esto nobis praegustatumin mortis examine

Corpus Domini 2026

Era il 24 giugno 1666 quando Nicolò Stenone, medico danese, protestante, nato a Copenaghen, da famoso scienziato e anatomista si trovava a Livorno, chiamato dal Granduca di Toscana, Ferdinando II de’ Medici. Aveva trent’anni quando un giorno si trovò innanzi a una scena che non aveva mai visto prima. Un corteo di religiosi in abito, cavalieri, stendardi e gonfaloni precedeva un sontuoso baldacchino attorniato da lucerne, turiboli e paramenti dorati. Nicolò Stenone chiese cosa stesse accadendo, era la processione di Corpus Domini. «E cosa portano così in trionfo?» chiese, «portano il SS. Sacramento dell’altare»… «Che cos’è il SS. Sacramento?», chiese Nicolò Stenone. Quando gli risposero che il SS. era un pezzo di pane, Stenone entrò seriamente in crisi. Da medico e protestante non capiva più cosa stava osservando. Un’ostia poteva essere oggetto di tanta esaltazione? Quei cristiani erano forse dei folli ad adorare un pezzo di pane?

La ricerca di risposte portò Nicolò Stenone a convertirsi al cattolicesimo, per diventare sacerdote e poi vescovo. Comprese la pietà e la devozione che vedeva praticata dal popolo, quando riuscì a capacitarsi di “un Dio tanto umile da farsi presente in poca apparenza di pane”, come dice San Francesco d’Assisi: Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine, ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo fisico credevano alla sua carne, ma, contemplando con gli occhi della fede, credevano che egli era Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, vediamo e fermamente crediamo che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e veri.

Quante belle espressioni i santi hanno formulato per descrivere questo mistero. Quanto più ci eleviamo nella contemplazione tanto più afferriamo qualcosa del pane del cielo, pane degli angeli che è per noi anche pane del cammino e pane di vita. L’eucaristia è anche pregustazione del banchetto celeste; per questo S. Ignazio di Antiochia scrivendo agli efesini lo chiama «farmaco d’immortalità, antidoto per non morire, per vivere in Gesù Cristo per sempre». Tuttavia i suoi effetti non sono solo futuri… A Pentecoste abbiamo visto come il Risorto non abbandoni la sua Chiesa, facendole dono del suo Spirito, grazie al quale Dio può continuare ad operare in modo efficace, ad esempio quando gli apostoli ripetono gli stessi gesti e parole di Gesù nell’ultima cena. Il Verbo di Dio si fece carne per venire incontro all’uomo e nel sacramento dell’eucaristia abbiamo ancora modo di incontrarlo.

Ricevere l’Eucaristia nella Comunione porta come principale frutto l’unione intima con Cristo Gesù: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,56). Ciò che l’alimento materiale produce nella nostra vita fisica, la Comunione lo realizza in modo mirabile nella nostra vita spirituale: sostiene la vita soprannaturale, preserva dal peccato grave e cancella i peccati veniali. Per questo Gesù dice: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6,53). Cioè Gesù non chiede di essere venerato come un bel pezzo di alabastro, o ebano, argento o altro, chiede di essere mangiato: “prendete e mangia tenete tutti”, «perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6,55), non mutano gli accidenti di pane e vino ma la sostanza delle specie eucaristiche.

Se noi credessimo in una serie di buoni principi o in un sistema di idee, potremo riunirci per ossequiare un simbolo che le rappresenta; ma siccome noi crediamo in una persona viva e vera, viviamo la nostra fede in lui, relazionandoci con lui. Senza vita spirituale, senza rapporto personale col Signore, la nostra religione è morta: “non avrete in voi la vita”. Non parla certo della vita biologica alimentata dal proprio ventre, parla della vita di grazia che ogni battezzato conduce tra virtù e peccato, meriti e colpe…

Uno dei compagni di San Filippo nella comunità di San Girolamo della carità, Bonsignore Cacciaguerra che prima della conversione visse come un signorotto anche qui a Palermo, scrisse il Trattato della SS. Comunione, incoraggiando oltremodo la comunione sacramentale del popolo. Voi direte: per potersi comunicare è però necessaria una certa disposizione; ricordiamo le tre condizioni che ci hanno insegnato a catechismo: essere digiuni da un’ora, andare degnamente incontro a chi si riceve, rispetto a come ci presentiamo col corpo e anche lo spirito. Infatti il nostro San Filippo dissentiva da Cacciaguerra proprio su questo aspetto. In quell’epoca non ci si accostava così di frequente alla comunione, come invece possiamo fare noi oggi e San Filippo più frequentemente della comunione preferiva la confessione.

L’eucarestia è un dono tanto grande per l’uomo che come fa ad esserne degno? È per questo che prima di ogni comunione ripetiamo quelle parole del centurione romano: O Signore, non sono degno che tu venga sotto il mio tetto, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato. Tutti ne siamo indegni ma tutti siamo invitati alla cena dell’agnello. Riconosciamo la nostra indegnità di ricevere il Corpo di Cristo, perché sappiamo pure di non poterne fare a meno.

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