Psicologia romana

Se pensi che Dio stia in un solo luogo, abbia una sola pelle ed una sola lingua, ti sbagli: vende fiori al Marais, ascolta musica di Leonard Cohen a New York ed è impiccato in differita da qualche parte al centro di uno stadio in Africa dove poi giocheranno una partita in diretta.

Erano quindi presuntuosi quelli della torre di Babele: volevano parlare una sola lingua ed essere un solo popolo; per questo Dio li ha fatti impazzire e non si sono poi più capiti.

Non amavano. Gli innamorati infatti si capiscono sempre, baciano tutti allo stesso modo anche se parlano lingue diverse. Mi piace quella lapide nella Università di Roma; occorrerebbe scolpirla in ogni luogo di pensiero.


Se pensi che Dio non abbia figli, ti sbagli: ne ha moltissimi; partorisce di continuo uomini e donne come giochi pirotecnici di margherite in primavera. Sono suoi figli pure quelli che lo uccidono e che lui incatena con abbracci senza mai stancarsi ma loro non lo sanno. 

Non credere quindi a quelli prigionieri dentro i loro muri incipriati di sangue, a coloro che rispettano l’ordine pubblico vivendo in un disordine privato; hanno paura di se stessi e non escono fuori, non vedono mai l’alba, chiudono gli occhi prima di ogni tramonto e non mangiano bignè.

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Al cinema con la scuola Camera di Consiglio

IL legame profondo tra l’antica Grecia e il Maxi Processo di Palermo (1986-1992) è nell’assenza di diritto (dikaion): il passaggio della giustizia privata (vendetta) a quella pubblica, e l’affermazione della legge come supremo strumento di garanzia democratica e parità dei cittadini.

1) L’Agora come aula di giustizia.

Ad Atene i processi venivano celebrati nell’Eliea (tribunale popolare) o all’aperto.
Centinaia di cittadini giudicavano i reati .
La storica Aula Bunker di Palermo costruita appositamente per ospitare centinaia di imputati mafiosi, riflette lo stesso spirito: la celebrazione del giudizio come rito pubblico, trasparente e collettivo dello Stato.

2) La giuria popolare

Nella democrazia ateniese il sorteggio dei giudici popolari garantiva l’imparzialità contro la corruzione e pressioni oligarchiche.
Nei processi di Corte d’Assisi (come nel Maxi Processo), i giudici popolari affiancano quelli togati (magistrati di carriera) con la medesima funzione di rappresentanza della società civile.

3) IL ruolo dell’accusa.

Nel mondo greco non esisteva un vero e proprio Pubblico Ministero (PM magistrato che rappresenta l’accusa e perseguire i reati per conto dello Stato).
Erano i cittadini (spesso a rischio della propria inculuminita’) a farsi accusatori.
Nel Maxi Processo, l’accusa fu portata avanti con enorme rischio personale dal pool antimafia guidato da G. Falcone e P. Borsellino, veri e proprio” accusatori pubblici” in nome dell’interesse collettivo.
(ritorna il bene comune auspicato anche dall’architetto Truman per la creazione dell’Unione Europea).

4) Democrazia e Poteri forti.

Entrambi i contesti dimostrano come il diritto sia il baluardo contro chi vuole imporre regole alternative a quelle statali.
Ad Atene le riforme di Efialte e Solone limiteranno il potere dell’Areopago (tribunale aristocratico): il Maxi Processo ha segnato la fine del mito dell’imputato e dell’invulnerabilità di Cosa Nostra, dimostrando che la mafia è un fenomeno umano e non un invivibile destino.

5) IL costo della giustizia.

Nell’antica Grecia l’accusatore doveva dimostrare la bontà della sua azione per non subire pene a sua volta.
Nella storia dell’antimafia italiana l’inquisizione giudiziaria ha preteso il prezzo più alto, costando la vita ai magistrati stessi.

6) La crisi della polis e l’ordine pubblico.


Entrambi i sistemi processuali evidenziano come, nei momenti di crisi istituzionale (la guerra del Peloponneso per Atene, l’espansione criminale a Palermo), la risposta della comunità si sia concentrata sul potenziamento dell’apparato giudiziario ,cercando nella Legge l’unico strumento in grado di ripristinare l’ordine e la coesione sociale.

Concludo con l’espressione di Immanuel Kant (Critica della ragione pratica)
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione, sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di essere: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

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Scegliere di fare l’insegnante.

A 22 anni decisi di fare l’insegnante.
Ci sono luoghi che non scegliamo davvero.  Ci capitano. E poi, lentamente diventano parte di noi.
Per me non è stato così.
Ho voluto e desiderato fortemente abbracciare e diventare professore.
È stata una scelta.
Dentro le mie scelte.
Dentro le mie fatiche.
Le albe scure e luminose non sono l’inizio di una giornata.
Sono il segno concreto di un impegno.
Di una scelta reiterata,giorno dopo giorno.
Entrare in classe significa, ogni volta decidere di esserci.
Nonostante la stanchezza.
Nonostante la distanza.
Nonostante il tutto.
Ma con consapevolezza.
E si porta con sé
I volti
Ie voci
Le attese
Le corse contro tempo.
La giornata inizia prima dell’alba e, finisce quando il sole è già calato.
La carriera di insegnante è lunga,
pellegrinante.
Porto con me queste scelte volute ,un modo di stare nel mondo.
Forse più attento.
Forse più consapevole.
Forse più semplicemente umano.