La legge della pioggia

Tutti lo sanno che la barca sta affondando,
tutti lo sanno che il capitano ha mentito,
e tu te ne stai lì, col tuo bicchiere in mano,
a dire che il rumore in strada è solo tempo sprecato.


Dici che la gente che grida non ha stile,
che c’è una misura elegante per soffrire.
​Ma vieni alla finestra, amico mio.


Toglitela dal viso quella graziosa neutralità.


Guardami negli occhi e dimmi:
​Quando la storia era ancora viva e faceva male, tu dove saresti stato?


​Quando gli schiavi di Capua spezzavano i denti sulle catene, saresti andato nei boschi a bere il loro vino amaro, o avresti venduto i loro nomi per tre monete di rame
al console che dorme nella seta?


​Quando le donne a Londra si facevano spaccare le costole nelle celle, rifiutando il pane per avere una voce, avresti stretto la loro mano bagnata di febbre o avresti detto al club dei gentiluomini che erano solo isteriche?


​Quando la neve a San Pietroburgo beveva il sangue dei contadini, sotto le icone e sotto le icone dei santi, saresti caduto sulla pancia accanto a quel pane sporco
o avresti lucidato gli stivali del cosacco?


​Quando Rosa si è seduta sul bus come una pietra nel fiume, e tutto il peso dell’impero le chiedeva di alzarsi, ti saresti seduto al suo fianco a dividerne il buio o le avresti sussurrato che la legge è la legge, dopotutto?


​E dimmi, mentre la pioggia cade sulle finestre del tuo salotto:
A vantaggio di chi saresti stato?


​Quando gli elicotteri volavano alti sopra il palazzo a Santiago, e l’ultimo poeta cantava con le mani spezzate nello stadio, eri nella stanza con la radio accesa a difendere la vita, o a brindare coi generali per la fine della partita?


​Quando quel ragazzo a Pechino s’è messo davanti all’acciaio, con le borse della spesa e il cappotto consunto, eri con lui a fermare il tempo in mezzo al viale, o eri il ragazzo con le mani sulle leve della macchina mortale?


​È così facile piangere sui santi dopo che li hanno sparati.


È così dolce portare i fiori sulle tombe dei giusti, quando la loro carne è diventata pietra e non chiedono più niente da mangiare.


​Oggi i cieli bruciano, i fiumi sono pieni di fango, vendono i tuoi figli per un quarto d’ora di sconto, e tu guardi questi ragazzi bagnati fino alle ossa e dici che bloccano il traffico, che non è questa la mossa.


​Ma la grazia non è un quadro appeso al muro del tuo salotto.
La grazia è questo fango, questo grido scontento.


E chi stasera chiude la porta e si mette a dormire, non è innocente, amico mio:
ha solo deciso di lasciarli morire.

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Micio Tempio, il poeta che fece parlare la Sicilia senza veli

Ricordo del poeta catanese nel 205° anniversario della sua morte

Nel panorama letterario siciliano tra Sette e Ottocento, poche figure risultano luminose, scandalose e modernissime allo stesso tempo come Domenico “Micio” Tempio (22 agosto 1750 – 4 febbraio 1821). A poco più di due secoli dalla sua morte, la sua voce continua a sorprendere per libertà, ironia e potenza linguistica: un autore che non si è mai piegato ai moralismi del suo tempo e che ha usato la lingua siciliana per raccontare il mondo senza filtri.

Nato a Catania, da Giuseppe (mercante di legna) e Apollonia Arcidiacono, Tempio si formò sui classici latini e italiani e usò il siciliano come strumento di satira politica, di denuncia sociale e di libertà erotica, anticipando temi che la letteratura italiana avrebbe affrontato solo molto più tardi.

Il suo capolavoro è “La Caristia”, un poema di venti canti, feroce e lucidissimo, sulla carestia che colpì Catania nel 1797–98 e sulla sommossa popolare che ne seguì. In quelle pagine, Tempio smaschera speculatori, nobili avidi, religiosi corrotti e amministratori incapaci. È un affresco sociale di straordinaria attualità, in cui la fame diventa lente per osservare le ingiustizie strutturali della società siciliana dell’epoca. La lingua è tagliente, musicale, ricca di immagini popolari: un documento storico e letterario insieme.

Altro poemetto rilevante è “Lu veru piaciri” che inizia così, con un proemio che fa satira su quello tassiano de “La Gerusalemme Liberata”:

Non cantu l’armi, li lassamu stari
in manu di li Vappi e Spataccini.
Chi gustu bruttu è chistu di cantari
straggi, sbudiddamenti, ammazzatini!
Lu sulu dirlu già mi fa trimari
lu piddizzuni, e s’aprinu li rini.
Fora di mia li truci oggetti e l’iri;
amu la Paci e cantu lu Piaciri.

Accanto alla produzione civile, Tempio coltivò un filone che gli costò censura, ostracismo e una lunga damnatio memoriae: le poesie erotiche. Testi espliciti, comici, vitali, che circolavano in manoscritti clandestini e che per decenni furono considerati “osceni”. Oggi, invece, dopo essere stampate postume, sono studiati come testimonianza antropologica e come esempio altissimo di libertà espressiva. In quelle pagine, Tempio non celebra solo il corpo: celebra la vita, la natura, la gioia, la fragilità umana. E lo fa con una lingua siciliana piena, viva, capace di passare dal riso alla malinconia in un solo verso.

La sua opera, per lungo tempo dimenticata, è stata riscoperta nel Novecento. Oggi Micio Tempio appare come un autore sorprendentemente moderno: un poeta che non teme di denunciare il potere, che difende la dignità dei più deboli, che usa l’ironia come arma politica e che rivendica la libertà del corpo e della parola.

In quest’epoca in cui la Sicilia sta riscoprendo la propria identità linguistica e culturale, Tempio torna a essere un punto di riferimento imprescindibile. Non solo per la sua maestria poetica, ma per il suo coraggio: quello di dire la verità senza veli, di ridere dei potenti, di raccontare la vita com’è davvero. La sua lezione, oggi più che mai, rimane intatta: la lingua siciliana non è un residuo folklorico, ma uno strumento potente di pensiero, di critica, di satira e di poesia.