Appuntamento con padre David Turoldo

E non una mano

 gli schiodasti dal legno:

che si tergesse

dagli occhi il sangue

e gli fosse dato

 di vedere

almeno la Madre

 là,

sola…

p. D. Turoldo, Ultime poesie

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Appuntamento con padre David Turoldo

Dio della vita

“Dio della vita, sei tu che nasci, che continui a nascere in ogni vita.

Voce per chi muore ora:perchè

non muore, non muore nessuno:

niente e nessuno: niente e

nessuno muore perchè Tu sei.

Tu sei e tutto vive, è il Tutto in te

che vive: anche la morte!”

David Turoldo

Appuntamento con Padre David Turoldo

UNA POESIA David Turoldo in memoria di Romero

“In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,

vi ordino: non uccidete!

Soldati, gettate le armi…”

Chi ti ricorda ancora,

fratello Romero?

Ucciso infinite volte

dal loro piombo e dal nostro silenzio.

Ucciso per tutti gli uccisi;

neppure uomo,

sacerdozio che tutte le vittime

riassumi e consacri.

Ucciso perché fatto popolo:

ucciso perché facevi

“cascare le braccia

ai poveri armati”,

più poveri degli stessi uccisi:

per questo ancora e sempre ucciso.

Romero, tu sarai sempre ucciso,

e mai ci sarà un Etiope

che supplichi qualcuno

ad avere pietà.

Non ci sarà un potente, mai,

che abbia pietà

di queste turbe, Signore?

nessuno che non venga ucciso?

Sarà sempre così, Signore?

da “Il grande male”

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Appuntamento con padre David Turoldo

Fratello ateo

Fratello ateo, nobilmente pensoso,
alla ricerca di un Dio che non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo oltre
la foresta delle fedi,
liberi e nudi verso
il Nudo Essere
e là
dove la parola muore
abbia fine il nostro cammino.

David Maria Turoldo, Canti ultimi

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Appuntamento con Padre David Turoldo

Fame

Nulla è più religioso della giustizia;

 e nulla è più empio di una carità che voglia sostituire la giustizia.

 La carità è l’eccedenza della giustizia,

non il suo surrogato.

David Turoldo

                                                                                              

appuntamento con padre David Turoldo

Ti sento, Verbo

Ti sento, Verbo, risuonare dalle punte dei rami

dagli aghi dei pini dall’assordante

silenzio della grande pineta

– cattedrale che più ami – appena

velata di nebbia come

da diffusa nube d’incenso il tempio.

Subito muore il rumore dei passi

come sordi rintocchi:

segni di vita o di morte?                                                                                    

Non è tutto un vivere e insieme

un morire? Ciò che più conta

non è questo, non è questo:

conta solo che siamo eterni,

che dureremo, che sopravviveremo…

Non so come, non so dove, ma tutto

perdurerà: di vita in vita

e ancora da morte a vita

come onde sulle balze

di un fiume senza fine.

Morte necessaria come la vita,

morte come interstizio

tra le vocali e le consonanti del Verbo,

morte, impulso a sempre nuove forme.

David Maria Turoldo, ‘Canti ultimi’, Garzanti 1991 

Appuntamento con padre David Turoldo

orrore guerra a Gaza

poeta e profeta

Nel 1967 padre Turoldo partecipò, insieme a Giuseppe Lazzati, a una tavola rotonda organizzata dall’Ufficio cultura del Comitato provinciale della Democrazia cristiana di Milano.
Riproponiamo stralci del suo intervento che venne pubblicato nel libro «David Maria Turoldo. La sfida della pace», a cura di Elena Gandolfi (Bellavite Editore, 2003).
Il testo è stato pubblicato dall’Osservatore Romano ieri 18 marzo. David Maria Turoldo

Ho capito, Signore. La pace non me la può dare nessuno. È inutile che speri.

I governi, gli stati, i continenti hanno bisogno di pace anche loro e non ne sono capaci.
E camminano tutti su strade sbagliate.
Essi pensano che la pace si possa ottenere con le armi, incutendo paura agli altri stati e agli altri continenti.
E intanto si armano, e studiano sistemi sempre più potenti e micidiali.
Tutti vogliono essere forti.
Dicono: solo un forte può imporre il rispetto e la pace.
Come se la pace fosse un fatto di imposizione e non d’amore.
Io non ho mai visto che ci sia pace per queste strade.
Questo è uno squilibrio di terrore: un’altra maniera per essere schiavi; una maniera apparentemente civile.
Invece è barbarie come tutte le altre barbarie. Infatti il più forte dice al più debole: guai se ti muovi!
E non ha importanza che magari la situazione del debole sia insostenibile, ingiusta, umiliante.
Non ha importanza che sia, ad esempio, la fame o la mia condizione di uomo di colore a spingermi a gesti assurdi.
Ma verrà, uomini, verrà — e non è lontano: io per questo prego e spero — quel giorno che l’oceano nero di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione.

Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi! Un oceano misteriosamente ancora calmo. Ma fino a quando? Perché non può durare così. Ora la coscienza sta maturando in profondità e in silenzio; ma poi eromperà e allora sarà più notte della notte.

Allora chi è nei campi non torni a casa a salutare sua madre; e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello; e chi è per via non avrà neppure il tempo di dire addio a un amico. Allora «due staranno alla stessa macina di mulino…» (cfr Luca 17,35; cfr anche Marco 3,15—16): parola tua, Signore! Impossibile che non si avveri.

Allora l’oceano dei poveri strariperà come se la terra fosse capovolta, scossa dalle fondamenta. Va bene: i potenti ci ammazzeranno in molti. Ma pure molti di loro saranno ammazzati.

No, per queste strade della sopraffazione e del terrore non ci può essere pace. No, nessuno può uccidere un’idea. Nessuno può sradicare la libertà dal cuore dell’uomo: almeno mi resterà sempre la libertà di morire. Perché tante volte è meglio, vale di più morire che vivere.

No, non occorrerà neppure che i poveri facciano la guerra: basterà che si mettano in cammino, che si incolonnino sulle strade.

Tutte le strade sarebbero un unico serpente interminabile: una sola immensa processione. Non ci sarebbe neppure spazio per muovere una sola macchina; e nessun carro armato li potrebbe schiacciare.
Perché sarebbe un serpente di cui nessuno saprebbe dove abbia la testa o il cuore. Basterebbe che la Cina, ad esempio, la sola Cina si mettesse in cammino: ci sarebbe da uccidere per anni e anni e anni.
Che si metta in cammino! Non ha bisogno di armi atomiche la Cina (questa è una sua debolezza).

Cioè, basta che l’oceano esca dai suoi confini; noi abbiamo visto cosa sono le alluvioni: allora non vale nulla la nostra tecnica e la nostra scienza e la nostra capacità organizzativa. Io potrei pregare anche così: Cina, mettiti in cammino, cammina soltanto; cammina sui deserti dell’Asia; a milioni premete sui confini.
Poi vedremo cosa valgono i nostri confini.
Potrei dire: India, Africa, e negri d’America e tutti voi, o criollos dei mille paesi, mettetevi insieme: fate siepe di chilometri sulle strade ferrate, sulle piazze delle capitali potenti, poi vedremo cosa vale la potenza di queste capitali.

Oppure, anche se ciò non dovesse avvenire, questa non è pace. La pace non ha niente a che fare con la forza.

Questo non avviene perché ancora non è l’ora, perché un Altro, qualcuno, tu, Signore, non lo permetti; e attendi (ma fino a quando?) che gli uomini imparino che non è giusto, non è giusto che duri così. Solo che tu vuoi che l’impariamo da noi stessi: in tempo e per altre vie.

Capisco, questa è una finta pace: anzi, neppure finta pace.
Pace: dove? e per chi? È pace forse perché non si muore qui, ma si muore nel Vietnam? È pace perché i negri stanno nelle locations del Sud Africa e noi possiamo scorazzare liberi dalla Città del Capo a Roma? È pace perché qui si suona e si danza e si canta, mentre nel Congo, al Cairo, oppure ad Amman, si piange impotenti e disperati? E nell’Angola e nel Mozambico e nelle Americhe si pensa solo come vendicarsi, come organizzare per ora altre guerriglie.

Questa non è pace.
Io voglio essere un cristiano, o Signore.
Non posso, non è giusto accettare questa situazione.

Ho capito: la pace non è di questo mondo; può essere nel mondo, ma non è del mondo.
Essa è come il tuo regno: è qui, è là, è chissà dove.
Ma non è del mondo.
E non è neppure di nessuna istituzione.
Nessuno degli uomini può dire dove abiti la pace.
Non c’è una casa della pace e una casa della guerra.
Oggi ci può essere pace e domani guerra nella stessa casa, nella stessa nazione.

Certi paesi non sono paesi di pace, perché non guerreggiano: essi possono essere centrali di guerre lontane; paesi di aureo egoismo e focolai misteriosi di rivolte chissà dove.

La terra è una. L’umanità è una. Perciò uno non può star bene e l’altro male. La pace non è monopolio di nessuno, né può essere frutto di sistemi umani. Prova ne sia che il mondo non è capace di darsi una pace una volta per sempre.

Neppure l’uomo è un soggetto di pace permanente. Io oggi posso essere in pace, ma domani? Basta una parola, un gesto che io ritengo ingiusto, perché la mia pace vada in frantumi. Non c’è nulla di più fragile, di più incerto, di più quotidiano della pace.

Amicizie offese, interessi che si pensa calpestati, umori oscuri del sangue (chissà cosa nascondiamo noi nel sangue!); e poi soprattutto “la roba”.
Allora ognuno di noi è un soggetto di guerra? Sì, in ognuno di noi vi è il geme della guerra. Anzi, la guerra grande, la guerra guerreggiata, la guerra calda non è che la somma di tutte le guerre individuali, in ogni guerra che cova nel cuore di ogni uomo.

Ogni guerra comincia da ciascuno di noi. Mentre da nessuno di noi può cominciare la pace. Perché la pace è più grande dell’uomo. Noi tutti veniamo dalla foresta, e nella foresta non c’è pace.

Ho capito, Signore, la pace appartiene al tuo regno messianico.
Sei tu il principio, la fonte, il paese della pace.
Senza di te non può esserci pace né sulla terra né dentro il cuore di qualsiasi uomo.
E là dove c’è un uomo di pace, ivi sei tu, Signore, ivi è la tua vera casa, mio Dio. «Io vi do la mia pace, vi lascio la mia pace, non come ve la dà il mondo io la dono a voi (Giovanni 14,27).

Il mondo, l’uomo, non sa neppure cosa sia la pace. La pace sei tu stesso, e tu solo, Signore. Il mondo, l’uomo ha la sua logica e la pace non è frutto di alcuna logica.

Ad esempio, finchè non si è poveri, tutti ugualmente poveri, tutti liberamente poveri, poveri per amore, fatti poveri per aiutare i poveri, non ci può essere pace.

Ad esempio, finchè non si perdona, non si accetta anche di morire — per amore dei fratelli — finchè non ti lasci anche uccidere, se necessario, invece di vendicarti, non ci può essere pace; è un altro modo di essere poveri: poveri e liberi dal proprio io, o uomo o nazione che tu sia.

Ad esempio, finchè l’uomo non si libera perfino dalla propria cultura, da tutte le ideologie umane, e non pensa che ognuno è un uomo che ha il diritto di credere secondo la sua coscienza, nel rispetto di ogni uomo, non ci può essere pace sulla terra.

Una terza forma di essere poveri e liberi: questo vale perfino per la chiesa, per ogni chiesa, e per ogni confessione religiosa. Altrimenti anche la chiesa può essere un focolaio di guerra. Le guerre di religione infatti sono state sempre le più feroci.

Anzi, la guerra non è che la religione del maligno.
Per questo Satana è fin dal principio omicida.
Ad esempio, non ci può essere pace finché tu cerchi di non fare la guerra solo per paura, per il terrore di morire.
Vuol dire che tu non vuoi ancora la pace, ma che semplicemente paventi la guerra.

La pace è un bene assoluto, il solo bene che va desiderato per se stesso.

Perché solo allora si è liberi, veramente disposti e disponibili per la pace.

Diversamente, se tu non avessi paura, faresti anche la guerra? Ora, tutti hanno paura: non è che vogliono la pace.

Solamente quest’uomo libero da tutte le paure è figlio della tua pace, o Signore.

Tempo di Pasqua

Per il mattino di Pasqua
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zufolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
(David Maria Turoldo)

Questo inno alla Pasqua di padre David mi fa tanto ricordare mia mamma, mia nonna quando al mattino di Pasqua si chinavano a baciare e ringraziare la terra

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