“Vanità di vanità tutto è vanità” è sicuramente l’insegnamento spirituale più noto di San Filippo, reso celebre da Angelo Branduardi con la colonna sonora del film State buoni se potete(con Gianni Dorelli, regia Luigi Magni). Sono i versetti iniziali del libro del Qoelet, che furono tanto significativi per San Filippo da ispirargli delle filastrocche da cantare durante le camminate alle 7 chiese, in periodo di carnevale.
La vanità è l’esaltazione dell’amor proprio che si compiace di sé, delle proprie qualità e doti, tanto d’intelletto quanto di estetica. La vanità ricerca l’apprezzamento altrui, attraverso l’avvenente mostra di sé e in modi più sottili nei diversi gradi in cui si esercita. Per San Filippo, che disse di non aver mai lasciato il mondo in seguito alla sua vocazione – invero la secolarità è un connotato degli oratoriani –, il tema vanità/mondanità fu una costante nel suo ministero di direttore di anime.
Non desistere da fare il bene per la vanagloria che senti nel fare le opere buone, basta che sia compagna e non padrona, anche se la perfezione vorrebbe che fosse serva. Quando poi sei tentato, ricordati delle cose belle che Dio ti ha fatto gustare e così facilmente supererai ogni tentazione. In principio Dio attira le anime a sé allettandole con la dolcezza spirituale ma poi la toglie, per vedere se sono forti nello spirito e la lascia combattere contro tribolazioni e tentazioni. Se le sopportano gli riconcede queste consolazioni duplicate, e non sentono più travaglio né fastidio alcuno. – SAN FILIPPO NERI
La musica fu da sempre impiegata nel metodo impostato personalmente da padre Filippo per il suo Oratorio. Da principio il livello era elementare, pari alle laudi popolari che Pippo buono apprese nell’infanzia alla Basilica di San Marco (Firenze). Talmente rudimentali che non rimangono neanche documenti delle prime pratiche musicali da lui congegniate, appunto perché senza composizione, prive di musica suonata, adattate su altri motivi, del tipo “cantasi come” o sulla base di musiche note alla gente. Lo spazio musicale per padre Filippo era un elemento complementare e accessorio, di contorno al sermone, centrale negli esercizi dell’Oratorio. La musica era da lui utilizzata in modo ricreativo per aprire e chiudere gli incontri, o nelle passeggiate. La seconda importante funzione della musica era, poi, quella catechetica, che si dà grazie alla parola, per la capacità del canto di veicolare un messaggio.
origini
Per definire le caratteristiche della musica prodotta in ambito filippino, bisogna tornare sempre alle origini, poiché la musica all’Oratorio di San Filippo Neri non si deve ad alcuni illustri signori quali Giovanni Animuccia o Pierluigi Palestrina, amici di San Filippo che assunsero la direzione dell’oratorio musicale. Non si deve neanche ad altri protagonisti come Emilio del Cavaliere, Francesco Soto Langa, Agostino Manni, Giovenale Ancina… Questi compositori furono attirati all’Oratorio dal genio di padre Filippo, che per primo volle impiegare la musica negli esercizi dell’Oratorio.
evoluzione
Nel corso della storia, quando si attraversò il passaggio dall’età umanistico-rinascimentale al barocco, anche l’Oratorio di San Filippo Neri rimase al passo coi tempi, fedele però ai principi del fondatore, che non era un artista e non intendeva fare concorrenza ai teatri, perché era un santo che promuoveva la formazione cristiana e la cura della vita spirituale. Ove si perse di vista quel fine, in particolare in ambito protestante, il genere c.d. “di oratorio” sviluppò dei virtuosismi esponenzialmente più complessi e incomprensibili all’uditore comune, esaltando la musica fine a sé stessa e lasciando perdere l’aspetto catechetico.
Col passare del tempo, adattandosi a un uditorio sempre più colto ed esigente, anche la musica dell’Oratorio perderà la semplicità delle origini. Le composizioni, più melodiche e strumentali, saranno articolate in modo tale da renderle adatte alla drammatizzazione scenica. (…) Nonostante ciò sarà salvaguardato il dettame filippino, per cui la priorità spetta sempre al contenuto piuttosto che alla forma. Nascerà così quel genere artistico tutto italiano, il melodramma sacro, noto appunto come oratorio musicale. (F. Danieli, San Filippo Neri, Ed. San Paolo, Milano 2009, p. 91)
In questa direzione crebbe l’attrattiva dell’Oratorio di padre Filippo e, col tempo, crebbe anche il livello artistico. Il felice connubio tra musica e Oratorio filippino si vide realizzarsi in particolare nei due decenni successivi la morte del Padre fondatore (1595). Infatti la musica e i compositori che trovarono dimora presso l’Oratorio della Vallicella a Roma, poterono esprimere il meglio di sé accrescendo la produzione musicale, in modo da scrivere nuove pagine di storia della musica, non solo di storia dell’Oratorio.
I musicisti nell’Oratorio si trovarono bene poiché godevano di una maggiore libertà rispetto alle basiliche di Roma dove non ammettevano ad esempio mottetti in volgare, madrigali o laudi, poiché l’unico genere musicale a farla da padrone nella liturgia era il gregoriano. In un contesto extra-liturgico come l’Oratorio si poterono sperimentare novità che portarono ad esempio al “recitar cantando”, con laudi dialogate fra soli e coro, più apparato scenico, per rappresentazioni spirituali drammatiche e narrative antesignane della lirica.
fioritura
La musica sacra non liturgica si svolgeva più facilmente in oratorio che in chiesa: il livello artisticamente più alto erano sicuramente i melodrammi, a riprova di come la Chiesa volle farsi interprete anche della drammaturgia promossa dallo stile barocco, inscenando per lo più narrazioni bibliche. Questo genere musicale, di tema religioso, non era tanto teatrale (senza scenografia e costumi) e neanche liturgico o cultuale, rappresentando il cosiddetto “genere d’oratorio”, dal luogo stesso in cui veniva eseguito.
L’esempio più significativo di compositore che rinuncia a mettersi in mostra e imposta la musica come mezzo per comunicare parole, lo vediamo in Animuccia che pubblicò tre raccolte di laudi (1565-1570-1577) ad uso dell’Oratorio romano, spiegando che il suo intento era evitare complessità musicali per non confondere il significato delle parole. Di suo pugno si legge che ricercava «una certa semplicità, che alle parole medesime, alla qualità di quel divoto luogo et al mio fine, che era solo di eccitar divotione, pareva si convenisse»; quando crebbe qualitativamente il livello del pubblico, compose «intrigandomi il manco che io ho potuto con le fughe et con le inventioni per non oscurare l’intendimento de le parole, accioché con la loro efficacia, aiutate dall’harmonia, potessero penetrare più dolcemente il cuore di chi ascolta»; nel terzo libro rielaborò «con più facilità e simplicità musicale, acciò possa essere cantata da tutti, il che per la maggior parte non avveniva de’ dui primi libri». Comprendiamo bene allora che gli esercizi dell’Oratorio non erano un appuntamento musicale, non era un ritrovo concertistico: al centro c’era il “ragionamento sopra il libro”, il sermone, la parola con la musica a servizio del testo.
Per ricreare gli animi, Filippo introdusse nell’Oratorio la musica al cui fascino era egli stesso sempre stato sensibilissimo. Fu sua l’invenzione geniale di introdurre fra i sermoni e alla fine canti di mottetti, latini e italiani. Da principio erano semplici laudi, in una stesura monodica, lineari, un facile “recitar cantando” a commentare quanto era esposto nel sermone. Lo spazio musicale era stato introdotto da padre Filippo come elemento complementare e accessorio rispetto al discorso. Solo più tardi circostanze varie fecero sì che proprio alla parte musicale toccò di contribuire, in modo impensato, al punto da aumentare notevolmente il livello di complessità.
Si cominciò con delle laudi monodiche, fra le più semplici, a volte appoggiate da strumenti, una poesia in strofe che veniva ripetuta dai fedeli su una melodia uguale. Non rimangono documenti delle prime pratiche musicali congeniate da padre Filippo, appunto perché senza composizione. Erano le laudi tradizionali prive di musica suonata, adattate su altri motivi, del tipo “cantasi come” o sulla base di musiche note alla gente. Il santo fiorentino riportava nel cuore della fastosa Roma cinquecentesca la laude popolare e ingenua della sua infanzia e l’usava come inizio e conclusione dei sermoni oratoriani, proprio negli anni in cui questo uso devoto a Firenze andava scomparendo, anche per il nuovo regime politico del ducato e per i suoi gusti mondani e raffinati.
Raccolta di laudi
Giovanni Animuccia dietro consiglio del Padre, riprese quelle prime melodie, altre ne aggiunse di sua composizione e le concertò a più voci in una piacevole e facile polifonia; sarà la prima pubblicazione musicale, espressamente composta per le tornate oratoriane. Nel 1565 il primo libro di laudi raccoglieva 29 musiche a più voci, ma nell’intento dichiarato di conservare «una certa semplicità, che alle parole medesime, alla qualità di quel divoto luogo et al mio fine, che era solo di eccitar divotione, pareva si convenisse». Nel 1570 comparve il suo secondo libro di 18 laudi spirituali in volgare e 27 tra mottetti, salmi e antifone in latino. Animuccia allora affermava che, giacché l’Oratorio si era tanto accresciuto e il suo uditorio così allargato di numero ed elevato per cultura e qualità degli ascoltatori, gli era parso bene «accrescere l’armonia e i concerti, variando la musica in diversi modi facendola hora sopra parole latine, hora sopra volgari, et hora con più numero di voci et hora con meno, et quando con rime di una maniera, et quando di un’altra, intrigandomi il manco che io ho potuto con le fughe et con le inventioni per non oscurare l’intendimento de le parole, accioché con la loro efficacia, aiutate dall’harmonia, potessero penetrare più dolcemente il cuore di chi ascolta». Il terzo libro usciva nel 1577, quando Animuccia era morto da sei mesi, precisando che i padri oratoriani avevano voluto questa nuova raccolta trattata «con più facilità e simplicità musicale, acciò possa essere cantata da tutti, il che per la maggior parte non avveniva de’ dui primi libri».
Lo spazio musicale nelle pratiche oratoriane era stato introdotto da padre Filippo, sempre naturalmente come elemento complementare e accessorio, e pertanto solo marginale. Col tempo, però, circostanze varie fecero sì che proprio alla parte musicale toccò di contribuire, in modo impensato al successo dell’Oratorio, mentre dava lustro a sé stessa. Infatti la musica e i compositori che trovarono dimora presso l’Oratorio romano, poterono esprimere il meglio di sé accrescendo la produzione musicale, in modo da scrivere nuove pagine di storia della musica, non solo di storia dell’Oratorio. Questo felice connubio tra musica e Oratorio filippino si vide realizzarsi in particolare nei due decenni successivi la morte del Padre, quando i musici presenti in Congregazione vollero prescrivere i cantores negli esercizi dell’Oratorio e la conclusione in musicus concentus.
Con variazioni musicali su laudi dialogate fra soli e coro e con nuovo stile (il “recitar cantando”), nascerà quale componente degli esercizi oratoriani una nuova cantata a più voci (soli e cori), a cui presto si aggiungerà un piccolo complesso orchestrale (viole, tiorbe, liuti, trombe): sarà un genere musicale del tutto nuovo, l’“Oratorio musicale”, i cui incunaboli si conservano ancora all’Oratorio romano.
Dopo i sermoni divenne consueta l’esecuzione di inni e laudi sacre composte appositamente ad uso degli incontri dei congregati. Nacquero così gli “Oratori”, cioè musica sacra eseguita nell’Oratorio filippino. La potenza della parola, fatta viva dal sentimento, rivestita ed elevata dalla musica, doveva dare origine al dramma musicale che aperse al futuro teatro nuovi orizzonti. L’“Oratorio musicale” così denominato dal 1640, di solito di argomento biblico, diverrà dai primi decenni del Seicento il maggior motivo d’attrazione della pratica filippina.
La musica divenne un motivo di richiamo e successo per l’Oratorio. Un vecchio cantore papale, Orazio Griffi, che ne era stato frequentatore per quarantacinque anni, nella prefazione a una raccolta di composizioni scriveva: Beato Filippo… per raggiungere gli scopi voluti dal tuo zelo e per attirare i peccatori mercé una dolce ricreazione dei santi esercizi dell’Oratorio, tu ricorrevi alla musica e facevi eseguire canti sacri in coro: così la gente veniva trascinata dai canti e dai sermoni al bene dellapropria anima. Taluni frequentavano l’Oratorio soltanto per la musica, ma poi si fecero via via più plasmabili e sensibili alle esortazioni spirituali e finivano per convertirsi a Dio con grande fervore.
nuove collaborazioni
San Filippo ebbe la ventura di attirare alla propria idea Giovanni Animuccia e Pier Luigi da Palestrina. Questi celebri compositori furono penitenti ed amici intimi di Filippo; l’Animuccia prima, e più tardi il Palestrina, furono preposti dal Santo a dirigere i concerti spirituali dell’Oratorio. I concerti dell’Oratorio, per opera dei due famosi maestri, diventarono sempre più attraenti ed assursero a grande fama nel mondo dei musici; questi drammi musicali immortalarono il nome del Palestrina, il quale rimase fino alla morte maestro di cappella dell’Oratorio.
La gloriosa eredità musicale sua e dell’Animuccia fu raccolta dallo spagnolo padre Soto Langa, il quale divenne uno dei più celebri cantori della Cappella Pontificia. Nel 1600, cinque anni dopo la morte del Santo, nella Chiesa della Vallicella si dava la prima rappresentazione del famoso oratorio: “Anima e corpo” musicato da Emilio del Cavaliere. Fu quello il primo saggio, l’unico con apparato scenico, la rappresentazione di Combattimento di anima e corpo nel febbraio del 1600, su una lauda dialogata del padre Agostino Manni. Era un momento storico, perché l’evoluzione della lauda spirituale, arricchita dal dialogo si fece drammatica e narrativa. Con l’affermarsi dello stile recitativo, la nuova musica melodrammatica, trovava spazio anche nella Chiesa con rappresentazioni spirituali.
Altri musici valenti si succederanno all’Oratorio romano furono padre Guglielmo Rosini e il laico Dionisio Isorelli. Un altro nome importante è Anerio, il convertito Maurizio e i suoi tre figli musici. Arriveranno anche dietro la riluttante Bradamante il marito Massimo, cantore del papa, e il generoso Sebastiano, che con Gaspare Brissio, musico di cornetta, e il marito di sua figlia, il trombettiere Fabio de Amatis, erano la guarnigione musicale di Castel S. Angelo quasi al completo. Anche il figlio di Fabio, putto cantore a S. Maria Maggiore, entrerà nella sfera di Filippo, ma sarà dopo la sua morte, quando con una reliquia del santo il padre lo liberò da una terzana doppia.
Infine non si può dimenticare il beato dell’Oratorio, padre Giovenale Ancina. Colto medico piemontese, fu conquistato da San Filippo ed entrò in Congregazione con suo fratello Matteo nel 1578. Giovenale Ancina si dedicò al “travestimento spirituale”, i cosiddetti mascheramenti, ovvero il riciclo di opere profane con la trasformazione in canti sacri. Nella biblioteca Vallicelliana si conserva L’amorosa Eco, raccolta stampata di madrigali, dove l’Ancina con tanti pezzetti di carta incollati ha trasformato personaggi mitologici, come Eco in S. Pietro e Narciso in Gesù che cammina sul mare. Di suo pugno sulla copertina appare la scritta “L’amorosa Eco fatta spirituale”.
L’Oratorio di Palermo è il terzo sorto dopo Napoli e Roma? Non esattamente, in quanto fu preceduto dalla casa di San Severino – presto ceduta ai barnabiti – e dalla Congregazione di Fermo, cui seguì nelle Marche Camerino. Nel gennaio del 1597 arrivò per la casa di Fermo il riconoscimento apostolico del sodalizio presbiterale, dal 1586 eretto sotto l’autorità dell’Ordinario eccl. del luogo. Il breve Ex quo divina Maiestas arrecava la formula «Congregationis Oratorii nuncupata, ad instar eius quae in alma Urbe extitit SS. Mariae et Gregorii», la medesima che sarà ripresa alla lettera per le successive fondazioni, a cominciare da Palermo in ottobre dello stesso anno. Promotore della fondazione fu il padre Flaminio Ricci, nato a Fermo ma entrato nell’Oratorio romano, primo rettore dei girolamini a Napoli, da dove seguì con attenzione i primi passi della Congregazione partenopea, inviando suoi progetti per l’edificazione della casa a Fermo. La prima pietra del nuovo tempio fu posta il 9 maggio 1594. Il 2 giugno 1607 la chiesa venne consacrata e benedetta assieme all’Oratorio sottostante, dall’arcivescovo mons. Alessandro Strozzi. Nello stesso mese la salute di Flaminio Ricci iniziò a declinare, lo affliggeva sempre una febbre intermittente, per cui lasciata Napoli non si mosse più da Fermo. Durante la sua permanenza a Fermo strinse un rapporto di paternità spirituale col giovane Antonio Grassi, il quale in seguito attesterà una grazia di guarigione ricevuta dall’anima defunta di p. Flaminio. Membro di una facoltosa famiglia, nel 1609 Vincenzo Grassi entrò nella congregazione di Fermo, prendendo il nome di Antonio; fu ordinato sacerdote nel 1617 e dal 1635 fu ripetutamente eletto preposito della Congregazione di Fermo per tutta la vita. Fu un celebre confessore, un ascoltato consigliere e mediatore tra fazioni in conflitto, eccellente catechista e pio pellegrino. Fu beatificato il 30 settembre 1900 da papa Leone XIII. Nel martirologio romano si legge al 13 dicembre: «A Fermo nelle Marche, beato Antonio Grassi, sacerdote della Congregazione dell’Oratorio, uomo umile e pacifico, che con il suo esempio spinse fortemente molti confratelli all’osservanza della regola». Dai primordi della sua storia, nella Congregazione di Fermo fioriva un germoglio di santità, riconosciuta dalla Chiesa solo dopo duecentoventinove anni; per la precisione quando la Congregazione di Fermo non esisteva più…
Dissi ancora “prodigiosa conservazione”, per la facilità, con cui sembra potersi distruggere la Congregazione; perché le persone, che la compongono, hanno la libertà di uscire a loro talento; e perché alla mancanza de’Soggetti non possono sostituirsi altri in loro vece, per l’indipendenza che passa fra l’una e l’altra Congregazione. Ciò non ostante sussiste in tanti luoghi, come si vede, e sussisterà mai sempre (come si spera) l’Instituto dell’Oratorio, in virtù della promessa fatta da Gesù Cristo al S. Padre (…) (“Idea degli Esercizj dell’Oratorio instituiti da S. Filippo Neri”, ed. 4^ Veneta 1776, in “Pregi della Congregazione dell’Oratorio”, Tipografia Andrea Santini e figlio, Venezia 1826, tomo II, p. 310)
Ufficialmente l’Oratorio di Fermo si estinse con le fatidiche soppressioni sabaude. Tuttavia si ha sempre un beneficio d’inventario da sanare con un po’ di ricerca, a causa delle altalenanti vicende che travagliano tradizionalmente le case di padri filippini. Acquiescenza e risuscitamento sono fenomeni che paiono congeniti a tale istituto. L’autore dei Pregi disse bene già allora, in quanto abbandonare il proprio ordine monastico per i religiosi richiede un passaggio (la dispensa dai voti) che evitano i padri dell’Oratorio, non vincolati da tale professione. Infatti si dice che i veri figli di San Filippo si riconoscono alla morte. Lo stesso autore evidenzia pure che la facilità con cui si possa abbandonare la Congregazione, coincide con la difficoltà a trovare il rimpiazzo. Infatti in una provincia religiosa che conta decine di padri e fratelli, l’improvvisa mancanza di qualcuno può essere prontamente supplita con la mobilità di un altro: cosa impossibile se ciascuna casa è autocefala e vive di vita propria. Nelle Marche e in Sicilia gli “Oratori” sorsero come funghi in un campo, oltrepassando nel XIX secolo in ambedue le regioni il numero di quaranta nello stesso momento. La maggior parte erano convivenze presbiterali su licenza del vescovo, senza bolla pontificia se non aderivano alle Costituzioni. Ciascuna presenza a suo tempo svanì più o meno con la stessa facilità con cui sorse, per non risorgere più; salvo le case storiche per le quali si fece il possibile per riaprirle.
Se un soggetto non facesse stima della Congregazione sua Madre, non avrebbe stima delle sue Regole; non istimando le Regole, poco si curerebbe di osservarle; e se non le osserva, ecco la sua perdizione. Non istimando la Congregazione, perderebbe pur anche la stima degli altri suoi Fratelli; si metterebbe a pericolo di riuscir malamente, come riuscì Giuda, il quale allora cominciò a declinare dalla Perfezione, quando cominciò a perdere la stima degli altri Apostoli suoi compagni, e poi dello stesso suo Divin Maestro; tanto che giunse a venderlo a vilissimo prezzo. (…) Procurino dunque tutti i Padri e Fratelli di mantenere coll’esatta osservanza dell’Instituto, colla loro buona vita, e santi costumi alla lor Madre questo sì bel Pregio; stiano molto avvertiti di non farle perdere il credito. (“Pregi della Congregazione dell’Oratorio”, Venezia 1826, tomo II, pp. 167-168.170)
Fin dagli inizi San Filippo definiva i padri dell’Oratorio “nani tra giganti“, nel senso che le Congregazioni erano piccole comunità rispetto agli ordini religiosi strutturati e diffusi nel mondo dopo il Concilio di Trento. Erano focolari domestici con l’unica “Regola” della carità.
Vero è, che questa sì cara e desiderabile felicità non è per tutti quelli, ch’entrano nella casa di San Filippo; ma solamente per quelli, che hanno il bene di perseverare in essa. (…) E per questo diceva uno de’ nostri antichi Padri; “I veri figliuoli di S. Filippo si conoscono alla Sepoltura”. (…) Ognuno dunque di noi dovrebbe dire col V. P. Antonio Grassi della Congregazione di Fermo: “Haec requies mea in saeculum saeculi: hic habitabo, quoniam elegi eam”: per poter poi esclamare, com’egli, nell’agonie della morte: “Oh che bella cosa, morir figli di S. Filippo!” (Opera postuma d’un prete dell’Oratorio di Savigliano, “Pregi della Congregazione dell’Oratorio”, Tipografia Andrea Santini e figlio, Venezia 1826, tomo II, pp. 270-273)
È rimasto celebre e forse il più popolare di tutti, quel detto di San Filippo che lui rivolgeva ai bambini: «State buoni, se potete». San Filippo “pregava” i pargoli che, se e per quanto gli fosse stato possibile, restassero buoni. In gruppo e in momenti ludici erano evidentemente piuttosto discoli, non mancavano certo di brio, con la vivacità propria dell’infanzia. Crescendo in età la mente matura in modo da quietare quei bollenti spiriti, fino ad essere soppressi dalla serietà, il lavoro, le responsabilità, ecc. Il peso del vivere lascia poco spazio alla spensieratezza e giocosità dell’infanzia. Il santo della gioia cristiana che conservò l’eterna giovinezza dell’homo ludens, in età adulta rappresenterebbe allora un modello di pagliaccio?
Leggendo la Sacra Scrittura scopriamo se la gioia riguardi solo il buon umore di Filippo Neri oppure tutta la vita cristiana. Nella lettera di San Paolo ai filippesi l’invito alla gioia è coniugato col verbo all’imperativo, ossia un comando: Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi (Fil 4,4). La gioia è “nel Signore”, cioè viene dall’alto, sgorga dall’essere in Cristo; la gioia è continua e resiste sempre alla tristezza; la gioia è legata alla carità, poiché si esprime con benevolenza e porta pace al prossimo; infine la gioia ha un orizzonte escatologico. L’apostolo mette pure in guardia dalla tristezza che demoralizza nella lotta cristiana e, vedendo tutto cupo, esprime ingratitudine a Dio.
Specificando meglio l’aspetto psicologico, come si descrive la gioia di cui parla San Paolo? Usando una terminologia oggi desueta potremmo distinguere gioia “interna” ed “esterna”. La prima è una disposizione dell’animo alla pace, che dà serenità anche nelle avversità; la gioia in San Filippo è inscindibilmente legata alla grazia poiché, non solo condizione indispensabile per il gaudio interiore è essere riconciliati con Dio e i fratelli, ma solo dalla grazia può venire la consolazione spirituale. La gioia esterna sarebbe quella che si manifesta esteriormente come allegria, ilarità; essa viene in conseguenza della gioia interna, senza la quale sarebbe solo giocondità baggiana, vivacità balorda, esuberanza farlocca: la gioia dà contenuto al giubilo.
Solo di qui possiamo comprendere le profonde radici del gusto filippino per la festosità e la burla, tipico di chi sa cogliere la giusta misura dell’esistenza umana e di chi, alieno da forme di rigidità difensiva o da una certa spensierata mediocrità, si è lasciato plasmare dall’insondabile ricchezza dell’annuncio cristiano. Il ché viene espressamente colto nel Dialogo Philippus sive de christiana laetitia, laddove l’autore, Agostino Valier, fa dire al Santo: “La gioia vera e intima è dono di Dio, effetto della buona coscienza, del disprezzo delle vanità esteriori, della contemplazione delle altissime verità”. La gioia di Filippo è gioia “creduta” perché infusa dallo Spirito, ed esige pertanto umiltà e rendimento di grazie. Lungi dal riso sardonico o dall’esaltazione psicologica, si configura quale vero e proprio bene “di fede”, nonché acutissima penetrazione del senso profondo del Vangelo (euaggelion: buona, festosa notizia). Del tradizionale trinomio cristiano “abnegazione-rinuncia-distacco”, Filippo suggerisce la mèta, che possiamo ben esprimere con le parole che Virgilio rivolge a Dante: “[…] perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio è cagion di tutta gioia?” (Inf. I, 77-78). (Simone Raponi, Pazzo di Dio, Ed. Tau, Todi, 2016, pp. 13-14)
Ora pare piuttosto fuori luogo pensare che San Paolo ridotto in catene, detenuto in ambienti malsani e affamato, potesse prorompere in manifestazioni di giubilo. Gli unici spettacoli circensi erano al momento del martirio e divertivano tutti meno che il cristiano condannato a morte. Dunque è possibile la gioia, la letizia di spirito, rallegrarsi spiritualmente, senza per forza esprimere particolari comportamenti di gaiezza. Questo aspetto si ritrova chiaramente in San Paolo, ma meno in San Filippo. Talvolta padre Filippo si dava a vedere in modo volutamente buffo, lo stile scanzonato fu un tratto manifesto in diverse circostanze pubbliche, perfino in chiesa…
L’imperativo dell’umiltà intellettuale appare inscindibilmente legato al copione dell’ineptus e del fatus, che il nostro Santo ama recitare. La dissimulatio ascetica di quest’uomo “al limite ed oltre il limite” – come lo definisce H.U. von Balthasar – è finalizzata all’occultamento della propria elevazione spirituale. Ma più egli tenta di eclissarla con tali mascheramenti mortificanti, più essa si manifesta sul palcoscenico urbano (Ibidem)
Lo sguardo superficiale degli astanti non coglieva il perché di certuni atteggiamenti: l’autoironia come esercizio di modestia per nascondere la sua santità agli occhi degli altri, per vivere la religiosità con umiltà, per relazioni senza formalismo, per vincere certo clericalismo. San Filippo arrivava a ridicolizzarsi ed essere deriso per mortificare il proprio io, segno di ironia santa e non gioiosa insensatezza; il suo brio non scade mai in frivolezza e la burla in sgarbatezza.
La briosa allegrezza di Filippo, nutrita dalla lettura dei celebri “Motti e facezie del Piovano Arlotto”, rappresenta la dimostrazione pratica della verità dell’amore vittorioso e beatificante di Cristo, riverberata in innumerevoli episodi divertenti, che costellano la sua vita. Non si prende troppo sul serio chi fa di tutto per scostare l’attenzione da sé, nel momento in cui si comincia a stimarlo come santo. Tenta in tutti i modi di attirarsi la derisione, quando lo vediamo andare in giro con le candide pantofole papali regalategli da Pio V, oppure con indosso un’originale giubba di pelle di volpe, per ricevere illustri personaggi. Stessa intenzione nel mostrarsi in pubblico, saltellando con mezza barba tagliata. Ma il suo spernere se sperni (disprezzare di essere disprezzato) egli lo estende anche ai suoi discepoli, allorché comanda a un Antonio Gallonio di togliersi la tonaca e mostrare a tutti le brache lise e rattoppate; ordina a un Nicolò Gigli di bere a garganella in presenza di altre personalità; o impone a un Pietro Consolini di non ringraziare il cardinale Federico Borromeo per avere favorito la propria ordinazione a suddiacono. Non è quindi difficile avvertire la forza dei colpi inferti dal Santo alla durezza della seriosità, della vanità e dell’amor proprio. Egli insegna in proposito che “tutta l’importanza della vita cristiana consiste nel mortificare la razionale”, cioè nel ridurre l’attaccamento superbo ai propri giudizi e la tendenza sregolata all’esaltazione dell’eccellenza di sé. (Idem, op. cit., pp. 16-17)
Lasciando perdere la peculiarità propria del buffone di Dio (la mortificazione con l’autoironia), possiamo dire che la letizia cristiana si raggiunga con la maturità di fede capace di vivere secondo serena virtù le tribolazioni, le sofferenze, le ingiustizie, il peso del proprio peccato, affinché conduca al «pregusto de’ paradiso», come recita il card. Agostino Valier nel “Dialogo sulla gioia cristiana”: «l’accrescimento di essa fino a che diventerà eterna, anzi, gaudio senza fine nella patria celeste, perpetua dimora di tranquillità e di pace».
La realizzazione massima del “buon umore” che raggiungeremo nella felicità celeste, è in qualche modo anticipata dalla gioia nella vita presente, pur segnata dalla sofferenza. In tal senso si coglie l’accompagnamento della pazienza, altro frutto dello Spirito Santo. Paolo sopporta pazientemente le persecuzioni, in modo che trovi comunque gioia e non disperazione. La gioia si fonda nella fiducia in Dio, più grande dei problemi umani. È questa una realtà che non si finisce mai di osservare per tutta la vita: l’allegria superficiale è aleatoria davanti al dolore. San Filippo facendo suo l’insegnamento di San Paolo, potenzia la gioia finché si esprima in allegria e, mentre curava insolenza ed esuberanza dei bambini, cercava di comunicare la gioia rallegrando il prossimo: “state allegri se potete”, anche quando non è facile.
Bisogna stare molto attenti nella allegrezza di non diventare dissoluto o dare in spirito buffonesco, perché questo rende la persona incapace di Spirito e spunta quel poco che c’è – San Filippo Neri
Quando i cristiani parlano di gioia, non deve essere confuso con un semplice sentimento di felicità. I sentimenti sono fugaci e dipendono dalle circostanze del momento. La gioia cristiana è diversa. Non è temporaneo, ma permanente; si fonda non sulle circostanze, ma sulla certezza dell’amore di Dio, effuso gratuitamente sulla Croce, e messo in mostra agli occhi di tutti.(Paul Maria Müller O.P.)