Da quando Gesù è ritornato al Cielo s’è scelto e procurato 263 Papi. Alcuni, un piccolo numero soltanto, sono stati dei Vicari così fedeli che noi li invochiamo quali amici di Dio e Santi intercessori; un numero ancora più ridotto è caduto in mancanze gravissime; il maggior numero dei Vicari di Cristo, invece, furono più o meno convenienti; nessuno di loro, essendo ancora Papa, ha tradito e potrà tradire fino ad insegnare esplicitamente l’eresia nella pienezza della sua autorità.
p. Thomas Roger Calmel O.P. (1914-1975)
Valeri Gigliotti, microestratto dalla relazione esposta al convegno organizzato dall’associazione Amici del Cardinale Caffarra, tenutosi a Roma il 7 aprile 2018
Incoraggiato dal Duca di Norfolk, leader politico dei cattolici inglesi, Newman confutò le asserzioni di Gladstone, argomentando la funzione puramente spirituale – quindi non politica – dell’infallibilità pontificia. Il testo che raccoglierà questa trattazione si intitolerà proprio Letter to the Duke of Norfolk.
In questo emblematico scritto egli mostra come il potere supremo del Papa – e con esso l’infallibilità – non abbia incidenza se non sulle materie tassativamente indicate dalla Pastor aeternus del Concilio Vaticano I […]
Di fronte all’ipotetica obiezione di chi lo accusasse di sposare la dottrina protestante del “giudizio individuale”, Newman distingue tra l’ordinarietà, illuminata e assistita dalla Chiesa, e i casi eccezionali, nei quali la Chiesa non può supplire. In questo contesto della coscienza in rapporto con la legittima autorità ecclesiastica: «Sembra, dunque, che vi siano casi estremi nei quali la coscienza può entrare in conflitto con la parola del Papa e che, nonostante questa parola, debba essere seguita».
Anzitutto, Newman espone cosa intendere per coscienza, laddove commenta la definizione che San Tommaso fa della legge naturale, come impronta della Luce divina nell’uomo e partecipazione della legge eterna fatta alla creatura ragionevole:
Questa legge – scrive Newman -, in quanto è percepita dalla mente dei singoli uomini, si chiama “coscienza” e benché possa subire rifrazioni diverse passando attraverso l’intelligenza di ogni essere umano, non ne viene per questo intaccata al punto da perdere il suo carattere di legge divina, ma mantiene ancora, come tale, il diritto a essere obbedita.
Pur avendo presente l’uso comune del termine “coscienza”, che viene spesso ridotto a una qualche arbitraria “produzione” del soggetto o, peggio, al “diritto di agire a proprio piacimento”, Newman incardina la dottrina sulla coscienza nel rapporto creaturale dell’uomo con Dio e porta tale rapporto alle sue ultime conseguenze:
La norma e la misura del dovere non è l’utilità, né la convenienza, né la felicità del maggior numero di persone, né la ragion di Stato, né l’opportunità, né l’ordine o il pulchrum. La coscienza non è un egoismo lungimirante, né il desiderio di essere coerenti con se stessi, bensì la messaggera di Colui, il quale, sia nel mondo della natura sia in quello della grazia, ci parla dietro un velo e ci ammaestra e ci governa per mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è l’originario vicario di Cristo, profetica nelle sue parole, sovrana nella sua perentorietà, sacerdotale nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; e se mai potesse venir meno nella Chiesa l’eterno sacerdozio, nella coscienza rimarrebbe il principio sacerdotale ed essa ne avrebbe il dominio.
La coscienza (rettamente formata) rivela lo stesso giudizio di Dio. L’Autore compie così un affondo straordinario nell’indagare la natura della Comunione gerarchica della Chiesa e, quindi, del rapporto di ciascun fedele con la legittima autorità ecclesiastica […] dalla quale non sarà mai esonerato.
Quanto al limite che legge naturale e rivelazione rappresentano per il Papa, aggiunge: Il Papa, che dipende dalla Rivelazione, non ha giurisdizione sulla natura. […]
In caso di conflitto, perché non venga banalizzato il compito talvolta tremendo della coscienza davanti a Dio, Newman asserisce:
I suoi dettami, per prevalere contro la voce del Papa, debbono essere il risultato di una seria riflessione, di preghiera e di tutti i mezzi disponibili per giungere a un giudizio corretto sul tema in questione. Inoltre l’obbedienza al Papa ha ciò che si chiama comunemente “diritto di possesso”; il che significa che l’onus probandi per stabilire la validità del caso in cui si oppone a lui, come avviene in tutti i casi di eccezione, spetta alla coscienza.
E così Newman può concludere la sua argomentazione con il celebre “brindisi” al primato della coscienza:
Senza dubbio, se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pasto (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete al Papa; tuttavia prima alla Coscienza, poi al Papa
CDF, “Primato del Successore di Pietro nel Mistero della Chiesa”, Documenti (1966-2013), p. 481, n.7
Il Romano Pontefice è – come tutti i fedeli – sottomesso alla Parola di Dio, alla fede cattolica ed è garante dell’obbedienza della Chiesa e, in questo senso, servus servorum. Egli non decide secondo il proprio arbitrio, ma dà voce alla volontà del Signore, che parla all’uomo nella Scrittura vissuta e interpretata dalla Tradizione; in altri termini, la episkopè del Primato ha i limiti che procedono dalla legge divina e dall’inviolabile costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione. Il Successore di Pietro è la roccia che, contro l’arbitrarietà e il conformismo, garantisce una rigorosa fedeltà alla Parola di Dio: ne segue anche il carattere martirologico del suo Primato.
Giuramento del nuovo Papa eletto prima di salire al soglio pontificio, dal Liber Diurnus Romanorum Pontificum
Io prometto: di non diminuire o cambiare niente di quanto trovai conservato dai miei probatissimi antecessori, e di non ammettere qualsiasi novità, ma di conservare e di venerare con fervore, come vero e loro discepolo successore, con tutte le mie forze e con ogni impegno, ciò che fu tramandato; di emendare tutto quanto emerga in contraddizione alla disciplina canonica, e di custodire i sacri Canoni e le Costituzioni Apostoliche dei nostri Pontefici, quali comandamenti Divini e Celesti, (essendo io) consapevole che dovrò rendere stretta ragione davanti al (Tuo) giudizio divino di tutto quello che professo; io che occupo il (Tuo) posto per divina degnazione e fungo come il tuo Vicario, assistito dalla Tua intercessione. Se pretendessi di agire diversamente, o di permettere che altri lo facciano, Tu non mi sari propizio in quel giorno tremendo del Divino Giudizio… Perciò, ci sottoponiamo al rigoroso interdetto dell’anatema, se mai qualcuno, o noi stessi, o un altro abbia la presunzione di introdurre qualsiasi novità in opposizione alla Tradizione Evangelica, o alla integrità della Fede e della Religione, tentando di cambiare qualcosa all’integrità della nostra Fede, o consentendo a chi pretendesse di farlo con ardore sacrilegio.
Secondo il teologo e giurista gesuita Ven. Francisco Suárez, un Papa può cadere nel peccato di scisma in due modi specifici, pur mantenendo formalmente la fede cattolica. Il Papa diventa scismatico se scomunica l’intera Chiesa o sovverte i riti tradizionali. Rispetto al secondo punto, nelle sue opere teologiche, in particolare nel “De Fide” e nel “De Caritate”, Suárez spiega che lo scisma consiste nel non voler mantenere l’unità delle azioni e dei riti della Chiesa. Il Papa cade in scisma se, per pura arbitrarietà o intenzione divisiva, tenta di abolire o sovvertire tutte le cerimonie ecclesiastiche fondate sulla tradizione apostolica. Il Ven. Suárez specifica che l’autorità papale ha dei limiti e non può distruggere i costumi liturgici universali ereditati dagli Apostoli.
Testo originale latino: …et hoc modo posset Papa esse schismaticus, si nollet servare cum toto Ecclesiae corpore unionem et coniunctionem quam debet, ut si tentaret totam Ecclesiam excommunicare, aut si vellet omnes ecclesiasticas caeremonias apostolica traditione firmatas evertere. [Opera: De Caritate, Sezione: Disputatio XII (De Schismate), Sectio I, n. 2]
La retta coscienza assicura la convergenza di pontefice e sudditi e il primato della verità sull’opinione
L’aderenza alla Verità è il requisito che garantisce bontà e giustezza al magistero, ovvero la sua credibilità. Chi proferisce l’insegnamento veritiero è stimato come pastore credibile. Un insegnamento è ritenuto verace quando se ne riscontra nei fatti la sua utilità, in termini di bontà e di giustizia. È un’esperienza comune a tutti i credenti, inclusi i non-praticanti: i battezzati che trascurano la propria vita spirituale e sacramentale, nella loro esistenza comunque compiono delle scelte, orientate da certi valori e riferimenti morali che andranno alla prova dei risultati conseguiti. Le parole dei pastori posti da Dio a pascere il gregge, nell’agire dei fedeli passano al vaglio della realtà. Così si dimostra l’autorevolezza del magistero che, se verace, non teme la critica.


