ristorerò. Nessuno ci ha promesso di portarci uno per uno al Padre (“vi preparerò un posto”). Nessuno ha perdonato il ladrone crocifisso come Lui sulla croce accanto. Nessuno ama ogni uomo come fa Lui.

Per sfuggire al suo conflitto interiore, l’uomo moderno cerca costantemente di riempire il vuoto che solo Dio può colmare. Per questo motivo odia il riposo, vuole “uccidere il tempo”. L’esistenza nel tempo non può essere sopportata; così cerca di fuggire in una vita in cui può dimenticare se stesso. La maggior parte dei suoi piaceri non sono altro che un “passatempo” o un surrogato per l’anima vuota. La sua musica, con la sua discontinuità caotica, lo spinge a un movimento che non va da nessuna parte, ma diventa un narcotico per “drogare” la sua anima.

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